Il giorno dello sfigato
luglio 2007
Appaiono
improvvisamente con il loro comunicato in mano, il volto scuro, l'aspetto
tenebroso.
Nessuno li ha mai visti prima, nessuno sa chi siano, vederseli così,
piombare in salotto mentre leggono ossequiosi le righe che il comitato
di redazione ha passato loro fa un po' impressione.
Sono quei giornalisti di retroguardia, che magari fanno un lavoro prezioso
e ricoprono un incarico redazionale importante, che appaiono in tivù
solo quando c'è sciopero, per annunciare che il telegiornale non
c'è, per questo e quell'altro motivo. Sono gli unici che godono
di un momento di popolarità in una circostanza per altro sfavorevole,
chissà, forse chiamano gli amici, accendete la televisione che
oggi leggo il comunicato dello sciopero, proprio io, non ci crederai!
Detto questo, condivido le motivazioni con cui i giornalisti hanno scioperato
ieri (non avendo un contratto da giornalista, posso limitarmi al sostegno
morale), cioè contro la norma voluta da Mastella contro le intercettazioni.
Non ne conosco bene i dettagli, ma dall'indulto in poi ho imparato che
da Mastella non può venire niente di buono, per cui va bene lo
sciopero...
40 anni di Beatles
giugno 2007
Quella del
68 è stata un generazione che ha avuto il merito di conquistare
il dominio culturale "generazionale" sui loro genitori ed il
demerito di non mollarlo più nè per i figli, nè,
ormai, per i nipoti.
Quando parlo di dominio culturale mi riferisco alla capacità di
conquistare spazio sui media, nella politica, nell'arte, in modo da imporre
i propri gusti: i sessantottini smontarono secoli di musica "alta"
e ci piazzarono i Beatles, trasformando in musica d'elite persino quei
generi, come il jazz, nati nei ghetti poveri. Dopo vent'anni hanno cominciato
con il revival, disprezzando la musica anni 80 dei loro figli (musica
commerciale, musica vuota, musica usa e getta, vuoi mettere John Lennon).
Vi ricordate i vari "Vent'anni dopo", "Sapore di mare",
"Una rotonda sul mare"? Ora, quarant'anni dopo, uno potrebbe
pensare che c'è stato un ricambio generazionale, che magari si
ripropongono i programmi nostalgici, ricordando gli anni ottanta. Macché.
Sempre e comunque Beatles, di cui si festeggiano il quarantennale dell'uscita
si Sgt.Pepper, sempre e comunque noi si che sapevamo vivere, noi sì
che abbiamo cambiato il mondo, noi si che ci sapevamo fare. Ma basta!
I Beatles sono stati un grande gruppo, ma questo non vuol dire che David
Bowie, Queen, U2 e Rem (i primi che mi vengono in mente in un percorso
post anni sessanta) non valgano nulla. Quando andranno in pensione i sessantottini
che sui giornali si interrogano se siano meglio i Beatles o i Rolling
Stones? Quando lasceranno cadere la penna gli sceneggiatori che ricordano
e vivono solo di Piper, Bandiera Gialla e Woodstock? Secondo me è
ancora presto.
Prepariamoci anzi ad un convegno "68, cinquant'anni dopo" fra
una decina d'anni. A organizzarlo, sempre i soliti arzilli sessantottini
inchiodati alla poltrona...
La
pubblicità rotonda il nonnetto mi sfonda
maggio
2007
In questi
giorni Bologna è presa d'assedio dai pettorali dell'Arcuri. Con
una campagna pubblicitaria aggressiva come non ne ricordavo da tempo,
la Manuelona mostra il suo straripante davanzale agli automobilisti con
una serie di cartelloni sparsi per la città.
Non solo i tradizionali 6x3, posti nelle posizioni strategiche per generare
maxi tamponamenti: ma anche una sfilza di cartelli pi piccoli, appesi
uno dietro l'altro, cosicché se ti perdi il primo c'è il
secondo, e poi il terzo, e poi il quarto, quasi a sperare che ci sia,
come dire, un'evoluzione nell'abbigliamento intimo della soubrette.
Ebbene, la domanda che mi ronza in testo da qualche tempo è: ma
questi manifesti, hanno successo anche sulle donne, che poi sono il target
primario delle campagne? A meno che non si rivolgano agli uomini affinché
regalino quella biancheria alle loro compagne (ma mi sembra contorta come
strategia di marketing), non me li spiego.
Anche perché io avrò visto decine di volte il manifestone
dell'Arcuri (non sono un maniaco, giuro, ma èdavvero ovunque),
e nemmeno mi ricordo che marca di lingerie pubblicizza. L'occhio umano
seleziona, ed evidentemente quello maschile in questi casi non si sofferma
sul marchio.
E quello femminile? Care lettrici, voi comprate la biancheria perché
la reclamizza l'Arcuri mezza nuda? Se ècosì, i pubblicitari
hanno ragione. Se non è così, ditegli di smettere, prima
che un vecchietto abbia un coccolone e mi finisca addosso con la macchina...
Curiosità
sul traffico
aprile 2007
Non lo so, sarà
il periodo, sarà che lo ascolto più attentamente alla ricerca
di altre perle linguistiche.
Avete mai fatto caso al modo in cui si attribuisce sempre ai curiosi a colpa
di un rallentamento su un corsia opposta a quello di un incidente? Traffico
rallentanto sulla corsia opposta a causa dei curiosi... Io me li immagino,
questi scellerati omini odiati dall'Onda Verde, che rallentano e si sporgono
da finestrino commentando il possibile numero dei morti e indicando con
l'indice le tracce di frenata sull'asfalto.
Ma di che state parlando, ondosi verdi? Io se vedo un rogo sulla corsia
opposta, un fumo che si alza, un movimento inatteso, rallento non perché
sono curioso, che non mi interessa affatto vedere a chi è toccato
stavolta, ma perché ho un minimo di buon senso, e rallento per essere
sicuro che non sia accadauto niente sulla mia, di corsia.
E come me immagino tanti altri! Smettetela di dare la colpa del traffico
a chi ogni tanto rallenta.
Se ci fossero più curiosi che vanno piano per guardarsi intorno e
meno imbecilli che sfrecciano guardandosi la punta del naso, forse ci sarebbere
anche meno incidenti.
E il vostro programma durerebbe meno.
Vallettopoli e me
marzo 2007
Immaginate
per un attimo di essere famosi: io l'ho fatto, e mi sono reso conto di
non avere una vita adeguata. Penso già al fotografo che chiama
al collaboratore.
"Allora?"
"Buone notizie, capo. L'abbiamo pizzicato due volte con le dita nel
naso".
"Tutto qui?"
"Be', la seconda volta era un bel primo piano".
"Non basta".
"Ho un informatore che sostiene di averlo sentito scoreggiare in
autobus"
"Hai la registrazione?"
"No..."
"Allora non so che farmene. Passami l'agente speciale X"
"Pronto?"
"Allora, abbiamo ottenuto qualcosa?"
"Qualcosa c'è. Sembra si sia guardato online un po' di donnine
nude".
"Ottimo! Su quali siti? Siti per pervertiti, perversi, maniaci?"
"La Repubblica e il Corriere, capo".
"Al diavolo. E in tivù?"
"In tivù l'abbiamo pizzicato a guardarsi un servizio in tarda
serate sulle letterine".
"Se non c'è di meglio..."
"Ehm...capo..."
"Si, agente X?"
"Durante il servizio dormiva."
"Maledizione..."
Mi rendo conto che sarei un famoso di una noia mortale, senza neanche
un vizio ricattabile. E forse e proprio per quello che non diventerò
mai famoso...
Il carbone pulito
febbraio 2007
Lo chiamano
"carbone pulito". Proprio così. Proprio come la benzina
verde, ricordate? Quella che, grazie ad un po' di piombo in meno, nella
miscela e nei nostri polmoni, pretendeva di risolvere il problema dell'inquinamento
con gas di scarico profumati. Il carbone pulito però è un'offesa
all'intelligenza a cui neanche i sostenitori del nucleare (che ricordano
che le centrali non provocano emissioni dannose per l'effetto serra ma
trascurano di menzionare le migliaia di anni e i miliardi che occorrono
per bonificare una discarica di scorie) erano mai arrivati. Ebbene, il
carbone pulito si riferirebbe a centrali a carbone che anziché
scaricare in cielo come fanno da secoli i loro fumi puzzoni, li scaricano
in una buca nel terreno. Geniale. Ovviamente la buca non è vicina
alla centrale, che sarebbe troppo facile, ma a decine, centinaia di chilometri,
in modo che gli ecologici produttori di energia abbiamo modo di seppellire
qualche migliaio di tonnellate di tubature. E nel buco, cosa fa il carbone?
Si solidifica, dicono gli scienziati. Anzi, si solidificherebbe, visto
che ci vuole qualche secolo prima di vedere se ha funzionato. In questo
modo i nostri discendenti, oltre alle scorie sparse un po' qua e un po'
la e i cieli avvelenati, si ritroverebbero anche il sottosuolo pieno di
diamanti puzzoni. Il carbone pulito, lo chiamano. Pulito come le loro
facce di tolla...
Liberate Babbo Natale
gennaio 2007
La fine delle
feste (ho sempre considerato il rientro post-natalizio il più doloroso
in assoluto) porta malumore, sconforto, irritabilità, nervosismo.
E allora cerco una buona notizia.
E la trovo, scavando con accortezza: finalmente verranno infatti i rimossi
a questo punto gli orrendi babbi natali appesi un po' ovunque e mortificati
a pancia giù contro case, balconi, terrazze. Non so chi abbia cominciato,
la prima volta che ne vidi uno (credo fu in Irlanda 6 anni fa) pensavo fosse
buffo:era grande, stava su un tetto e sembrava puntare al comignolo). Poi,
come sempre succede, la moda ha travolto tutto, e questi poveri simulacri
sono stati costretti a quindici giorni di umiliazione, sballottati dal vento,
ridicolizzati dalla pioggia, scherniti da piccioni e passanti. Oltre tutto
molti di loro erano sagome solo retro, e perciò se si voltavano sembravano
spaventosi uomini senza volto.
Non si fa così.
Sarà anche un simbolo consumista, un pupazzo creato dalla Coca-cola
stravolgendo l'icona di un santo popolare, però un po' di rispetto
Babbo Natale se lo merita. Se proprio volete appenderlo, l'hanno prossimo,
abbiate il buon gusto di rimuoverlo dil 26 dicembre, a missione compiuta.
Anche lui ha diritto a tornare a casa.
Regali natalizi
dicembre 2006
Lui si aspetta
un cellulare di nuova generazione, con la tv incorporata e un software
per la gestione del bilancio familiare che pernette di pianificare gli
investimenti alla fermata dell'autobus. Ha fatto a lunga la corte a quel
cellulare, ha lasciato in giro le pubblicità, i volantini dei centri
commerciali aperti sempre sulla pagina di quel telefono, persino le fotocopie
del manuale di istruzioni prestato da un conoscente. Lei gli regala una
cinta. Firmata, che costa più del cellulare, è in pelle
pregiata. Una cinta. Lei si aspetta un paio di orecchini con topazio.
Ha già l'anello e la collana, le mancano solo gli orecchini per
completare il set, li vuole, l'ha scritto sulla lavagnetta in cucina,
nello screensaver del computer e ha persino gridato orecchini l'ultima
vola che hanno fatto l'amore. Lui le compra un palmare con gli esercizi
per la ginnastica pre-caricati. Costa il doppio degli orecchini. Lui si
andrà a comprare il cellulare prima della fine del mese, lei ha
già indossato gli orecchini che si è comprata da sé
alla festa di Capodanno. Morale: se volete risparmiare, niente sorprese
a Natale.
