palestraHo cominciato a frequentare le palestre verso i diciassettenne anni. All’epoca avevo lasciato la pallacanestro, dopo qualche anno di attività agonistica giovanile, perché mi ero reso conto che l’età dello sviluppo per me si era ormai definitivamente arrestata sul metro e settanta, un po’ poco per continuare con questo sport, se non ti chiami Spud Webb. Andare in palestra mi è sempre piaciuto, perché è un modo di trascorrere tre quarti d’ora (mai fatto di più, e d’altronde i risultati mediocri lo attestano) con il cervello in stand-by. Che tu faccia la cyclette, esercizi per gli addominali o sollevi qualche manubrio, ti riappropri di una fisicità che la nostra vita quotidiana ha cancellato. Oggi bicipiti o deltoidi, per dire, letteralmente, non ci servono più. A meno che non facciamo attività sportiva, non li usiamo mai, se non per portare a casa la spesa o per riporre sull’armadio la cassa con le coperte invernali. Un po’ poco.
Da adolescente, osservavo dei vecchi che frequentavano la palestra. Con i loro capelli grigi e il loro viso grinzoso, mi domandavo cosa diavolo perdessero il loro tempo sulle panche. Non mi riferivo agli adulti trentenni, che tutto sommato avevano ancora qualche motivo per stare in forma, ma a vecchi di quarant’anni, forse qualcuno in più. Hai quarant’anni, potresti avere un infarto da un momento all’altro, hai passato ormai gli anni migliori, cosa fai qui? Tornatene a casa a guardare Quark, o prendere una tisana. Oltre tutto con ogni probabilità sei pure sposato, noi dobbiamo darci da fare per allargare le spalle se non vogliamo rimanere dei nerd che le ragazze non si degnano di guardare, ma tu? Tu hai la patente e l’auto, e te ne stai qui su questi tappetini usurati?
Inconcepibile.
Negli anni ho frequentato diverse le palestre, passando da quelle chic con le signore che prima di arrivare si fanno la messa in piega (poche e lasciate subito, a dire il vero) a quelle più truci, chiuse probabilmente dall’AUSL, con un ring nel mezzo sul quale si affrontavano atleti in calzamaglia tra urla e scricchiolii di ossa (giuro). Mai andato oltre i tre quarti d’ora, mai pensato di gonfiarmi come certi personaggi con le braccia e il petto talmente grossi da non riuscire più nemmeno a toccarsi la punta del naso. Nel 2008 sono diventato papà, pannolini e biberon hanno preso parecchio spazio alla mia vita privata, nel 2012 ho fatto il bis, e insomma, la mia attività fisica è diventata un ricordo.
Fino a qualche giorno fa, in cui sono finalmente tornato a sentire la puzza dei tappetini di gomma e il freddo contatto dei manubri di ferro. Il sudore sulla panca degli addominali, lo sguardo commiserevole dell’istruttore e quella scarica di endorfine che solo l’attività fisiche può produrre.Sono ritornato ai miei tre quarti d’ora, due volte alla settimana. C’erano dei ragazzi molto giovani, nella palestra dove mi sono iscritto. Mi hanno guardato. E ho capito.
Stavolta il vecchio ero io.

Ma non c’è bisogno che spieghi loro perché sono qui. Lo capiranno da soli col tempo.