Ai tempi del liceo la domanda “per cosa scioperiamo” era piuttosto frequente: infatti si poteva scioperare per la guerra in Iraq, contro il ministro della pubblica istruzione (ai miei tempi c’era, che nostalgia…) contro la sporcizia del bagno della palestra. O magari per tutte queste cose insieme.

Da lavoratore lo sciopero è molto meno leggero: costa un bel po’ economicamente e per tanti è anche una dichiarazione di “indipendenza” che i superiori tollerano male. Eppure, vent’anni dopo, anch’io mi sono chiesto contro cosa scioperassimo oggi: si perché ogni dieci minuti questa manovra economica cambia, e finisce per spiazzare gli oppositori. Molti oggi indossavano la maglia “siamo tutti partigiani”, stampata evidentemente quando ancora la festività del 25 aprile – poi ripristinata – minacciava di essere soppressa.

E molti altri striscioni facevano riferimento al contributo di solidarietà per i più ricchi, inserito, cancellato e forse poi rimesso. Un balletto indegno per uno stato civile. Perché qui non si tratta piùdi essere di destra o sinistra, qui si tratta di mera incompetenza. Non abbiamo di fronte Bismark, la Thatcher o Reagan. E neppure Andreotti, che mai avrei pensato di rimpiangere. Abbiamo di fronte un governo che naviga a vista, ossessionato dal fatto che l’orchestra continui a suonare che non vede l’Iceberg contro il quale ci sta conducendo….