A me sembra una cassata
novembre 2006
Immaginate di
essere un ingegnere: progettate una palazzina, comprate i materiali, istruite
la ditta edilizia, seguite il cantiere, e dopo mesi, forse anni di lavoro
arriva una ruspa con una scritta stampata e ve la butta giù, perchè
il campanello rosso stona con il tappetino. Oppure immedesimatevi in un
medico che ricorre ad una complicata operazione di chirurgia per salvare
un paziente, lo cura con tutte le sue forze, riesce a rianimarlo, poi ad
un certo punto arriva un tizio con una scritta sul camice, osserva la sala,
si accorge che gli avete dato un aspirina effevervescente anziché
una da ingoiare, vi ordina di sospendere la cura e ammazza il povero paziente.
Ancora, non so, fate finta ti essere un insegnante che guida con passione
la sua classe di liceo, trasmette loro l'amore per la cultura e la voglia
di sapere, arriva a presentarli all'esame di stato, dopo di che una commissione
- tutti con una scritta sulla giacca - decide di non ammettere nessuno all'esame
bocciandoli perché una mattina di tre anni prima, nel fare lezione,
avete dedicato tre ore ai presocratici anziché due, come previsto
dal programma. Vi sembra folle? Allora completiamo dicendo che la scritta
che i tizi della finzione riportano è "Cassazione", e allora
vi renderete conto di come devono sentirsi magistrati, procuratori, ma anche
assistenti, poliziotti, carabinieri, segretari, e in fin dei conti tutti
i contribuenti quando la corte decide di "cassare"...
Uomini a cui non
piace il calcio
ottobre 2006
Ci sono, per
quanto possa sembrare incredibile, uomini a cui non piace il calcio. Non
solo non piace loro guardare le partite in tivù (comprensibile, specie
se si tratta delle stucchevoli qualificazioni a qualcosa o degli infiniti
preliminari della Champions League già Coppa dei Campioni), non solo
non si esaltano nel branco quando si tratta di urlare e sventolare bandiere.
Non amano nemmeno giocarci, a calcio. Quali possono essere i motivi che
possono indurre un uomo a questa condizione estrema?
In alcuni casi, si tratta di schiappe paurose. Quelli che portavano la giustificazione
per non fare educazione fisica alle scuole medie e che hanno con il gioco
un rapporto così conflittuale da perdere anche quando fanno un solitario.
La schiappa, per sopportare la sua insostenibile condizione subalterna,
si giustifica disprezzando lo sport tutto.
Poi ci sono quelli che invece sono forti, ma nei cosiddetti sport minori:
pallavolo, basket, tennis. Relegati su Rai Sport e costretti a imprese ciclopiche
per trovare spazi e compagni con cui giocare, serbano rancore per lo sport
nazionale e sognano di andare a vivere in paesi alternativi, a giocare a
baseball a Cuba o a Cricket in India.
E ancora, da non dimenticare i radical chic, quelli che trovano il calcio
triviale, volgare, grezzo. E che preferiscono ubriacarsi e molestare le
ballerine dei night club.
Poi ci sono gli incompatibili: o mancano completamente di agonismo, per
cui osservano il movimento della palla come se dovesse accadere qualcosa
di imprevedibile, la osservano e si domandano che cè di bello;
oppure di agonismo ne hanno troppo, ma hanno capito, alla quinta rissa e
al terzo occhio nero, che è meglio se restano a casa.
Care amiche, se al vostro ragazzo non piace il calcio, cominciate a preoccuparvi.
Lunico modo
di conoscere davvero una donna
settembre 2006
Ci sono tanti
modi per capire comè fatta una donna e come si comporterà.
Cè chi osserva labbigliamento, chi il modo di muovere
le mani, chi il tono della voce. Ma il metodo infallibile per cogliere la
reale essenza di una donna è un altro: sapere come si depila. La
depilazione infatti è - dopo il parto e lallattamento - la
più femminile delle attività, che al contrario delle prime
due è anche piuttosto frequente. Ebbene, seguendo questo ragionamento
si possono dividere le donne in quattro categorie.
Le orsette. Cioè quelle che non si depilano se non sono costrette
da qualche avvenimento sociale come le ferie al mare o un appuntamento con
un nuovo partner. Le orsette sono pigre, menefreghiste, tradizionaliste,
legate alla famiglia e al focolare domestico, testarde e con unalta
considerazione di sé: chi mi ama mi segua con i boccoli sui polpacci,
insomma
Le truci. Cioè quelle che usano qualunque oggetto contundente pur
di liberarsi dei peli superflui (cioè di tutti i peli: le truci hanno
di solito i capelli corti e se potessero si farebbero la pelata come Sinead
OConnor). Le truci usano i rasoi dei loro compagni (generando la comprensibile
ira funesta), le forbici per il pesce, lo sbuccia carote, il tagliaerbe.
Sono persone concrete, energiche, piuttosto permalose, disordinate e testarde.
Chi mi ama stia zitto.
Le scienziate. Cioè quelle che inventano continuamente nuovi sistemi
di depilazione, che si aggiungono a quelli che trovano sulle riviste femminili
e alle leggende metropolitane. Mangiano frutta particolare che ostacola
il muscolio orripilatore, fanno esercizi per indebolire i peli, si spalmano
frullati sulle cosce e parlano con gli stinchi per fiaccare la resistenza
della moquette. Le scienziate sono allegre, ottimiste, testarde, speranzose,
simpatiche, lunatiche (perché alla gioia di aver trovato un nuovo
metodo si associa la delusione di scoprire che non funziona).
Le cerettose, cioè quelle che disprezzano le truci perché
con il rasoio i peli ricrescono più vigorosi e grossi e invidiano
le fighette delle quali non possono permettersi lo stile di vita. Hanno
conosciuto sicuramente delle scienziate e forse esse stesse lo sono state,
ma solo il tempo necessario a capire che non cè alternativa
alla cera, una striscia adesiva e strapp...Sono decise, testarde, tenaci,
meticolose, disposte al sacrificio, amanti focose ma diffidenti allinizio.
Le tecnologiche. Hanno comprato il primo epilatore meccanico negli anni
80, funzionava a pedali, adesso hanno il Professional 3000 e quando lo usano
lo sente tutto il condominio. La loro fede nella tecnologia fa sì
che non perdano nessun aggiornamento, perché sanno che il pelo è
bastardo e crea degli anticorpi, per cui va colpito a tradimento con un
nuovo epilatore. Sono persone ottimiste, testarde, emancipate, precise,
metodiche, abitudinarie.
Le fighette. Cioè quelle che vanno dalla shampista per dare un tocco
ambrato allacconciatura, che si fanno fare la manicure sui polpastrelli
perché la tastiera li sciupa, e che hanno unestetista prescelto
per ogni parte del corpo e con i quali hanno appuntamenti periodici (il
lunedì Cinzia per le gambe, il martedì Alfonso per il viso,
il mercoledì Loredana per il pube e così via). Sono insicure,
testarde, petulanti, hanno continuamente bisogno di conferme e vanno in
crisi se ledicolante per una volta non le sorride sbirciando la minigonna.
Sono di solito piuttosto sociali e affabili, dal momento che stare con gli
altri le aiuta a dimenticare le rughe
PS Tutte le donne sono testarde.
Buchi insondabili
agosto 2006
Quando vedo
in televesione un programma di quiz (succede mediamente una volta ogni tre
anni e coincide di solito con le ferie o la malattia) penso sempre che non
potrei vincere mai. Non che mi manchino delle buone basi di geografia, storia,
letteratura: il problema è che ho dei buchi insondabili in argomenti
"laterali" che diventano fondamentali per gli autori di quiz.
Non c'è niente da fare, non riescono ad entrare in zucca: la formazione
della Juventus del 1982 è sempre lì, non si sposta, e lo spazio
celebrale è occupato anche da alcune inutili canzoni e trame di film
che desidererei invano di dimenticare. Ma per esempio non c'è verso,
per me, di imparare i nomi dei cocktail: sarà che non bevo quasi
mai, ma per me margaritas, tequila boom boom e compagnia rimarrano sempre
un mistero. Ho appena imparato che il Cuba Libre è coca cola con
rum, ma i cubani non lo bevono quasi mai (preferiscono il mohito) per cui
penso che lo dimenticherò. E poi non imparo mai i nomi delle razze
dei cani, a parte il barboncino e il pastore tedesco, gli altri sono tutti
incroci che somigliano più o meno ad un barboncino o ad un pastore
tedesco.
E i nomi degli attori: adoro il cinema e guardo molti film, ma gli attori,
porca miseria, mi sfuggono sempre, e devo ricorrere continuamente a perifrasi
come "quello che interpreta un ruolo secondario in.." "il
protagonista di..." "quella che stava con...".
Niente quiz, con queste premesse, non ne varrebbe la pena.
Ball Center
luglio 2006
Dei call center
si parla spesso per le condizioni disumane di lavoro, per le paghe da terzo
mondo, per l'alienazione di chi deve dare risposte precompilate per ore
e ore senza poter mai staccare gli occhi dal monitor.
Se ne parla perché è un lavoro che non prevede possibilità
di far carriera, e perché in molti casi neanche lo stipendio è
sicuro, essendo legato all'efficacia dell'operazione telefonica (in caso
di telemarketing).
Io vorrei aggiungere un altro punto di vista: quello del cliente. Sono stufo
di musichette noiose (fosse una canzone intera: sono brani di pochi secondi
ripetuti ossessivamente), di aspettare anche 15, 20 minuti prima di una
risposta, di ragazzi stressati che danno risposte a vanvera e si contraddicono.
C'è Lucia per cui il servizio è disattivo, secondo Marco funziona
tutto perfettamente, Giulia consiglia di staccare la corrente e riavviare,
per Franco il servizio non esiste. Mai due volte la stessa risposta, e soprattutto
vaghezza, incertezza, ambiguità, tentennamenti, risposte evasive
e provare a prenderci.
Basta!!!!
Assumete delle persone, formatele, fategli fare dei corsi, spiegategli le
offerte e i vostri servizi, date modo loro di riposarsi di tanto in tanto,
pagateli di più, fate quello che volete ma datemi un servizio decente.
Non faccio nomi di aziende tanto, con qualche rara eccezione, la mediocrità
del servizio è dilagante.
Salve sono Carla, in cosa posso aiutarla? In niente, Carla, tu hai studiato
filosofia teoretica, per te l'ìp è una pompa di benzina e
sono sei ore che prendi insulti per conto della tua azienda. Tu non puoi
aiutarmi, Carla: spiegalo al tuo capo
Bye Bye Corea
giugno 2006
Ci sono voluti
quattro anni di silenzioso rancore, ma alla fine i simpatici amici sudcoreani
hanno avuto ciò che si meritavano.
Hanno cioè amaramente scoperto - come spero in futuro accada a Juve,
Milan e compagnia - che senza arbitri corrotti è difficile vincere
se non si sa giocare a calcio. Nel 2002 la nazionale sudcoreana, spinta
dal pubblico ma soprattutto dagli sponsor (ammetteremo che tra Samsung e
Mivar non c'è gara) arrivò in maniera indegna in semifinale.
Noi ci ricordiamo ovviamente della sconfitta decretata dall'arbitro Moreno
(non è questione di tifo: riguardando venti volte quella partita,
venti volte ci si accorgerà di un arbitraggio scandaloso) ma anche
contro la Spagna i sudcoreani vinsero insultando lo sport e le regole. Stavolta
gli sponsor hanno potuto meno, certo sono sempre potenti ma comprarsi due
mondiali sarebbe stata eccessivo.
