donare_il_sangueLa prima volta fu a diciotto anni. La prima volta non può essere prima dei diciotto anni, perché i minorenni non possono donare il sangue. Andammo in ospedale accompagnati dal professore di biologia, che ogni anno compiva quel rito con i suoi allievi maggiorenni: introdurli all’importanza di donare il sangue affiancandoli nella loro prima volta. Si trattava di una scelta libera e volontaria, ma il nostro professore sapeva come convincere anche i più titubanti.
Io ci andai volentieri, a dire il vero. Era un’esperienza nuova, e a quell’età ogni esperienza ammantata di novità risulta solo per questo eccitante. Poi c’era da dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio, una sorta di prova di iniziazione. Andò tutto liscio, anche se ricordo bene un certo disappunto quando per la prima volta vidi l’ago che più che a quei capelli sottili usati per i prelievi sembrava una robusta canna di una penna stilografica, grossa abbastanza da poterla misurare in millimetri. Andò tutto bene ma poi venne l’università e con essa l’anarchia e l’individualismo tipico di quegli anni, in cui dimenticai completamente la donazione.

Il tema tornò d’auge quando una collega proveniente da una famiglia di donatori da generazioni cominciò a parlare dell’importanza di donare il sangue: il suo papà aveva più medaglie Avis di un ammiraglio e io non volevo certo sfigurare. Poi, ero già stato un donatore, spiegai con baldanza e orgoglio, sperando, come dire, che il titolo di donatore sia concesso una tantum dopo una sola esperienza. Non è così. Donatori si è sempre, perché di sangue c’è sempre bisogno purtroppo. Fu così che ripresi le mie donazioni, di solito annuali, qualche volta più frequenti, tutte le volte che avevo voglia di un giorno di vacanza ma non avevo il coraggio di mettermi in ferie. Si perché non dimentichiamo che i lavoratori hanno diritto ad un giorno di riposo per la donazione. Arrivai anche a donare il sangue il giorno in cui avevo colloqui di lavoro presso altre aziende; insomma, una solidarietà un po’ interessata, la mia. Sono passati quindici anni, da allora, e anche se non ho bisogno di giorni di vacanza per colloqui continuo a donare volentieri.

La stilografica non fa più paura, chi la gestisce sì. Perché se vedete le signore infermiere oltre la cinquantina potete stare tranquilli. Hanno visto la vostra vena ancora prima che voi entraste in sala donatori. Sanno dov’è, la sentono. Un rapido tocco con la punta delle dite, giusto per salutarla, un colpetto e via. Le signore oltre la cinquantina non sbagliano mai, per loro è come calciare un rigore senza portiere. Non sempre, purtroppo, c’è la signora cinquantenne. A volte c’è il collega quarantenne, che ha più tatuaggi di un picchiatore ucraino, chiacchiera tutto il tempo e di solito si limita a mettere e togliere il cerotto. Quello è il suo ruolo, a quello è preparato, ma può anche capitare che sia chiamato al livello successivo. Se lo aiutate, magari con qualche imbarazzo perché lui la vena deve cercarla, sentirla, palparla, prima di affondare il colpo, andrà tutto bene anche in questo caso. E dopo una decina di minuti non dovrete più nemmeno vedere i suoi tatuaggi imbarazzanti.

Un paio di volte, però, mi è capitato lui. Succede, purtroppo. Il pivello. Lo capite subito perché fa il suo esordio con un “chi, io?” di fronte all’invito deciso della signora cinquantenne. Il pivello non ha idea di dove sia la vena, non c’è nessuna speranza che la trovi, a mala pena sa perché è lì quella mattina, lui voleva fare il calciatore, l’infermiere è stato un ripiego. Cominciate a stringere con violenza la pallina antistress nella speranza che questo lo agevoli, ma non serve a niente, per lui è già tanto riuscire a colpire il braccio anziché infilzarvi una coscia. La prima volta che mi capitò, la sua tutor, per fargli coraggio, cercò di dare la colpa a me: ma è la prima volta che dona? No, ma è a prima volta che mi torturano tipo vergine di ferro. Ha bevuto abbastanza? Ho la vescica che mi esplode e sudo come un cammello, però non sono questi i liquidi che vi interessano, vero?  ? rilassato? Lo ero, prima del terzo buco a vuoto nel braccio. La prima volta, la tutor si arrese, mi chiese scusa se per quel giorno mi avevano usato tipo bersaglio umano, rivolse uno sguardo furioso al pivello e mi lasciò andare con la sacca vuota. La seconda volta, l’anno scorso, non si è data per vinta, dopo che l’impedito mi aveva saccheggiato un braccio, l’ha invitato a provarci con l’altro. Qui in effetti qualcosa ha trovato, un capillare talmente sottile da non permettere nemmeno di riempire per intero la sacca. E si che avevo bevuto, ero riposato e rilassato, le vene erano sempre quelle e non le avevo nascoste per fare lo spiritoso. Insomma, succede. Molto raramente, il pivello capita. Magari anche le signore cinquantenni, appena diplomate, non erano così brave. Forse. Il mio consiglio è di evitare i ponti e i fine settimana, giornate ad alta percentuale di presenza di pivelli.
E dopo essere dimagriti di mezzo chilo senza alcuno sforzo (facile, eh?) potrete finalmente godervi le lussuriose paste dell’Avis, quel trionfo di colesterolo assolutamente giustificato perché avete donato ed è l’unico momento in cui potete ingozzarvi di trigliceridi senza patemi. Anche se sospetto che quelle paste siano così caloriche da lasciare traccia nelle analisi della donazione dell’anno dopo. A proposito, meglio la sede centrale con il bar. In certi ospedali se la cavano con un buondì secco e un succo di frutta. E dai, 45 cc di sangue gruppo A e nemmeno un cappuccino?

Donare fa bene, e non lo dico solo in senso sanitario. Donare ci fa sentire utili. Sapere che una parte di noi farà stare meglio qualcuno più sfortunato dà un senso alla nostra giornata. Fatelo, non ve ne pentirete. E se ogni tanto vi capita il pivello, pazienza. Con quelle braccia piene di lividi spaventerete tutte le vecchiette sull’autobus, vuoi mettere la soddisfazione?