freezerSe avessi la possibilità di finanziare una di quelle ricerche universitarie che tanto piacciono ai giornali, tipo “l’Università del Wisconsin di Sopra spiega perché se sei ricco e bello hai maggiore successo con le donne”, oppure “svelato il motivo per cui ai bambini non piacciono gli spinaci: è colpa del loro sapore”, se potessi allora commissionerei una ricerca sui nostri frigoriferi. O meglio, sul loro contenuto.

Già uno spettacolo di alcuni anni fa di Claudio Bisio, “I bambini sono di sinistra”, toccava il tema di quanto i nostri frigoriferi siano l’emblema di un cultura che accumula, conserva, e, in ultima istanza, spreca. Abbiamo davvero bisogno di tutto quello che conserviamo nel frigo? Abitiamo a poche centinaia di metri da salumerie, negozi di alimentari e fruttivendoli, eppure abbiamo cibo a sufficienza per sopravvivere dieci giorni in caso di attacco alieno. Peccato che sospetto che in caso di attacco alieno saremmo senza corrente elettrica dopo pochi minuti, e quindi le nostre riserve sarebbero destinate ad ammuffire con noi.
Gli scaffali sono pieni di prodotti in offerta “formato famiglia”, peccato che non ci siano praticamente più famiglie così numerose da usufruire di quel formato.

Quanti chili di pasta dovrai servire per grattugiare la mezza forma di parmigiano che quotidianamente ti propone il centro commerciale amico? E quanti sfizietti dovrai toglierti per buttare giù quel mezzo chilo di prosciutto? Non che sia una questione di regime alimentare. Ci sono vegani che hanno il frigo pieno di tofu che sembra formaggio, seitan che sembra hamburger e proteine di soia che sembrano bistecche (chissà perché i vegani ripetono sempre quanto siano succulenti i loro piatti però per ingerirli devono sempre farli somigliare a quelli di noi barbari onnivori).

Anni di doping pubblicitario ci hanno insegnato che a tavola bisogna osare, sperimentare, rinnovare, e allora eccolo lì, là in fondo, il barattolo di sottaceti messicani usati dai narcos per estorcere informazioni sotto tortura alle loro vittime; e poi c’è la salsina per tartine vegetariana tanto in, peccato che è dal battesimo di tua figlia che fa la terza media che non mangi una tartina; e poi magari la bistecca di struzzo e i due chili di paella pronta da soffriggere che fingi di aver dimenticato nel terzo cassetto del congelatore, il refugium peccatorum dove nascondi gli acquisti più infausti.

E inevitabilmente con il crescere dei nostri acquisti insensati aumentano le dimensioni dei frigoriferi: la mia generazione è cresciuta con quei simpatici monolitici rettangolari con la ghiacciaia (la chiamavano così) in alto e il resto sotto, alti un metro e mezzo o poco più, nascosti in un angolo. Adesso ospitiamo molossi che superano i due metri e che occupano il posto di rilievo in cucina; presto dovremo abituarci a sacrificare la camera da letto e dormire in soggiorno, per avere una cella frigorifera dove conservare tutto ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

Non è un problema che riguarda solo l’alimentare, a dire il vero; potremmo anche affrontare un altro tema emergente, e cioè va bene la regolarità e passi pure qualche diarrea estemporanea, ma quanto deve cagare una famiglia per giustificare l’acquisto di una convenzione da 27 rotoli di carta igienica?

Un’altra volta, magari, adesso scusate ma devo andare. Ho sbrinato il frigo e ho molto da fare.