E così la nazionale orientale torna a casa al primo turno, come fa
da decenni e come continuerà a fare fino a quando non tornerà
a comprare gli arbitri. Il sassolino nella scarpa ce lo siamo tenuti per
quattro anni, ma adesso, cari sudcoreani, possiamo cortesemente sfilarcelo
e passarvelo.
Vedete voi dove depositarlo.
Il discreto fascino
del bancomat
maggio 2006
Si guardano
intorno con occhio guardingo, hanno letto di brutali assassini delle steppe
caucasiche, rumeni clonati e clonatori e scippatori napoletani in trasferta
e non vogliono farsi cogliere impreparate. Sono le donne che si avvicinano
al bancomat. Stanno poi attentissime a che qualcuno non osi superarle nella
fila, pronte a scattare con il taglia fuori per l'avventato cliente che
non si accorga di loro. Poi, arrivato il loro turno, qualcosa accade. Intanto,
il riflesso del bancomat le getta nel panico, per cui si fermano, estraggono
il necessario dalle borsetta e si danno una pettinata e una ritoccata al
volo. Poi decidono di estrarre la carta. Sono in fila da venti minuti, ma
la carta del bancomat a cercano solo adesso, e ovviamente prima di trovarla
devono maneggiare fazzoletti di carta, chiavi di casa, ombrelli, chiavi
dell'auto, assorbenti, chiavi dell'ufficio, caramelle, occhiali da sole
e frontalino dell'autoradio (del fidanzato, che l'ha scordata lì).
La trovano. E lì scoprono quante cose fantastiche si possono fare
con il bancomat: caricare il cellulare, farsi stampare il saldo, l'estratto
conto, gli ultimi movimenti. Si interessano, se presente, anche a Telethon
e ai nuovi servizi in promozione, e se solo ci fosse una sedia su cui sedersi
comodamente probabilmente passerebbero il pomeriggio davanti a quello schermo
a fosfori verdi. Peccato che dietro di loro c'è un uomo che dal bancomat
vuole soldi, e non conferme emotive. Uomini, i soliti gretti materialisti...
Il congegno antivecchiette
aprile 2006
Non so se
vi è mai capitato di accedere ad uno di quegli edifici dotati di
controllo biometrico delle entrate. Quasi sempre si tratta di banche che,
prima di farvi entrare, vi infilano in una cabina trasparente e vi chiedono
cortesemente l'impronta digitale. Così, se svuotate il caveau e
ammazzate le cassiere, almeno sanno subito che impronta avete. O magari
hanno un sistema lombrosiano che rifiuta i clienti con le impronte riconducibili
al carattere criminale.
Quale che sia l'obiettivo, questi strumenti sono fenomenali per bloccare
una delle piaghe sociali di Bologna, e cioè il problema delle vecchiette
salta fila. Le vecchiette si infilano ovunque, tu sollevi il braccio per
indicare al panettiere lo sfilatino che ti interessa e loro pronte guadagnano
spazio, si infilano nell'intercapedine e ordinano tre rosette; tu stai
per chiedere un etto di prosciutto con il tuo numeretto salvafila in mano
e loro, con un numeretto artefatto che conservano da decenni, ti scartano
con indifferenza e ordinano 25 grammi di prosciutto non troppo salatino
ma di quello buono. Contro gli accessi biometrici, le vecchiette non possono
nulla: si entra uno alla volta. Per non parlare del fatto che il dito
incartapecorito spesso e volentieri non viene riconosciuto dalla macchina
insensibile che lo cataloga come tessuto inorganico.
Uno alla volta, anche per chi ha lasciato le finestre aperte a casa o
ha fretta perché sta per cominciare il TG4. Voglio l'accesso biometrico
anche alla posta e dal medico, lo voglio subito!
Ci vediamo all'angolo
dei salotti
marzo 2006
Una volta
avevamo il rito della domenica pomeriggio. Celebrato da film e canzoni,
rappresentava il trionfo della mascolinità distratta nel resto
della settimana: (riuniti in circoli, salotti, club, automobili (quando
l'autoradio era un lusso, sembra ieri) e, i più fortunati, negli
stadi, ci si incontrava per il rito del campionato di calcio. Chiave di
accesso a quel mondo era la schedina, ripiegata nel portafogli, che ostinatamente
per i più si fermava all'11, esitante sulle soglie dell'orgasmo.
Quel mondo non c'è più: dilatato nell'anticipo, nel posticipo,
nella Champions, nelle dirette criptate, oggi chi volesse seguire il campionato
di calcio con gli amici dovrebbe trascorrere con loro tutta la settimana.
Troppo, decisamente.
Non ci resta che fare come le donne, e vederci per fare shopping all'Ikea.
L'importante è non farsi scoprire mentre si piange di malinconia
sulla libreria in faggio laccato.
Chi stona prega tre
volte
Febbraio 2006
A Pistoia
l'ufficio liturgico ha predisposto un galateo da tenersi in chiesa. Una
specie di raccolta di quei messaggi che a volte con umorismo (per parlare
con Dio non serve il cellulare) a volte con minacciosi disegni (una bella
x sulla ragazza sgambata) invitavano i fedeli ad un comportamento adeguato.
Niente telefonino, allora, niente coscia lunga in esposizione, puntualità,
niente gomma da masticare. Evidentemente il problema si pone soprattutto
per certi turisti, abituati a frequentare una chiesa come se fosse un
bar, e non dei più raffinati. Ma non solo loro: ci sono abiti da
sposa più sexy di una tutina di Eva Henger, e il cellulare ormai
squilla anche ai sacerdoti più distratti, per non parlare del vecchio
trucco di presentarsi in chiesa dopo il Vangelo per accorciare la celebrazione.
Un richiamo all'ordine è doveroso, senza per questo tornare alla
messa in latino come vorrebbero alcuni.
L'ufficio suggerisce non solo proibizioni, ma anche proposte positive:
inviti a cantare, per esempio, perché chi canta prega due volte.
E chi stona, quante volte volte prega? Tre. Due volte lui, e una il vicino
che implora il Cielo che smetta subito.
W la mamma
Gennaio 2006
Mentre i nostri
ritmi, il nostro stile di vita, il nostro umore e anche la nostra salute
sono fracassati da pianificazioni, progetti, scadenze (dead line, dicono
gli inglesi, e in effetti qualcosa di mortale in tutto ciò c'è)
c'è una campionessa dello sci, Isolde Kostner, che rinuncia ad un
appuntamento fondamentale per un atleta come le Olimpiadi (per giunta da
disputarsi in casa, a Torino) perché è incinta.
Ci sono una serie di appunti da fare, ovviamente: la Kostner due anni fa
ha avuto un infortunio abbastanza grave che l'ha segnata (non si riesce
più ad andare fortissimo quando si è persa l'incoscienza dei
campioni). Non era in forma strepitosa anche prima dell'Olimpiade e forse
non avrebbe raccolto granché. Il ritiro l'aveva già annunciato,
solo l'ha anticipato.
Però, a costo di voler risultare forzatamente romantici, resta il
fatto che questa donna ha saputo rinunciare a qualcosa per diventare mamma.
Un bell'esempio e una boccata d'ossigeno per un argomento in cui da tempo
si parla solo in termini di zigoti e provette.
Resta l'amara considerazione che una campionessa pluripremiata può
tranquillamente mettere in secondo piano la carriera e ritirarsi per fare
la mamma; ma quante donne (meglio sarebbe dire quante famiglie) oggi sono
nella condizione di potersi permettere questa scelta?
L'Italia
dei guru
Dicembre 2005
La Fiera
dei piccoli e medi editori di Roma 2005 ha offerto una serie di spunti
su cui riflettere.
Scandalosa, oscena e imprevista scoperta per giornalisti, guru dei new
media, massmediologi e intellettualoidi: c'è un sacco di gente
che compra libri. Giovani, donne, anziani, bambini. Non solo: comprano
libri di autori esordienti, di sconosciuti, libri di poesia o saggi di
autori provenienti dal terzo mondo. Invogliati non da pubblicità,
gadget e sconti, ma semplicemente da una frase, una suggestione, una quarta
di copertina. Gli intellettualoidi si agitano, argomentano, si interrogano,
disquisiscono: come mai questo non succede tutto l'anno? Come mai quest'anomalia
di Roma? Che ci fanno queste migliaia di persone a Roma, che non c'è
neanche Radio Dee-Jay? Semplice. Tutto l'anno ai lettori vengono proposti
maghetti volanti, giovanissime prostitute, resoconti di trasmissioni televisive,
barzellette e polpettoni fantareligiosi. Poi capita una boccata d'aria
fresca come questa fiera, e la gente accorre numerosa. Ci sono tante Italie.
Quelle di mandrie di militari in licenza, liceali brufolosi e ragazzini
innamorati delle veline che accorrono al MotorShow a gridare "faccela
vede'" alle hostess massacrate e a contendersi ferocemente un cappellino,
e quella di chi va a Roma a comprare libri di cui non ha mai sentito parlare.
Ci sono tante Italie, ma i guru sembrano guardare sempre la stessa.
PS. Le copie
del mio romanzo sabato pomeriggio erano esaurite. Come autore ed editore,
che si mangeranno le mani per mesi...
Minigonnari e spacchisti
Novembre 2005
Gli uomini
essenzialmente si possono dividere in due categorie: i minigonnari e gli
spacchisti. I minigonnari sono coloro che non sanno nascondere il loro
compiacimento di fronte ad una donna che indossi una mini. Non importa
che le gambe siano affusolate, snelle, dritte, depilate. Per i minigonnari
si tratta di elementi accessori: quello che conta è la dimensione
di pelle scoperta. I minigonnari sono concreti, realisti, un po' infantili,
hanno bisogno di emozioni forti, hamburger e patatine fritte, film hollywoodiani
e fumetti, macchine sportive e birra.
Gli spacchisti, invece, sono gli uomini che vanno in visibilio di fronte
alle donne che indossano una gonna con lo spacco. Non importa la dimensione
dello spacco, quello che conta per lo spacchista non è il poco
che osserva, ma il tanto che immagina. Lo spacchista vive di immaginazione,
di sogno, intravvede turbini di piacere indescrivibile dove ci sono pochi
centimetri di collant. Lo spacchista ama la letteratura e i tramonti,
il vino e la pasta, il cinema europeo e la bicicletta, non vuole emozioni,
vuole evocazioni. Siamo fatti così. PS Per le donne: spacchisti
o minigonnari, se volete far colpo su un uomo, dimenticatevi i pantaloni.
Sono dei dissuasori mobili per lo sguardo. Forse un giorno l'involuzione
porterà ad una sottospecie di jeansari, trogloditi con la coda
e i peli sulla fronte. Nel frattempo, compratevi una gonna.
Sabrina Ferilli è
una cozza
Ottobre 2005
Ho letto
recentemente su un giornale free-press che c'è chi ha definito
Sabrina Ferilli una cozza. Chi mi conosce sa che sono un ammiratore di
lunga data della signora Ferilli (spero però torni presto al cinema,
le fiction - a parte Montalbano - mi annoiano). E condivido pienamente
questa definizione: Sabrina Ferilli è un cozza. Lo penso e lo ribadisco
perché lo ritengo un complimento straordinario. Sarà che
sono nato vicino a Taranto, sarà che in fondo all'anima rimango
fondamentalmente un cozzaro, ma non capisco perché dare della cozza
ad una signora debba assumere un valore spregiativo. La cozza è
slanciata ed elegante nella sua figura affusolata e nera (il nero è
sempre chic), non punge, non graffia, racchiude un alone di mistero, non
si offre facilmente, richiede di essere dischiusa con pazienza. Quando
si apre, è vero, dona tutto il suo carico di piacere straordinario.
