Berlino, 15 - 16
luglio 2004
Comincio
con una nota linguistica: i tedeschi hanno un nome, mies, per indicare
"tempo brutto e schifoso". E in effetti il tempo di Berlino
è abbastanza mies: grigio, freddo, piovoso (a luglio: non oso immaginare
gennaio).
Visitare Berlino è come visitare una decina di città che,
per una serie di accadimenti storici, convivono una accanto all'altro.
Trascurando l'immensa periferia, che per ragioni di tempo non ho visitato
(però resta impressa la strada che porta fuori città con
tanto di tribune e spalti: una volta serviva per corse automobilistiche),
ne ho contate almeno sei. La Berlino Ovest, quella del Dente Cariato
con la Scatola di Make-Up e il Rossetto (i Berlinesi chiamano così
quello che resta della Cattedrale, poco più di un rudere, con la
nuova sala e il nuovo campanile, assai bruttini a dire il vero), quella
dello zoo tristemente immortalato da Christiana F. Più che dello
zoo, mi pare che il romanzo prendesse il nome dalla stazione vicina, orrendamente
degradata negli anni 70. In ogni caso questa è la Berlino dello
shopping, dei centri commerciali e dei monumenti di arte contemporanea.
Inutile dire che le ho dedicato pochissimo tempo. C'è poi la Berlino
Est, quella che porta ancora i segni di un passato difficile da smantellare
(la torre dell'antenna dietro Alexander Platz, il murales nella stessa
piazza dove sorgeva la Casa del Popolo, la piazza delle adunate). Oggi
questa Berlino, immortalata dal romanzo "Berlin Alexanderplatz"
di Alfred Döblin e dal film tratto da Fassbinder (Berlino è
pregna di romanzi e cinema, è inevitabile), è abbastanza
sospesa tra l'abbandono e il desiderio di cancellare e ricostruire. E
in questa sospensione sta un po' il carattere di Berlino, perennemente
propensa al futuro ma incapace (per fortuna) di cancellare del tutto il
passato. Larga parte di ciò che fu Berlino Est è ormai pienamente
assorbita dalla cultura occidentale, ma qualcosa resiste intorno appunto
ad Alexander Platz. Quasi nascosta dietro questa zona si scopre poi un
paesino medievale completamente immerso nella città, il quartiere
di San Nicola. Il quartiere delle birrerie, dei bar in riva al
fiume, un autentico gioiello: immaginate, per fare un esempio, un pezzo
di Assisi nel cuore di Milano. L'impressione che si prova è un
po' quella. E c'è poi la Berlino Alternativa, quella degli
artisti, dei designer, dei giovani postmoderni che in una città
stracolma di belle piazze reinventano una stazione del treno e la trasformano
nel luogo più trendy. Alcuni la chiamano la Berlino a luci rosse,
per via della prostituzione presente, che qui se non altro si concentra
in un quartiere. Non mi sono innamorato di questa Berlino: tutto sa di
radical chic, di finto alternativo, di giovani contestatori che domani
dirigeranno multinazionali dell'acciaio. Ma stiamo parlando solo di impressioni.
Una curiosità: in un negozio del quartiere ho trovato in vendita
vino del Salento: in fondo la globalizzazione non è così
brutta come la dipingono. E poi c'è la Berlino Artificiale,
quella di Potsdammer Platz, quella del Sony Center, della piazza coperta
da una cupola di cristallo che cambia colore. Palazzi trasparenti, quartieri
disegnati da Renzo Piano che citano Genova, Venezia e Siena, fiumi e laghi
artificiali, enormi pannelli video appesi agli edifici. La Berlino costruita
dal nulla, da una zona militare disabitata, la Berlino dove Est ed Ovest
finalmente si incontrano. Sarà così il nostro futuro? Non
credo. La Berlino Artificiale nasce dalla negazione della storia. Mentre
qualsiasi città porta impregnate dentro di sè le vite, le
vicende, gli incroci di chi ci ha vissuto (il che vale per le città
millenarie come per i sobborghi industriali nati negli anni 70), qui tutto
è studiato, progettato, sviluppato con criterio. Manca il caos,
persino le poche tracce del passato (alcuni ruderi di quel che fu un albergo
ottocentesco) sono ingabbiate e messe in vetrina. Tutto è logico,
sensato, perfetto. E però nessuno vuole vivere qui, e il costo
degli appartamenti è in calo vertiginoso. Come le lingue artificiali
(ricordate l'esperanto?) logiche, semplici, efficienti, che nessuno ha
mai parlato, anche queste città artificiali sembrano destinate
a non essere mai veramente vissute.
E la Sesta Berlino? La sesta è quella nascosta che non sono
riuscito a scoprire, perché nessuna città, a nessuno, si
mostra mai completamente.
|