computerLa mia generazione è cresciuta con un mito profondamente radicato nella nostra cultura progressista, quello della televisione cattiva, accompagnata dai giornali di parte. Indipendentemente da una attenta analisi dei contenuti, la tv era considerata un mezzo di comunicazione manipolatorio, falso, distorsivo. Un’arma nelle mani di chi la gestiva, che con il suo potere poteva esercitare un’influenza più o meno occulta su una massa ingenua e indifesa. Legati all’intramontabile idea positivista che l’uomo in fondo è buono ma va educato, ci siamo tutti convinti del fatto che la massa, questa conosciuta, era buona, ma era la tivù ad essere cattiva.

Ecco perché in tanti hanno salutato l’avvento delle nuove tecnologie, la rete, come qualcosa di innovativo e straordinariamente democratico. E forse, nei primi anni, quando si è replicato un modello tra emittente e ricevente più semplificato, perché è più facile per un giornale sopravvivere sul web di quanto non lo sia su carta, questo è stato vero. Abbiamo assistito ad un’autentica pluralità del mezzo perché tante voci si sono affacciate sul mercato dell’informazione. Anche questo mio blog, sulla quale fate una visita di tanto in tanto da ormai dodici anni, non avrebbe potuto esistere qualche decennio prima.

E poi però qualcosa ci è sfuggito di mano. Abbiamo cominciato a sentire parlare di “morte del giornalismo” da parte di blogger che rivendicavano la non appartenenza ad alcuna categoria professionale. Come se l’attività di giornalista si identificasse con quella della scrittura. Quello è l’ultimo passaggio. Prima c’è la verifica delle fonti, la raccolta delle notizie, il confronto, l’autocensura, quando necessario. Tutti passaggi che a molti blogger, ossessionati solo da click e visibilità e privi anche dei minimi fondamentali della deontologia professionale, mancano completamente. Quei blogger che rilanciano le stesse bufale da dieci anni segna sognarsi prima di fare una ricerca di pochi minuti. Un blogger che dice di fare giornalismo è come un rivenditore di pane surgelato che dice di fare il fornaio. Nessuno deve impedirglielo, ma distinguiamo le cose. E attenzione, non è questione di diplomi o ordini, ma di metodologie. La stessa persona può essere blogger, divulgatore, giornalista, medico, a seconda del contesto, ma appunto, distinguiamo il contesto. Perché altrimenti non ci accorgiamo che Internet può diventare il peggiore dei maestri.
In questi anni Internet ha colpito e distrutto, in alcuni settori, la funzione dell’intermediazione. Perché facciamo da soli. Non abbiamo bisogno di un agente di viaggio, perché ordiniamo online. Non abbiamo bisogno di un librario, perché ordiniamo online. Non abbiamo bisogno di un bancario, perché abbiamo il conto online. Non abbiamo bisogno di un farmacista, perché ordiniamo online. Ho letto di recente un articolo in merito di Baricco che mi sento di sottoscrivere. A parte l’effetto devastante che ciò ha avuto sul mercato del lavoro occidentale, dove i servizi, che erano sopravvissuti alla delocalizzazione, sono stati messi in crisi da questo sistema (migliaia di librerie e negozi di dischi che chiudono e una multinazionale che fa miliardi, scusate lo sfogo luddista ma non mi pare proprio un trionfo della sinistra), il tema è quello che non ascoltiamo più l’esperto. Il librario che ci consiglia un libro poco noto, il farmacista che ci dice di non esagerare con gli anti-infiammatori, l’agente che propone un viaggio alternativo alla Siria, di questi tempi. Non ci sono più esperti. Non riconosciamo la loro autorità perché non attribuiamo più il giusto valore al sapere e allo studio. Tu hai dedicato tutta la vita allo studio dei vaccini, e con te altri migliaia di medici? Balle, c’è un biologo nel Wyoming che dice che fanno male, l’ho letto su Internet, eh? Da strumento contro il potere, Internet è diventato strumento contro il sapere. Tu fisico mi spieghi i processo di condensazione per cui gli aerei lasciano una scia visibile ad occhio nudo? Balle, c’è un’associazione ecuadoregna che dice che sono un complotto governativo, l’ho letto su Internet, eh?

Immaginate cosa accadrebbe se un programma televisivo o una rivista promuovessero con continuità l’urinoterapia, o la negazione dell’Olocausto, o la cura del tumore con l’acqua e il limone. Oppure se si linciasse pubblicamente una persona senza che il conduttore si senta un minimo in dovere di intervenire. Proteste, cause, dimissioni, associazioni, raccolte firme. Su Internet tutto ciò esiste da sempre, e non ci sono né conduttori né, in molti casi, editori. E non è più un mezzo da universitari ventenni appassionati di Star Trek. Su Internet ci sono tutti, mamme in perenne lotta con il congiuntivo, ultras che ruggiscono dietro una tastiera e pensionati che insultano e cazzaggiano tutto il giorno su Facebook e Whatsapp ma poi si incavolano quando un ente chiede loro di mandare una e-mail.
V.O.T, cantava Baglioni anni fa parlando di tivù (Vuoti V.O.T. vuoti V.O.T. vuoti, Con le facce da idioti, V.O.T. vuoti V.O.T. vuoti, Belli beneamati e beoti…), oggi Mentana parla di webeti. C’è un filo che lega tutto.

Non era la tivù a renderci idioti. C’erano tanti idioti che guardavano la tivù. Quelli ci sono sempre stati, e sono tanti, e postano, e votano. Non c’è niente di male in tutto ciò, è la democrazia, bellezza. Però se davvero vogliamo capire quello che sta succedendo dobbiamo smetterla di leggere i corsivi degli editorialisti e cominciare a leggere i commenti sotto. Perché l’idiozia è contagiosa, ma presa per tempo si può curare.