Può essere presa cruda, senza troppe precauzioni, e allora si raggiungono
vette di libidine indicibile, però si rischiano tre giorni di dolori
e una milza gonfia come un'anguria se va bene. Oppure si può prendere
cotta, lavorata, arricchita, trasformata: è buona lo stesso, meno
appassionante ma garantita da una conoscenza più approfondita.
Cosa si può dire di meglio ad una donna se non suggerirle con ammirazione
che è una cozza?
Le infradito fra
di noi
Settembre 2005
Ci volevano
i podologhi inglesi per scoprire che le infradito fanno male. Dolori al
tallone, infiammazioni alla volta plantare, veschiche, distorsioni alla
caviglia, fratture. Una suola piatta e un unico centurino come appriglio
del piede, legato oltre tutto alle dita e non al calcagno, non potevano
certo rappresentare questo gran confort per i nostri piedi. Personalmente
non amo le mode, poi quando ad essere di moda è un capo esteticamente
osceno come le infradito, non posso che essere inorridito. Ne ho viste
di bianche e di colorate, con le perline e dorate, indossate con le calze
(giuro!), da piedi belli ed eleganti e da estremità gonfie, deformi,
pelose e bitorsolute. Ho visto persone chic indossarle con disinvoltura
in centro cittadino, le stesse persone che bevono solo acqua minerale
e solo da bottiglia aperta davanti a loro. Probabilmente le stesse che
amano gli animali e vestono scarpe di coccodrillo, ma questa è
un'altra storia. Le ho viste ai piedi di uomini in divisa da macho (camicia
bianca sbottonata sul petto glabbro, pantalone in stile 100% orchite e
occhiali modello astronauta) con il maglione sulle spalle perché
fa fresco, le ho viste ai piedi di bambini che non possono andare in bici
senza rotelle altrimenti cadono ma sugli scogli con le infradito evidentemente
sì. E, lasciatemelo dire, l'unica ragione per cui l'inverno che
arriva non mi sembra così cattivo è che spero di non vederle
più.
Quelli che l'aria
condizionata
Agosto 2005
Quelli che
amano l'aria condizionata li riconosci subito perché per fare un
chilometro a piedi ci mettono due ore attraversando sette negozi e tre
centri commerciali. Sono gli unici che se ne stanno sereni in fila alla
cassa e si agitano quando arriva il loro turno, non perché non
hanno i soldi ma perché non vogliono uscire. Preferiscono il freddo
secco dei grandi magazzini a quello un po' umido dei centri commerciali,
ma si sentono veramente a loro agio solo accanto ai frigoriferi con i
surgelati nei supermercati, che ogni tanto aprono di nascosto ai dipendenti
per godersi la vampata di freddo che li investe. Quelli che amano l'aria
condizionata tengono sempre il motore acceso, anche quando parcheggiano,
per non spegnere il condizionatore, e se proprio è necessario prima
di risalire aspettano che la temperatura dell'abitacolo riscenda di almeno
20-25 gradi. I loro amici soffrono di emicrania, cervicale, torcicollo,
nevralgie, e finiscono per frequntarli sempre meno specie in estate, con
loro grande incomprensione. Quelli che amano l'aria condizionata hanno
appartamenti alti due metri, perché 70 centrimetri ci sono voluti
per il mega impianto di areazione e riciclo, cambiano gatto ogni anno
perché ogni tanto il micio scappa e si rende conto che fuori si
sta meglio, mostrano fieri frigoriferi a tre piazze e congelatori che
potrebbero contenere un cavallo intero. In piedi.
Sono fatti così, cominciano ad ansimare appena la temperatura supera
i 25 gradi, vanno al mare di inverno e in montagna d'estate, mettono sei
cubetti di ghiaccio anche nel cappuccino e se fanno sport scelgono la
palestra dopo aver visto e confrontato i bocchettoni.
Si presentano in ufficio in giacca di panno e camicia di fustagno pretendendo
di portare la temperatura degli uffici a 11 gradi a costo di ibernare
qualche segretaria scollata. Quelli che amano l'aria condizionata consumano,
sprecano, disperdono un sacco di energia elettrica, in casa, in ufficio
o in auto. Infatti è una mania prevalentemente statunitense. In
Giappone l'hanno capito e hanno invitato la gente a vestirsi in maniera
più leggera. Qui da noi ancora no, anche perché la vera
ragione per cui alcuni amano tanto l'aria condizionata, è che con
il caldo il sangue arriva il cervello e lo mette in funzione. E questo,
ai maniaci dell'aria condizionata, dà molto fastidio...
Il videofonino non
ci piace
Luglio 2005
Un dato sotto
gli occhi di tutti: nonostante le spese per campagne pubblicitarie pari
al pil di mezza Africa, nonostante una capillare rete di vendita, nonostante
le offerte speciali, i paghi uno prendi due, i presentaci un amico e portati
via sto pezzo che c'ho il magazzino pieno, i videofonini in Italia fanno
fatica. Problemi della congiuntura economica? Non credo, la gente compra
biscotti bulgari al discount ma all'elettronica non rinuncia. Scarsa qualità,
problemi di connessione? Forse, ma anche i primi gsm perdevano il campo
ogni dieci metri, eppure furono un successo. E allora? Io ho alcune idee
a riguardo. Mettiamo che ci sia un buon 20% dei non utenti che non compra
i videotelefoni per il prezzo. Dico per dire, come dato mi sembra pure
eccessivo. Gli altri? Intanto, riflettiamo sull'ovvio: con i videotelefonini
ti vedono. E questo esclude dal mercato tutti gli utenti timidi (e timide,
nessuna delle categorie è appannaggio di un sesso) che usano il
cellulare solo per gli sms, gli impiegati di banca che inviano messaggini
di fuoco alle segretarie e le casalinghe che riaccendono il menage con
un po' di tvtb sn t prndm tt al consorte. Diciamo un 10%. Poi c'è
un buon 30% di farfalloni esclusi dal mercato: quelli che chiamano gli
amici da Ostia per raccontare di essere ai Caraibi, quelle che dicono
di essere impegnate in ufficio fino a tardi e invece sono a spasso con
l'amante, quelli che si presentano come professor dottor esimio e c'hanno
l'ufficio ricavato in uno scantinato. Ovviamente il video è escluso
per tutti loro. Poi ci sono i perfettini, un altro buon 10% a mio parere:
sono quelli che si cambiano e si pettinano anche per andare a buttare
la spazzatura. Per loro, l'idea che qualcuno possa chiamarli senza preavviso
e vederli (orrore!) con gli occhiali e senza fondotinta è semplicemente
angosciante. Ma il grosso, almeno il 55% dei non utenti italiani è
rappresentato dagli "itagliani", i trasgressori della domenica,
quelli che amano sembrare fuorilegge ma senza esagerare. Sono quelli che
usano il cellulare in macchina senza viva voce: sanno che è rischioso
e scorretto, lo fanno, ma non arrivano al punto di guidare guardando il
video sbiadito con la faccia del cliente. Sono quelli che ostentano: una
volta avevano il cellulare legato alla cinta (ricordate?) ora sono passati
alla cuffia bluetooth, ma il videotelefono non li convince; come si fa
a guardare contemporaneaente lo schermo e la bionda in fila alla posta?
Personalmente appartengo all'ultimo 5%, gli attendisti: quelli che amano
la tecnologia ma aspettano che maturi. Quelli che hanno visto il laser
disc ma hanno aspettato pazientemente il dvd; quelli che hanno aproffittato
della nascita degli schermi al plasma per comprarsi un 28 pollici tradizionale
a 300 euro; quelli che aspettano seduti sulla riva del fiume che il commerciante
avido dall'altra parte abbassi i prezzi...
Mi piacerebbe
giugno 2005
Mi piacerebbe
che gli americani ammettessero che la guerra è indispensabile a
rimettere in moto il loro sistema economico basato sullo spreco.
Mi piacerebbe che chi ci ha governati negli anni '70 ammettesse: temevamo
che con i comunisti al potere saremmo stati invasi dall'Unione Sovietica,
e abbiamo permesso e tollerato delle porcherie immonde spinti da questa
paura.
Mi piacerebbe che Berlusconi ammettesse: ho cominciato a far politica
perché temevo di finire in galera. Non ci sono portato, non mi
piace, non mi riesce: torno a occuparmi dei miei affari, dello stato se
ne occupi qualcun altro, tanto Tangentopoli è lontana e in galera
non ci vado più.
Mi piacerebbe che Rutelli ammettesse...ehm...non pretendiamo troppo...mi
piacerebbe che il suo portaborse gli passasse il solito foglietto per
i giornalisti con su scritto: io sono di destra, ma di là non mi
vogliono, è per questo che sono finito nella Margherita.
Mi piacerebbe, certo, ma so che sono sogni irrealizzabili.
Volando decisamente più basso, mi piacerebbe che Maria De Filippi
ammettesse nel suo programma: cari ragazzi, lo scopo di questa trasmissione
è generare tradimenti. C'è tanta gente sadica a casa che
prova piacere a gustarsi un cornxto in diretta che scopre della sua condizione
davanti a milioni di spettatori. Avete scelto voi di partecipare, il nostro
pubblico è quello che è, se non vi sta bene tornatenevene
a casa. Apprezzerei molto di più degli squallidi "sta nascendo
una bella amicizia" "c'è un feeling profondo fra noi"
"questa trasmissione serve a mettera alla prova il vostro amore per
rinforzarlo". Basta con queste falsità. Si comincia con queste
menzogne ipocrite e benpensanti e si finisce nell'abituarsi alle stragi
impunite.
Ombelichi e concorrenza...
maggio 2005
Seconda puntata
dedicata all'abbigliamento femminile e alla primavera. Come ho già
avuto modo di scrivere trovo divertente occuparmi del rifiorire stagionale
di stravaganti vestiti di donne non per maschilismo ma perché la
moda maschile è prevedibile e noiosa; ma magari qualche idea su
noi maschietti mi verrà.
Abbiamo già parlato di pantaloni a vita bassa, l'inevitabile passo
successivo è alzare lo sguardo (non di molto) sull'ombelico al
vento. Cominciamo proprio da qui, dal vento, dalla pioggia, dal freddo:
ragazze mie, va bene che siamo nell'era dell'immagine, ma che immagine
pensate di dare di voi se ve ne andate in giro con la pancia scoperta
e la sciarpa (ne ho viste)? Direte: mi fa male la gola, non la pancia.
Ah be', allora.
Se proprio siete intransigenti e la pancia non volete coprirla, allora
scoprite anche il resto: prenderete una polmonite, ma sarete più
coerenti. D'altronde capisco che i modelli televisivi non aiutano: ricordo
qualche tempo fa Camilla Raznovich (peraltro molto simpatica) condurre
il programma su MTV senza un filo di voce, con la sciarpa al collo per
il raffredore e le tette scoperte per tre quarti. E non ditemi che nello
studio faceva caldo, il sessuologo che conduceva con lei aveve il maglione
a collo alto! Ragazze mie, una donna influenzata non è mai sexy,
abbiate cura di voi! Ma mettiamo che faccia caldo, e quindi l'ombelico
possa prendere un po' di sole: lo scopriamo? Scopriamolo. A patto di avere
meno di quarant'anni (ho visto una volta per strada una settantenne con
un top e ancora ho degli incubi notturni), di esservi depilate (se invitate
degli sguardi accoglieteli decorosamente) e di non essere in ambienti
che richiedono concentrazione, come la chiesa, la scuola o l'ufficio.
