Sarà che ho superato i 5000 post e oltre dieci anni in compagnia di questo blog, e ritrovare lo smalto dei primi tempi è difficile. Sarà che superati i 40 la tendenza alla nostalgia si accentua. Sarà che mia figlia ha trovato una cassetta audio e mi ha chiesto: cos’è? Insomma, ho deciso di aprire una nuova rubrica in questo blog, che chiamerò “C’era una volta”. E non voglio dedicarla certo all’analisi storica (io? ma quando mai) e nemmeno ad un dibattito e signora mia si stava meglio quando si stava peggio.
Semplicemente, voglio dare spazio a tutto ciò che è scomparso dalla nostra vita negli ultimi decenni e che prima o poi mia figlia (o i vostri) potrebbe scoprire per poi domandarvi: cos’è? Cos’era?
Voglio cominciare questa rubrica proprio con l’audiocassetta. Con quel meraviglioso pezzetto di plastica che conteneva una o due ore di audio (ma ce n’erano anche da 30 minuti, non ho mai capito perché). Che non ti permetteva di saltare una traccia o riascoltarne un’altra, se non al prezzo di un noiosissimo riavvolgi nastro. Che attenzione, non era un optional sempre incluso: la prima autoradio di mio padre (un mattone pesante e ingombrante da portarsi sempre dietro: con l’avvento del frontalino sono scomparsi anche i borselli da uomo, domandatevi perché) per esempio non ce l’aveva. E se un lato era un po’ più lungo dell’altro occorreva attendere qualche minuto in silenzio prima di girare il nastro oppure sacrificare la prima canzone del lato B. Oppure ricorrere alla matita del praticone, o alle penne Staedler, le mie preferite quando si trattava di riavvolgere il nastro.
Si perché, cari miei minorenni alla lettura, c’era il lato B, audiocassettae i produttori lo sapevano bene e c’era una certa abilità nel distribuire le tracce tra le prime 5 o 6 e le seconde, con l’apertura che di solito era la title track e la penultima del lato B che immancabilmente doveva scaldare il cuore.
Certo, la musica c’è ancora, direte voi. Sì. Però il cd prima e i vari file fruiti da chiavette, schede oppure streaming semmai hanno sostituito il disco. Non l’audiocassetta. E il motivo è semplice: l’audiocassetta non solo permetteva di ascoltare, ma permetteva di registrare. Era lì tutta la magia. Non eravamo fruitori passivi, ma in qualche modo produttori. Quando la pirateria era solo quella del Mar dei Caraibi, io registravo il festival di Sanremo con un registratore appoggiato sotto il televisore, intimando l’assoluto silenzio agli astanti, e imprecando tutte le volte che Pippo Baudo interveniva in anticipo prima che il brano sfumasse. Per non parlare di tutti i radiogiornali che ho registrato, mentre mio fratello raccontava storie improvvisate solo per il gusto di riascoltare la sua voce (ed era capace di andare avanti per ore: deve aver esaurito tutte le parole trent’anni fa, considerando com’è taciturno adesso). E poi, vogliamo parlare della compilation? La raccolta di brani romantici metallari per far breccia nel cuore della compagna di classe, con Never Say Goodbye di Bon Hovi, Amazing degli Aerosmith e Still Loving You degli Scorpions? Se ripenso ai miei tredici anni, ripenso alle compilation. Alla magia di quell’impianto Pioneer doppia traccia, che permetteva di trasferire un brano da una cassetta all’altra, con quella transumanza poetica dell’analogico che nel creare una copia perdeva sempre un po’ dell’originale per strada, fino ad avere traccia fantasma copia di copia di copia in cui recuperare la musica diventava davvero un lavoro di fantasia.
E poi la compilation ci costringeva a scegliere. Avevamo spazio per dieci, forse quindici canzoni, non di più. E con la paghetta dell’epoca non è che potessimo regalare una o più compilation ad ogni ragazza che non ci stava (io per esempio mi sarei indebitato paurosamente). Oggi in un’oretta puoi copiarti un terabyte di musica. Ma non c’è più il disegno di quel preadolescente innamorato che sperava che i capelli di cotonati di Jon riuscissero dove i suoi brufoli avevano fallito.