NegazioneI referendum abrogativi previsti dalla normativa italiana sono considerati validi solo se a votare è la maggioranza degli aventi diritto: da anni intorno a questo punto c’è molto dibattito, e io lo trovo tristemente interessante perché in fondo rappresenta uno spaccato della nostra società, che si ripropone ogni giorno. Nel referendum ci sono due fazioni, quella del sì e quella del no: sembrerebbe la base di qualunque ragionamento democratico. Però i no hanno, come dire, qualche rinforzo. Perché votano no, senza saperlo, anche quelli che hanno preso una gastroenterite fulminante e non riescono ad uscire di casa. Votano no anche quelli che sono stati chiamati all’ultimo momento ad un impegno lavorativo fuori città e non possono farne a meno. Ma non solo. Votano no anche quelli che non hanno mai votato in vita loro perché dormono coperti da cartoni sotto i ponti delle nostre città, votano no quelli che vivono temporaneamente in un’altra città e non hanno modo di tornare a casa per votare. Votano no i delusi, i disinformati, gli apatici, gli anarchici. Da sempre, i sostenitori del no, fanno leva su queste truppe inattese di sostenitori, e quasi sempre vincono.

Perché è quello che hanno voluto i nostri padri costituenti, che non si fidavano troppo, e a ragione credo, del furor di popolo, del plebiscito, della pancia della piazza. Di quella piazza che grida “Barabba, Barabba!”, come cantava anni fa Jovanotti. L’avevano vista gridare compatta ed entusiasta negli anni del nazifascismo (salvo poi passare all’antifascismo militante quando le cose si misero male), quella piazza, quel popolo, e non avevano voglia di dargli troppo potere tramite l’unico vero strumento di democrazia diretta, il referendum abrogativo. Non a caso, vecchi filibustieri, gli stessi padri costituenti non hanno previsto la necessità di raggiungere quorum quando il referendum tocca ciò che loro avevano di più sacro, la carta costituzionale, che a ottobre dovremo difendere dai pasticci sgrammaticati del governo.

Il fronte del no, tuttavia, vince anche al di fuori del seggio elettorale. È il fronte di quelli che non partecipano all’organizzazione della festa di fine anno per raccogliere un po’ di soldi per la scuola, che non ci mettono nemmeno un euro e poi criticano. È il fronte di quelli che si lamentano perché non si gioca a calcetto ma poi guai a chiedere loro di prenotare. È il fronte di quelli che non vogliono l’ascensore condominiale, l’antenna parabolica, la raccolta differenziata. Si fanno forza del peccato più forte del nostro tempo, l’inerzia, con l’unico obiettivo, quello di non raggiungere il quorum, mai, da nessuna parte. Quello di sfinire i sì, quelli che vogliono fare, cambiare, agire, migliorare.

Osservateli, guardateli, ricordatevi di loro. Perché prima o poi avranno bisogno di un’azione, un cambiamento, un miglioramento: e allora sarà il caso di ripagarli con la loro stessa moneta. No.