Già noi maschi ci distraiamo più facilmente.
Se poi vi scoprite ci sono gli estremi per la denuncia per concorrenza
sleale...
La vita è
bella se non è troppo bassa
maggio 2005
Arriva la
primavera (forse: ha già fatto un paio di finte, quest'anno), e
con essa l'inevitabile cambio di abbigliamento. Gli impiegati che fino
a qualche giorno fa vestivano in giacca e cravatta adesso vestono in giacca
e cravatta, ma in lana fredda; i militari che vestivano con la divisa
invernale, mettono quella estiva. Insomma, la moda maschile è la
solita noia. Sono le donne che danno il meglio di sè in questo
periodo, e in giro se ne vedono davvero di tutti i colori. Non essendo
uno stilista, mi sento di dare qualche consiglio disinteressato, se volete
lo seguite, sennò fate come credete. Cominciamo con i jeans a vita
bassa: lo sapete che all'origine di questo stile, lanciato dai gangsta
rapper, c'è il fatto che ai detenuti viene tolta la cinta per evitare
che ne facciano un uso distorto? Ecco perché i pantaloni calano,
e chi vuole mostrare di essere stato in prigione, se li lascia calare.
Se siete fiere anche voi di un passato galeotto, niente da dire; ma se
probabilmente neanche lo sapevate, rifletteteci un attimo. Anche perché
certe donne con i pantaloni a vita bassa non sono state in prigione ma
meriterebbero di finirci per oltraggio al pubblico pudore: certi modelli
presuppongono un fisico da pin-up, un sedere d'acciao e ore di cyclette.
Se non avete un fisico da modella non disperatevi, siete belle lo stesso,
ma per favore risparmiateci la vista del lardo che straborda dai jeans
colando maestoso e gommoso dai vostri fianchi. E soprattutto tenete presente
che anche la vita bassa ha un limite: a meno di non essere maniaci, la
vista della riga in mezzo posteriore non è sempre gradevole, specie
se sta in mezzo a due cuscinetti pachidermici. Basta così, per
oggi. Nella prossima puntata affronteremo il tema del miglior amico del
pantalone a vita bassa: la maglietta che scopre l'ombelico. E ci copre
di ridicolo.
X Enorme afflusso...
aprile 2005
Un po' per
formazione, un po' per carattere, credo che la lingua sia una sorta di
organismo biologico che vive di vita propria e va dove vuole. Se è
vero che ci sono delle regole che ci insegnano ad usarla, è vero
che l'uso finisce per diventare regola, in un processo circolare. Tutto
questo per dire che la battaglia dei puristi (più insegnanti che
linguisti, a dire il vero) contro l'influenza degli sms sulla scrittura
ha segnato un'ulteriore sconfitta. Infatti la protezione civile (PROT.CIVILE)
mi ha inviato un messaggio che è un inno alla "x" usata
al posto del per. L'ha inviato anche a tutti voi. Poco spazio, necessità
di dare informazioni contenendo i costi, diranno i responsabili (che hanno
fatto bene secondo me ad usare gli sms forzando la privacy, quando si
tratta dell'incolumità delle persone si può e si deve, altro
che il ricordati di andare a votare del cavaliere mascarato), abbiamo
usato la x anziché il per. Giusto. Ma se quest'uso viene da un
organo ufficiale, la novità è grossa: pensate se le x e
i + cominciassero ad apparire sui cartelli stradali (serve spazio anche
lì) e sui documenti (risparmieremmo carta). Uno scandalo? No, un
po' di sintesi farà solo bene al logorroico italiano, l'importante
è evitare ambiguità. Semmai, andrebbe detto alla PROT. CIVILE,
che se scrivono X INFO per risparmiare, poi non possono sprecare 27 caratteri
per "usa mezzi trasporto collettivo". Un "usa treni e bus"
(12 caratteri) sarebbe stato sufficiente...
GALACTICOS!!!!!!!!!!!
marzo 2005
È
più forte di me. Non riesco a farne a meno. L'unico risultato sportivo
che mi dà soddisfazione quasi quanto una sconfitta del Milan, è
una sconfitta delle merengues, o come si chiamano loro, insomma del Real
Marketing Madrid. Che volete farci, sono uin tifoso del Taranto e come
tale un autentico esperto in sconfitte, tanto da apprezzare quelle altrui.
La Juventus non è squadra particolarmente simpatica, vedi quello
che
ho scritto sul doping, gli arbitri, eccetera. Però volete mettere
la soddisfazione di vedere i GALACTICOS battuti e umiliati, da un gol
per giunta di un panchinaro che viene dall'Empoli? Sono soddisfazioni.
Non ci vuole un genio per dire che non basta mettere trequartisti forti
insieme per vincere: è come fare un auto con 6 motori. Se la carrozzeria
non regge, serve solo a consumare più benzina. Questi bellimbusti
che palleggiano come indiavolati negli spot della Nike, questi fenomeni
del marketing capaci di mirabolanti acrobazie e stratosferci ingaggi bloccati
da un incubo per i pubblicitari, brutto, sporco e cattivo come Camoranesi?
Il ciccione Ronaldo ("gordo", lo chiamano così i suoi
tifosi) vorrebbe tornare all'Inter, non lo dice ma lo lascia intendere,
in cambio di Adriano. Ma neanche una squadra masochista come l'Inter potrebbe
mai accettare il cambio. Forse.
Al ritiro! Al ritiro!
Al ritiro!
febbraio 2005
In questi
giorni Repubblica ha lanciato una raccolta di firme per ritirare la maglia
di Scirea. Sono contrario. Non perché Scirea non lo meriti: credo
sia stato un campione straordinario e un uomo eccezionale, un autentico
monumento di carattere e dignità rispetto agli omunculi che belano
sui campi di gioco oggi. Però sono contrario al ritiro perché
è una americanata, una trovata figlia del marketing da gadget plasticone
che non dovrebbe appartenerci. Io rivoglio i numeri dei giocatori dall'1
all 11, voglio l'ala destra col 7, il terzino sinistro con il 3 e il trequartista
di qualità con il 10. Non voglio più vedere mostruosi 56
o 79 sulle spalle dei calciatori. Chi ama il calcio si ricorderà
comunque del 10 di Maradona, del 9 di Paolo Rossi e del 6 di Scirea, non
c'è bisogno di ritirarli, impedendo a ragazzi giovani di provare
l'emozione di indossare la maglia che appartenne ad un fuoriclasse. Altrimenti
dovremmo ritirare anche le bandane di Agassi, la Ferrari numero uno di
Schumacher, e forse anche la Vespa di Moretti, la bombetta di Chaplin
e gli occhiali dei Blues Brothers. Ritiriamo tutto. Ritiriamoci anche
noi e mettiamo in vendita dei cloni di plastica: chissà che non
se ne ricavi qualcosa.
Befane pelle e ossa
gennaio 2005
Avrete visto
anche voi i trailer del secondo episodio cinematografico dedicato a Bridget
Jones. Il primo era molto divertente, il secondo non mi attrae particolarmente,
a giudicare dagli spezzoni sa di minestra riscaldata. Guardando appunto
questi spezzoni, e poi le interviste alla protagonista Renée Zellweger,
sono rimasto sbigottito. Il tormentone era più o meno sempre lo
stesso: l'attrice, per adeguarsi al personaggio, ha dovuto ingrassare
ci 15 chili, diventare cicciottella, eccettera eccetera, ma dopo la dieta
è tornata in forma smagliante. A parte l'invidia nei confronti
di chi riesce a gestire così bene il suo peso corporeo, sono rimasto
sbigottito perché, secondo me, secondo i miei canoni di bellezza
superati, arcaici, maschilisti e triviali, la Zellweger stava molto meglio
prima, con i 15 chili di più. Aveva un aria più allegra,
più salubre, più gioviale, e poi, diciamolo, anche delle
curve più pimpanti. Era più rassicurante, materna, morbida.
E poi, cicciottella, ma che cavolo dite, era appena un po' pienotta. Volete
fare il paragone con quella ragazzina striminzita, barcollante, ossutarinsecchita
e tutta smagliature che si è presentata alle anteprime del film?
Sicuramente oltre al dimagrimento l'aria triste era legata a qualcos'altro
(credo sia in crisi sentimentale, ma non sono ferrato nel gossip), ma
insomma, mi piaceva di più prima. Smettiamola con questi modelli
di donne manichino, a chi piacciono?
Lo squillomane
dicembre 2004
Lo squillomane
di solito ha decine di cellulari, conserva un vecchio TAC analogico con
la paleo-tariffa convenientissima per parlare di notte con gli amici insonni,
una specie di citofono cui è affenzionato perché è
stato il primo, modelli avanzatissimi che utilizza per giocare e fare
foto. Lo squillomane adora i cellulari, li dispone in fila sul tavolo
del ristorante appena si siede e quasi è dispiaciuto del fatto
che non ci sia un coperto prenotato anche per loro. Se li porta in palestra
adagiandoli con cura sulle panche e bofonchiando insulti a chi gli chiede
di spostarli, li spegne la notte prima di andare a dormire (non tutti:
quello con la superbatteria al litio deve vigilare sugli altri per le
emergenze) e riaccenderli è la prima cosa che fa al risveglio.
Lo squillomane, che non ha mai avuto una macchina fotografica in vita
sua, ora che ha il telefonino evoluto fotografa tutto, il panorama della
tangenziale al mattino e il suo faccione sghembo con le gengive in primo
piano. Ma con i cellulari lo squillomane non parla. Costa caro, parlare,
e a lui i soldi servono a comprare alti cellulari. In compenso squilla:
uno squillo per dire che sono arrivato, due per dire sì, tre per
il no, quattro per il mi chiami o no? Una specie di codice telegrafico
da trogloditi che genera parecchi equivoci, ma erano due squilli o tre,
scusa avevo la suoneria disattivata, ma mi hai chiamato o hai solo fatto
uno squillo?
Esiste una cura: lo squillomane va aiutato prima che si isoli completamente
dal mondo e passi i fine settimana a farsi degli squilli da un cellulare
all'altro. La cura è piuttosto semplice: bisogna rispondere repentinamente
al primo squillo, con rapidità e maestria, prima che lui riattacchi.
Le prime volte vi farà delle scenate d'ira da crisi d'astinenza
da squillo, accusandovi di averlo derubato di uno scatto. Poi, se riuscirete
ad essere tenaci e a non richiamarlo mai (anche perché lo squillomane
ha un autoricaricabile e quando riceve una telefonata ci sta delle ore
a discutere del tempo e dei parenit fino alla quarta generazione), un
po' alla volta riuscirete a rieducarlo.
Cari squillomani, buon Natale, e non azzardatevi a farmi squilli: ho la
mano più veloce del west, il mio dito riuscirà a rispondere
prima che voi sentiate il primo beep...
Oh....Ahio
novembre 2004
Il titolo
è veramente da vergognarsi e nascondersi in bagno nella cesta della
biancheria sporca, degno del peggiore cabaret da televisioni locali dopo
l'una (quelli con un vecchio alcolizzato al piano bar e una presentatrice
sovrappeso di tredici anni...e non venite a dirmi che voi non avete mai
sofferto d'insonnia), ma la verità è che non ho voglia di
affliggermi più di tanto sulla sconfitta di Kerry. Un settimanale
inglese ha titolato in copertina "Come fanno 54 milioni di americani
ad essere così stupidi?" La prima risposta istintiva è:
stiamo parlando del popolo che ha inventato il fast food e i reality-show,
qualche sospetto sulla loro brillantezza intellettiva doveva pur venirci.
