“I due deputati”, indimenticabile film con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

Il santino elettorale è un sempreverde della politica italiana che sopravvive alle stagioni, agli spin doctor e alle strategie mediatiche. Quel faccione sorridente e amichevole che dava un tocco di vivacità alle cassette postali, imbottite di bollette e cartoline dei parenti pensionati al soggiorno, al limite popolate semestralmente da qualche Postal Market invadente, quel faccione torna, di tanto in tanto, a riaffacciarsi nelle nostre vite. Sono le elezioni amministrative quelle in cui ha ancora un senso, visto che i nostri illuminati politicanti hanno tolto ogni legame tra elettore ed eletto nelle elezioni politiche, in cui tocca votare un partito come si compra un ovetto Kinder: lo scopriamo dopo se la sorpresa ci piace.

Il faccione però, come tutta la nostra vita del terzo millennio, è a basso costo. Non c’è il fotografo delle prime comunioni a selezionare l’inquadratura di tre quarti che dà autorevolezza, o la camicia sbottonata che fa lavoratore. La foto magari se l’è fatta da solo il candidato con un selfie ritoccato dalla app all’ultimo grido. Quella app che dona al viso delle donne la stessa profondità di un ritratto di Modigliani e agli uomini regala quel colorito brillante e quel capello rinvigorito che temevamo relegato alle troppo poco valorizzate foto per il loculo.

Essendo low-cost la produzione del santino, lo è anche la distribuzione, relegata a bacheche Facebook dove improvvisamente diventano attivi profili che negli ultimi cinque anni hanno pubblicato una foto con il tricolore francese per il Je suis Charlie, messo qualche mi piace alla foto del cane che fa il bagno e al massimo hanno segnalato di aver raggiunto interessantissimi punteggi a videogiochi di discutibile spessore morale.

Nessun manifesto sulle decine di tabelloni elettorali, autentici monumenti allo spreco italico, nessuna distribuzione porta a porta, che grazie al forzuto ministro dell’interno se suoni per distribuirne uno l’onesto cittadino può spararti in fronte e invocare la legittima difesa. Il santino è liquido, fluttua nel mondo virtuale riproducendosi con la insostenibile pesantezza dei byte, senza un minimo di targettizzazione. Se i nostri genitori ricevevano il santino dai candidati nel loro Comune, su Facebook troviamo quelli di enti locali la cui esistenza dobbiamo verificare dopo una ricerca su Google.

Per non parlare del più increscioso dramma del santino virtuale: non si capisce mai con chi ci si candida. L’aspirante eletto oggi si vergogna di dichiarare di essere di destra, sinistra o centro. Quel tranquillizzante scudo crociato, quelle vigorose falci e martelli, quegli eleganti garofani che subito ti facevano capire che il lattaio era un nostalgico del ventennio – come avevi sempre sospettato – e che il sacrestano si era fatto in quattro per la sagra parrocchiale con una poltrona nel mirino, sono ormai residui di un’epoca passata.

Oggi una massa informe di colori accesi e loghi insignificanti, frutto di grafici e comunicatori che non hanno mai studiato grafica e comunicazione, ci ricopre di dubbi. E se almeno una volta qualche indizio potevi recuperarlo, e pensare che “sicura” fosse un aggettivo di destra e “solidale” uno di sinistra, ora tutto questo non c’è più. Insieme, civico, futuro, nuovo, aperto, libero. Il minestrone di etichette appiccicate al santino sembra prodotto da un algoritmo di terza categoria. E a noi popolo non ci resta che votare quello con il font che ci convince di più.