Lo sguardo rivolto fuori dal finestrino, il telefono in una mano, il capo di un sacchetto pieno nell’altra, poggiata per terra. Fa caldo, per essere ottobre, ma lui non lo sa perché è il suo primo ottobre a Bologna. L’autobus semivuoto ferma rumorosamente, lui alza la voce per farsi sentire.

«Certo che sto andando a letto, appena rientro, che vuoi che faccia.»
Sguardo a curiosare nell’autobus alla ricerca di uno sguardo di intesa.
«E va bene, se proprio insisti darò una lavata al pavimento visto che non lo faccio da alcuni giorni, mezzo tappo di detersivo in un secchio.»
Vorrebbe usare lo smartphone per distrarsi con qualche gioco, ma non può, perché è al telefono e l’interlocutore non molla.
«Non fa freddo, te lo assicuro. Si, fra poche fermate sono a casa. Capirai, è sabato sera e sono le dieci meno un quarto, proprio una seratona.»
Si afferra il bavero della giacca, lo accarezza, una smorfia contratta sul viso.
«Ho quello marrone. Fa caldo, con quello verde, te l’ho detto. Quello marrone va benissimo.»

Arriva la mia fermata e devo scendere, ma io conosco quel ragazzo che parla al telefono. Non so come si chiama o dove abiti, ma so chi è, perché lo sono stato anch’io. È uno studente fuorisede. E meridionale, perché durante la conversazione hanno anche parlato di tempo di cottura e sugo, o qualcosa del genere, purtroppo ho perso qualche passaggio. Chissà se sua madre gli nasconde il dentifricio e le lattine di tonno nelle tasche dello zaino, come faceva la mia, che c’è rimasto un po’ di spazio e non si sa mai.

Ogni anno li rivedo a Bologna: lui o lei davanti, lo sguardo sognante a fissare le vetrine dei negozi così grandi, i coetanei in giro, il pensiero a quelle aule dove si arriva con i libri sotto braccio e si scelgono le lezioni da seguire. Poi la mamma, che si domanda come farà a curarsi quando avrà l’influenza, quale sarà il posto migliore dove fare la spesa, se basterà un cambio di lenzuola, se il suo compagno di camera non nascondeva qualcosa di losco, come se la caverà con il fisso che gli passeranno ogni mese. Dietro il papà, che pensa soltanto come se la caveranno loro, con il fisso che gli passeranno ogni mese.
Bologna ha una miniera di diamanti a cielo aperto, e sono le migliaia di studenti fuori sede che la popolano. E non solo per la faccenda degli affitti, delle spese, dell’indotto, che c’è, ma non è l’aspetto più importante. Molti di quei ragazzi, dopo la laurea, si fermeranno qui, ne arricchiranno il tessuto sociale, ne potenzieranno le imprese, ne creeranno di nuove. Ci sarà pure qualche inutile addetto stampa che se ne andrà a lavorare in Appennino, ma insomma, si tratta di fallimenti trascurabili e minoritari. È come se a una squadra di calcio arrivassero continuamente rinforzi di cui non deve neppure pagare il cartellino. Mentre le “squadre” del sud si spopolano e si impoveriscono. Ora, il rischio serio che si sta  profilando è quello che questi diamanti se ne vadano altrove, in Francia, Germania, Spagna, Regno Unito (lì forse meno).

E sarà dura, molto dura, perché su certe moquette tedesche altro che mezzo tappo di detersivo in un secchio, ci vuole.

PS Io sono stato molto più fortunato, di quel ragazzo, perché lo smartphone non c’era ancora.