Stiamo parlando del popolo che nella sua massima espressione di sinistra
(ma la definizione è infelice, semmai era una destra più
sghemba) è riuscito a produrre un presidente che ha mostrato i
muscoli al Kossovo e a qualche stagista. Ma soprattutto stiamo parlando
"Noi" che di quel popolo in questo momento rappresentiamo i
più fedeli portaborse, politicamente parlando. E non è che
gli inglesi se la passino meglio: loro non hanno neppure l'attenuante
di essere all'opposizione. Sono al governo, i laburisti inglesi, e bombardano
alla stessa maniera. Per cui, dimostriamoci democratici nei fatti (bravo
John, hai dato una lezione di stile nel gestire la sconfitta, dovremmo
tutti imparare invece di dare sempre la colpa all'albitro, al sistema
o al complotto sionista). Facciamoci coraggio, pensiamo all'America di
Michael Moore, di Bruce Springsteen e i dei Rem, del cinema indipendente,
pensiamo all'America che ci piace. E speriamo che nei prossimi anni non
debba pensarci troppo l'Iran, che ce la sta mettendo tutta per farsi la
bomba atomica prima che arrivi Mr President, ma potrebbe non fare in tempo...
Sogni catodici
26 ottobre 2004
In questi
giorni è uscito al cinema un film, "Se devo essere sincera",
che mi interessava vedere per la simpatia degli intepreti, Neri Marcorè
e Luciana Littizzetto, e perché il regista, Ferrario, è
piuttosto interessante. Poi ho cambiato idea: ho visto la Littizzetto
farne spudoratamente pubblicità a Mai dire gol, poi l'ho rivista
ripetere le stesse battute nel Che tempo fa di Fazio per concludere in
bellezza a Quelli che il calcio. Solita solfa: andate a vedere il film,
ma come mai fanno recitare te, ma davvero hai baciato Marcorè,
trallallero trallalà. Non seguo il Grande fratello ma non escluderei
una sua comparsata con tanto di "andate al cinema a vedere il mio
film" tra una orgia e l'altra dei partecipanti.
Ora, si potrebbe
obiettare che il marketing richiede queste comparsate, che fanno parte
del gioco. Sarà. Però io preferivo (sono il solito nostalgico)
i tempi in cui si presentava un film in televisione mostrandone il trailer
e le fasi di lavorazione, e non questo flipper caotico in cui la pur simpatica
Luciana racconta ogni volta un pezzetto in più di film, fino a
raccontarlo tutto. Perciò la voglia di verdelo mi è passata.
Sono arrivato ad addormentarmi seriamente preoccupato di non ritrovarmi
la Littizzetto nel bel mezzo dei bei sogni che reclamizzava il film: simpatica
quanto volete, ma comprenderete che nei miei sogni preferisco un altro
genere di attrice.
Sono un ciecopacifista
12 ottobre 2004
Il povero
Buttiglione c'è rimasto proprio mal quando quel coacervo di comunisti
del parlamento europeo ha bocciato senza pietà tutte le sue candidature.
Non lo vogliono ministro, non lo vogliono in commissione e pare che anche
quando si è offerto per raccogliere i soldi per il compleanno di
Barroso la maggioranza abbia detto di no.
Eppure il suo discorso era stato efficace: ha usato uno dei suoi cavalli
di battaglia, quello che definisce l'omosessualità un peccato.
(Personalmente, più che un peccato considero l'omosessualità
femminile uno spreco, ma questo è un altro discorso). Non è
riuscito a inserire un altro paio di argomentazioni forti di certa tradizione
cattolica cui dice di appartenere, quali l'assenza dell'anima negli indios,
l'efficacia del fuoco per purificare i peccatori, la presenza del demonio
nella penicellina e la piattezza della terra intorno alla quale girano
luna e sole. Avesse usato queste solide teorie, Bruxelles sarebbe crollata
ai suoi piedi. Magari avrebbe potuto prendere spunto dall'altro cattolico
illuminato, Fini, il quale ad Assisi ha spiegato che Francesco era un
guerriero pronto a battersi per legittima difesa (se qualcuno gli spiegasse
che le Fonti Francescane non sono un'acqua minerale di Perugia, potrebbe
leggerle e imparare che Francesco con i musulmani parlava, non li squartava,
neanche per legittima difesa). E anche le tesi del professor Sartori,
che definisce elegantemente microcefali tutti i pacifisti, non erano male
da proporre al parlamento europeo.
Il sottoscritto continua ostinatamente a difendere la pace, anche se lo
chiamano microcefalo, proprio come quell'altro folle che duemila anni
fa si fece inchiodare in croce anziché ribattere con la spada agli
infedeli.
Sarò anche un cieco pacifista, ma certi discorsi dementi riesco
ancora a distinguerli bene.
Il ritorno di
Simpatia
27
settembre 2004
Ci sono miliardari
- non solo in Italia, dove anche per loro sembra arrivata la crisi - che
ogni anno vanno a caccia di fenomeni della pedata in giro per il mondo,
li pagano fior di quattrini, li mettono insieme e accumulano brutte figure
galattiche. Di solito questa gente sa parlare, ha studiato come porsi
davanti alle telecamere, sa che il calcio è un business e accanto
all'allenatore ha medici, farmacisti, motivatori e addetti stampa.
E poi ci sono personaggi scontrosi, silenziosi, testardi, che fanno poca
audience, che danno fastidio perché dicono quello che tutti sospettano
ma nessuno osa denunciare (fra non molto ci saranno in campo giocatori
con tre gambe e quattro polmoni, e continueremo a dire che nel calcio
non c'è alcun tipo di doping). Personaggi come Simpatia Zeman,
uno che ancora crede che il ruolo dell'allenatore fondamentalmente sia
quello di insegnare a giocare a calcio. Dopo i gloriosi tempi del Foggia,
è un'altra pugliese, il Lecce, a seguire i suoi schemi, e a sognare.
Un sogno che finirà, ci mancherebbe, una squadra pugliese al secondo
posto in classifica - a pari punti con un'altra squadra, il Messina, che
non doveva essere lì - non può durare a lungo. Però
nel frattempo godiamoci questo Bakunin venuto a portare la rivoluzione
in Salento.
Un altro piccolo appunto sulla domenica sportiva: Schumacher che arriva
dodicesimo dimostra che è un essere umano, e che come tale, se
demotivato e privo di stimoli, non rende al massimo. Sì va be'
che bisogna vendere i cappellini firmati ai cinesi, ma evidentemente anche
i lavoratori più pagati si stufano e hanno voglia di ferie, ogni
tanto. Chissà che il messaggio non arrivi anche in Confindustria:
meglio un dipendente motivato come Barrichello o la flessibilità
della Renault che cambia piloti ogni tre gare?
A caccia della poliziotta
presuntuosa
14 settembre
2004
Non
posso certo definirmi un consumatore televisivo, guardo poca tivù
e distrattamente. Fondamentalmente non sopporto che qualcuno imponga dei
tempi di lettura e visione: se ho sete voglio poter bloccare la visione
e riprenderla dopo un bicchierone d'acqua (e qualche biscotto, visto che
ci sono, ma questa è un'altra storia). Sarà per questo che
mi piacciono molto alcuni programmi televisivi in dvd (per esempio quelli
di Quark; spero sempre che un giorno realizzino in dvd anche Blu Notte
e Report, sarebbe meraviglioso).
Però ogni tanto mi capita di guardarla,questa tv, magari per caso.
Nel desolante panorama di inizio settembre mi è capitato di imbattermi
nella pluriosannata fiction (anche se a me piace chiamarli sceneggiati,
che volete farci per certi aspetti sono un conservatore nostalgico). Alla
gente piace. Piace pensare che ci siano carabinieri come la Marcuzzi (ditemi
dove, che corro a farmi multare), sacerdoti come Terence Hill a cui non
devi neanche confessare i peccati perché ha già scoperto
tutto con pochi indizi, medici o avvocati come la Colombari, sempre credibile
e verosimile nei suoi ruoli professionali (chi non si è mai fatto
visitare da una Miss Italia, suvvia?) Ebbene, l'altra sera ho notato una
attrice, come dire, molto piacevole. Ecchecavolo, se proprio devo guardarla,
la tivù, guardo almeno ciò che mi garba. Faceva la parte
della poliziotta giovane e presuntuosa (ho scoperto che l'attrice si chiama
Cristina Moglia), e il suo esperto capo, Isabella Ferrari, saggia e compassata,
la rimproverava. Vabbè. Almeno un programma così puoi giardarlo
andando a bere tutte le volte che vuoi, tanto la trama si capisce benissimo
comunque e l'assassino c'ha la faccia da assassino e si comporta da assassino,
nessun dubbio. Ma il bello viene dopo: magia, ritrovo la stessa attrice
un paio di giorni più avanti, altro canale, altra fiction, titolo
straordinario (La stagione dei delitti: miiiiii ma quanti mesi di brain
storming ci vorranno per partorire un'idea così?), e che parte
fa? La parte di una poliziotta giovane e presuntuosa e si fa rimproverare
dal capo saggio e compassato, che stavolta è Barbara De Rossi.
Uao. Adesso mi aspetto da un momento all'altro che salti fuori una poliziotta
presuntuosa da un qualunque sceneggiato, Rai o concorrenza cambia poco.
So già a chi sarà assegnata la parte...
I dont't want you
back
12 settembre
2004
Che la musica
pop sia la musica degli amanti incompresi, abbandonati, sfortunati, non
corrisposti, non è certo un'idea nuova. Si è scritto e discusso
a lungo a riguardo. E quest'estate ne abbiamo avuto la conferma lampante:
da mesi un ragazzotto americano soffia in un microfono come un gatto assediato
i suoi "F..." e i suoi "sh..". Intanto lo trovo parecchio
ipocrita: se vuoi andare in televisione accetti le sue regole ed eviti
le volgarità, altrimenti scrivi pure i tuoi improperi ma acconentati
dei media più marginali. Molto più dignitosi i coretti di
Masini (ve li ricordate?) allora, di questi "F..." da finti
trasgressivi. Ma il punto non è questo: il punto è che il
tipetto ha venduto una valanga di dischi al popolo pop per eccellenza,
il popolo dei mollati, il popolo di quelli che fingono una botta d'orgoglio
nei confronti di chi li ha lasciati e non solo non ammettono di essere
ancora disperatamente ai loro piedi, ma addirittura affermano di non rivolerli
indietro (ma siete sicuri che tornerebbero?)
Anastacia da anni non è più innamorata, è stufa,
stanca, alle prese con amanti ingiusti e cornificatori di ogni specie.
E qui il sospetto che i cantanti ci marcino un po' in questo ruolo di
sfigati viene, perché è vero che altezza è mezza
bellezza e Anastacia deve salire sullo sgabello per accendere la luce
in albergo (in casa sua si sarà fatta mettere l'interrutore a 50
cm dal pavimento), ma insomma, non mi sembra poi da buttar via la donniciuola.
Per non parlare degli italiani: un tale Meneguzzi (non ci crederete, ma
sembra riscuota un certo successo, mi sono documentato) freme, non vuole
essere trattato da amico e non ci crede che la donna lo ami davvero (e
qui ha ragione). Il redivivo Raf (redivivo non è un aggettivo calzante)
pallido, denutrito e allegro come un'urna funeraria resta solo con le
sue domande, e tra incognite e malinconie si chiede se è all'ultima
puntata della storia. Ma povero figlio cosa ti avranno fatto, eri partito
così bene (uouooo uouoooo tou you take my self you take my self
control uooooouoo!), mi sei pure simpatico in quanto pugliese...Niente
da fare, il frustrato ha bisogno di compensanzione, e la trova nei cd,
è la regola del mercato. E allora lancio un appello ai cantanti
italiani o stranieri non importa. Per una volta scrivete una canzone mettendovi
nei panni di uno che ce l'ha non con la sua amante ma con la sua squadra
di calcio, i suoi giocatori, la sua dirigenza. Fatela, questa canzone.
Ieri il Taranto ha perso 4-0 in casa.
Correrei
a comprare tutto l'album, f...
Gadgetmania
7 settembre 2004
Quand'ero
piccolo, avrò avuto sette o otto anni, fui folgorato dall'apparizione
in edicola di una rivista per bambini che si chiama "Più e
il suo gioco". Costava molto più di Topolino o del Giornalino,
nonostante qualche bella storia (l'ispettore Bobop!) e qualche buona firma
non era straordinario come contenuti, eppure fece subito breccia sulla
mia giovane sensibilità di consumatore perché in ogni numero
c'era in regalo un gioco. Anzi, ricordo benissimo che, con mirabile capacità
preveggente, gli autori della rivista lo chiamavano "gadget".
Si trattava di giocattolini da montare, sorpresine da uovo di Pasqua,
pupazzotti incellofanati, anche se non mancava una certa creatività
da parte dei realizzatori. Insomma, nella sostanza, quando avevo i soldini
per comprare Più, lo facevo con entusiasmo, solo e soltanto per
il gadget.
Venticinque anni dopo quella rivista non c'è più (credo
abbia avuto solo cinque o sei anni di vita), ma in compenso la gadgetmania
imperversa: i film in dvd sono ormai in regalo anche nelle riviste di
viaggi o di informatica (stendiamo un velo pietoso sulla scelta dei titoli,
spesso fondi di magazzino che neanche un emittente locale avrebbe mai
il coraggio di mandare in onda). I cd musicali in omaggio arrossirebbero
di vergogna nei più scalcinati Autogrill, per non parlare del solito
mazzo di carte da Scala 40 e del ventaglio decorato. Sono soprattutto
femminili a scendere ogni anno di un gradino sulla scala della decenza:
quest'anno ho visto pantofole, borse, zaini, teli, completi mare colorati,
con i loro alterego al maschile che ribattono con pantofole, borse, zaini,
teli, completi mari neri, perché nero fa macho.
Credevo di averle viste davvero tutte, quando non mi è capitato
fra le mani una rivista per automobilisti che regalava delle chiavi inglesi,
o qualcosa del genere. Utili, leggere, maneggevoli. Unico difetto: chi
le compra deve portarsi dietro per forza anche la rivista.
Grazie ragazzi
settembre 2004
Non ho mai
nascosto di provare per alcuni calciatori sedicenti veri uomini più
bravi con le veline che con il pallone la stessa simpatia che nutro per
la pioggia nel weekend o per le zanzare che entrano in macchina. In altre
parole non li detesto, perché non li reputo meritevoli di un sentimento
tanto impegnativo, ma giro volentieri pagina di fronte ai loro tronfi
proclami e alla loro cialtronesca ricerca di alibi. Ebbene, ricorderò
quest'estate 2004 soprattutto per la loro meritata, disonorevole e imbarazzante
magra figura in Portogallo, e, di contro, per la gloriosa presenza degli
atleti italiani alle Olimpiadi, non importa se d'oro, argento o bronzo.
Atleti, appunto, capaci di allenarsi con arco e frecce per ore senza poi
l'intervista con il similgiornalista amico, capaci di reagire con coraggio
ad un infortunio dimostrando che solo i vigliacchi attribuiscono alla
sfortuna la loro pochezza, capaci di vincere contro i favoriti, contro
i padroni di casa, contro gli arbitraggi opachi. In una parola, campioni,
che non inducono alla barzelletta ma all'ammirazione. Rimangono a metà
strada, sospesi tra la tenacia dimostrata e alcuni atteggiamenti decisamente
velleitari, i giocatori della squadra di calcio olimpica, che merita stima
e simpatia per quello che ha saputo fare ma che già sembra aver
intrapreso il cammino decadente degli intreccinati.
Torneranno, purtroppo, per gli appassionati di discipline minori, i giorni
del dibattito sul fuorigioco e sul modulo dell'allenatore poco gradito
al fuoriclasse. Tornerà la dilagante mediocrità di certi
nostri rappresentanti, in Islanda ne abbiamo avuto un breve, illuminante
anteprima. Per ora godiamoci questo trionfo: se fossi un artista, immortalerei
questi giorni raffigurando un campione che supera la gigantesca difesa
avversaria con un tiro da tre, o che schiaccia un lungolinea imprendibile,
o che emerge dall'acqua e beffa l'avversario con una palombella. Quella
sì che sarebbe arte. D'altronde, ve la immaginereste un ritratto
dello sputatore, un ode al trequartista fuori forma o un monumento al
pareggio combinato? Certo che no. Sarebbero una barzelletta. Lo sport,
non stanchiamoci di insegnarlo a chi comincia, è un'altra cosa.
Carne in scatola
e viagra
agosto 2004
Sono passati
appena dieci anni dal periodo in cui si decantavano le straordinarie possibilità
offerte dal web in termini di personalizzazione. C'erano pochi siti e
quasi tutti in inglese, i primi volenterosi webmaster si cimentavano con
editor di testo che ti costringevano a scrivere manualmente <b>
per ottenere un grassetto, e le foto online erano sempre le stesse, rubacchiate
dai primi fortunati possessori di scanner. Ebbene, ricordate?, si affermava
appassionatamente che la rete avrebbe decretato la fine dei giornali e
del giornalismo, che avremmo costruito i nostri palinsesti televisivi
à la carte, che ognuno avrebbe avuto un mezzo di comunicazione
di massa (o un medium, se preferite) adatto alle proprie esigenze. Sarà.
Per ora non è stato. Sì perché nonostante i software
che ci analizzano, sanno dove navighiamo, cosa ci piace, cosa scriviamo,
dove clicchiamo, ogni volta che apro la mia casella di posta elettronica
dopo qualche giorno di ferie, mi trovo davanti la solita desolante valanga
di email pubblicitarie non rischieste, dette anche spam. Se questi messaggi
corrispondessero ad un qualunque criterio di marketing, anche alla più
rozza delle griglie, dovrei dedurre di essere un uomo terribilmente sovrappeso,
depresso dalle proprie (in)capacità erettive, ossessionato dall'idea
di fare muscoli semplicemente ingoiando zigulì iperproteiche e
con una curiosa passione per le cartucce ricaricabili della stampante.
Non credo di aver mai cercato la parola "viagra" su Internet
in vita mia, nè di aver comprato pillole da farmacie ucraine. Al
contrario, non ho mai ricevuto spamming che proponesse dvd, libri o gadget
elettronici (la cosa avrebbe avuto più senso). E allora? E allora
la benedetta personalizzazione resta un'utopia, per il momento la rete
ci ha enormemente potenziati dal punto di vista tecnico, ma dal punto
di vista culturale, siamo ancora dei trogloditi convinti che una reclame
martellante alla fine possa indurci a mangiare carne in scatola...
Grecia campione???
luglio
2004
La Grecia
è campione d'Europa, e stiamo parlando di calcio. Splendida portavoce
del catenaccio più oltranzista, della morte del calcio inteso come
gioco spettacolare e d'attacco, quella greca è comunque nazionale
simpatica, non foss'altro perché un Dellas, riserva della Roma,
che trionfa alla faccia del suo capitano di club umiliato e umiliante,
è un po' un esempio per tutte le riserve del mondo, per tutta quella
gente metaforicamente relegata in panchina, che invece meriterebbe un
po' più di spazio. Dellas di tutto il mondo, non mollate!
E noi? Se non fosse per la nostra millenaria tendenza a lamentarci di
quello che non abbiamo anziché rincuorarci per ciò che c'è,
ricorderemmo con un briciolo di soddisfazione questa estate calcistica
perché comunque ci ha regalato una vittoria importante, quella
dell'europeo Under 21 della nazionale guidata da Gentile. Una finale vinta
tre a zero, ben giocata, senza furbizie e gabbie tattiche ma solo con
talento ed entusiasmo. Resterà probabilmente l'unica bella immagine
azzurra di questo giugno, da custodire gelosamente nell'album dei ricordi.
Un 'immagine che però vogliono rovinarci. Perché vogliono
inserire nella spedizione alle Olimpiadi qualche intreccinato deluso che
magari deve risollevare la sua immagine con lo sponsor. No: non rovinateci
questi ragazzi, verrà anche per loro il tempo delle veline, delle
barzellette, dei veri uomini, mica come voi, dei è colpa del mister,
delle scarpe viola. Ma alle olimpiadi, sarò all'antica, vorrei
che ci andassero gli atleti che si sono conquistati sul campo il posto
e non sulle copertine dei settimanali femminili.
PS I ventidue
cornuti (con riferimento ovviamente solo ai loro copricapi vichinghi,
ci mancherebbe) hanno fatto la fine che meritavano. C'è ancora
un giustizia, nel calcio.

Immagini
tratte dal sito della Repubblica
2-2. Puro caso????
giugno
2004
Premetto
che pochi sentiranno all'Europeo la mancanza di una squadra di sputatori,
intreccinati, primedonne gelose, convocati più per meriti del club
che propri, uomini veri (molto più di noi), modelli di scarpette
oscene capaci di giocar bene, al massimo, un tempo per partita. Però.
Però voglio andare controcorrente, e in un Italia che si scopre
liberal solo per dare addosso a Trapattoni e che afferma che i nordici
sono da sempre esempio etico nello sport (sarà forse perché
negli sport a squadre, con qualche modesta eccezione per il calcio, sono
praticamente assenti: troppo facile essere etici quando si è più
deboli), voglio dire che quei ventidue nord-europei non mi hanno convinto.
Accetto le accuse di dietrologia, di essere uno che pensa male, di cercare
sempre alibi. Le accetto. Ma non accetto che i tifosi (compresi i giornalisti)
di ventidue professionisti che hanno - secondo me - volontariamente cercato
il 2-2, mi vengano a dire con aria superiore che è stato puro caso.
Dietro la parola "caso" spesso nascondiamo ciò che non
riusciamo o non vogliamo spiegare. Hanno sfruttato bene un regolamento
scritto male. Onestamente, senza accordi espliciti, passando il turno
meritatamente, per carità. Ma non per caso. Perché l'Italia
sarebbe uscita comunque con il loro 1-1, con lo 0-0 o per la differenza
reti, se fosse valso il vecchio regolamento. E sarebbe stato meglio, perché
ci avrebbe tolto la fastidiosa sensazione di essere stati eliminati da
ventidue etici cornuti (con riferimento ovviamente solo ai loro copricapi
vichinghi, ci mancherebbe). Per una volta vorrei che ci liberassimo dall'antico
vizio di idolatrare ciò che fanno all'estero pur di dare addosso
ai nostri connazionali. Ogni tanto gli Italiani combinano le partite,
fanno melina e giocano con poca sportività. E ogni tanto lo fanno
i campioni di etica del nord.
Conflitti di interesse
maggio
2004
Perché
è così difficile risolvere il grave conflitto di interessi,
in Italia, di un primo ministro che controlla direttamente circa la metà
del mercato televisivo, per non dire del resto (telecomunicazioni, larga
distribuzione, assocurazioni, ecc.)?
Ho il sospetto che ciò dipenda dal fatto che siamo talmente sommersi
piccoli grandi da conflitti di interesse che finiamo per non sentire più
come gravissimo quello di Mr B. Dall'amministratore di condominio che
ha un cugino elettricista e chissà come mai chiama sempre lui,
al consulente finanziario che dovrebbe consigliare sulla base del profilo
di rischio del cliente come investire e invece quasi sempre pensa soprattutto
alle sue provvigioni, dalla casa editrice che è anche distributrice
e proprietaria di punti vendita (provate a indovinare quali libri avranno
più spazio?) al medico che prescrive il farmaco presentatogli nella
convention di Sharm El Sheik.
Ho il sospetto che sogno di un agricoltore in Italia non sia produrre
di più per investire in nuove colture, ma produrre di più
per comprarsi un negozio di fruttivendolo. E conquistarsi il suo posto
al sole nel dorato mondo dei conflitti d'interessi..
Forza Taranto
aprile
2004
Ho letto su
"Italians" il simpatico benvenuto di Beppe Severgnini agli juventini
nel clun DC, "Delusione Cocente", di cui gli interisti sono soci
fondatori. Ho deciso di far notare allora che c'è un club molto più
prestigioso di cui mi vanto di far parte: DP, Delusione Perenne. Sono infatti
un tifoso del Taranto, club che milita al terz'ultimo posto della serie
C1. Tanto per comprendere il concetto di di Delusione Perenne, ricordo che
una volta Rino Tommasi - se non ricordo male - disse in un programma televisivo
che Taranto è la più grande città d'Italia a non essere
MAI stata in serie A. Mai, neanche una volta, non abbiamo neanche una foto
in bianco nero da venerare tipo, dico per dire, la Pro Vercelli. Il nostro
è un dolore antico, ancestrale, costante: non si può definire
cocente perché dopo un po' la pelle si brucia e diventa insensibile.
Noi tarantini siamo abbonati alla sofferenza, l'unica volta che la squadra
sembrava destinata alla seria A, un incidente stradale si portò via
il migliore dei giocatori, Jacovone, nel 1977. Quando gli interisti si lamentano
di aspettare da 15 anni lo scudetto, dovrebbero pensare a chi lo scudetto
l'ha vinto una volta sola: quello dei dilettanti, però. Noi tarantini
abbiamo subito l'onta, nel 1984, di una squadra già retrocessa che
si vendette l'ultima partita. I colpevoli furono scoperti e squalificati,
la vergogna rimase. Siamo però stati capaci di riempire lo stadio
di 20000 persone in serie D, campionato dilettanti, roba da far impallidire
il Delle Alpi. Siamo capaci, ancora oggi, di bere solo Birra Raffo, sponsor
ufficiale, per fare consumo critico e sostenere la società.
Perché scrivo tutto ciò? Perché nel 1993 la nostra
società è stata radiata, cancellata, espulsa dai professionisti
per debiti. Come tante altre piccole società. Mi sembrò giusto,
allora. Adesso, con i club più blasonati salvati con i soldi di tutti,
anche nostri, un po' meno. Ma che vogliamo farci, noi siamo destinati alla
Delusione Perenne.
Forza Taranto!
Aggiornamento
giugno 2004
Il Taranto è retrocesso in C2 dopo lo spareggio contro la Fermana,
senza peraltro essere sconfitto: 1-1 in casa e 0-0 in trasferta. L'inchiesta
della magistratura sul calcio scommesse ci vede nuovamente coinvolti,
il vecchio vizio di vendersi le partite è duro a morire evidentemente.
La società è sull'orla del fallimento. Delusione perenne.
Formaggio
spalmabile
marzo 2004
Sono
un consumatore critico da sempre. O meglio, sono un consumatore da sempre,
ma questo è tipico della nostra società; critico lo sono
divenuto dopo. Scoprire che, come dice Zanotelli, ogni volta che compriamo
qualcosa votiamo, è stato come riattribuire significato e senso
alla pratica consumistica. Però, ragazzi, non è sempre così
facile. Fino a qualche giorno fa ero un consumatore critico infelice.
Perché si può rinunciare senza patemi d'animo al paio di
scarpe da tennis di un multinazionale americana: ce ne sono decine di
altri modelli e altre marche più o meno valide tra cui scegliere.
E anche alla barra di cioccolata sudafricana si può rinunciare,
visto che ce n'è tanta e buona fatta in Italia. Per non parlare
poi di quell'obbrobrio disgustoso che è il caffè solubile:
in quel caso non si difende il consumo critico, ma il buon gusto, che
diamine, quella brodaglia insipida non è caffè. Rinunciarci
non è un sacrificio, è un dovere civico. Il consumo critico
dà delle soddisfazioni, riduce il senso di colpa insito nello spendere,
per non parlare della gioia che dà fare nuovi accoliti (i migliori
sono i bambini: se scoprono che quella merendina "fa le cose brutte",
potete giurarci che non la mangia più).
Ma non è sempre così facile, come dicevo prima: io per esempio
- faccio un po' di fatica ad ammettere questa colpa - adoro il formaggio
spalmabile. Non è che non possa farne senza, ci mancherebbe, nè
produce in me chissà quali delizie del gusto. Però è
comodo, quando si ha fretta si spalma una fetta di pane e via, fa meno
male ai denti della cioccolata e anche la linea (e dai, maschietti, che
ci badate anche voi, non nascondetelo!) ci guadagna. Però è
prodotta da una nota multinazionale. Non è certo la peggiore delle
multinazionali, però qualcosa da farsi rimproverare ce l'ha. La
mia coscienza di consumatore critico è sempre stata messa in crisi
da questo prodotto, l'unico insostituibile nella mia dieta quotidiana.
Non esiste formaggio spalmabile equo e solidale. Ma non ce n'è
neanche di altre aziende! Si può ricorrere al formaggino, certo,
ma odio quelle confezioni a spicchio, quelle circonferenze divise in fette
che sembrano fatte apposta per disperdere il prodotto, e poi quello spreco
di carta stagnola...Non è la stessa cosa. Voglio il formaggio spalmabile.
Ma come, mi sono sempre chiesto, possibile che sia così difficile
produrre questo formaggio, la Coca Cola aveva una formula segreta eppure
l'hanno copiata tutti, nessuno riesce a imitare questo cavolo di formaggio?
Ero decisamente disperato, un consumatore critico infelice, appunto, poi,
qualche giorno fa, l'incontro inaspettato. Una folgorazione. Il nome non
è da geni del marketing: formaggio spalmabile. La posizione però
è strategica: accanto all'odiato/amato formaggio della multinazionale.
Il marchio è Coop, mi fido, in casa mia tutto quello che non è
commercio equo è Coop, tranne il televisore. Lo assaggio. Non sarò
un gourmet, ma porca miseria stavolta hanno fatto centro, il sapore è
identico. Sono di nuovo un consumatore critico felice. Posso ricominciare
a spalmare, sperando che la Coop non cominci a fare cose brutte, rimettendomi
di nuovo in crisi.
Benedetto
bricolage
febbraio
2004
In
principio fu la scrivania in simil legno, portata trionfalmente in casa
per una cifra irrisoria, ma ancora priva delle forme definitive. Dopo
un attimo di smarrimento di fronte alle istruzioni incomprensibili, e
dopo aver bruciato le migliori ore del week-end e aver irrimediabilmente
danneggiato il tavolo della sala (quello sì in legno, e caro anche),
la scrivania era stata eretta imperiosa a gloria futura del montatore.
Un po' stonata con il resto dell'arredamento, un po' instabile forse -
d'altronde se alla fine del montaggio erano avanzate quattro viti, un
motivo c'era - ma comunque segno ineluttabile delle capacità costruttive
del maschio di casa.
Poi vennero le prime realizzazioni ottenute grazie alle enciclopedie del
fai da te (cinquanta volumi per costruire una casetta per gli uccelli,
peccato averla dovuta conservare in un armadio in assenza del balcone),
le riparazioni alla bicicletta difettosa del pargoletto (vedrai che senza
dinamo andrai meglio, magari portati una torcia per quando viene buio),
gli interventi in giro per la casa.
E infine, il passaggio cruciale, l'ultimo passo verso la dipendenza totale,
la visita al megastore del bricolage. Due parole straniere, non è
un caso, perché chiamarlo il grande magazzino del fai da te farebbe
sinceramente sorridere. Fai da te? Con quella faccia che si vede subito
che non sei capace di montare la sorpresina dell'uovo kinder? Con quei
bicipiti collassati su se stessi per la noia?
A Bologna negli ultimi anni questi negozi sono spuntati come funghi, e
sembrano avere un discreto successo di pubblico. Ma la domanda da porsi
allora è: i bolognesi vivono in media in micro-appartamenti di
70 metri quadri, che spesso dividono con cani e gatti per non parlare
dell'acquario in salotto e della poltrona ereditata dalla nonna (che occuperebbe
da sola un monolocale in centro ma è un caro ricordo di famiglia).
Cosa possono farsene allora di maestose librerie, colossali portici, mastodontici
scaffali? E quei gazebo, quelli massicci con porta antifurto e poltrone
in vimini, dove li impiantano? Sul balcone? Ai Giardini Margherita, rismontandoli
dopo il tramonto?
La risposta più plausibile, da un punto di vista squisitamente
sociologico, è che dietro ogni maniaco del bricolage, c'è
probabilmente una donna a cui non sembra vero di poter mandare il marito
nello stand di fronte a gingillarsi con bulloni e cacciaviti, mentre si
dedica senza rimorsi ad un pomeriggio di shopping (e chi parla di crisi
dei consumi, faccia un giro in un centro commerciale la domenica).
A proposito.
La scrivania da montare da cui tutto ebbe inizio, è si fiera e
imperiosa, ma se ne sta eretta nella sala da pranzo, perché il
genio l'ha montata lì (c'era più luce) e non è più
riuscito a farla passare tra le porte per portarla nella camera del figlio.
Emergenza
mal tempo
gennaio 2004
In
inverno, si sa, ogni tanto nevica. Non sempre, per carità, ma ogni
tanto può succedere che per una serie di avvenimenti meteorologici
(ce l'hanno insegnato a scuola di quando le nuvole incontrando l'aria
fredda diventano neve e cadono a fiocchi) si verifichino piogge, nevicate,
gelate. Succede da milioni di anni, forse, anzi sicuramente, l'inquinamento
ha peggiorato la situazione, ma insomma. Eppure, eppure chi ascolti la
radio o peggio ancora guardi la televisione non può che essere
preda di incresciose ansie apocalittiche. Emergenza gelo, neve, freddo,
valanghe, chi più ne ha più ne metta, l'Italia è
diventato un posto terribile che mette a rischio la salute e l'esistenza
stessa dei cittadini. Il vento, chissà perché, è
sempre siberiano, la temperatura polare, la bassa pressione baltica, in
un simpatico melting-pot geografico in cui finalmente si abbattono le
barriere e i confini territoriali.
È tutto un lamento, un grido disperato, una richiesta d'aiuto.
Ma perché, poi?
È vero, le scuole restano chiuse per qualche giorno, ma questa
non mi sembra una notizia tragica, ricordo ancora con gioia quelle giornate
di vacanze inattese e perciò più gradite trascorse a giocare
a palla di neve. In auto bisogna portare le catene, vero, ma portiamo
di tutto con noi, bottiglie d'acqua che non si sa mai possano servire
per il radiatore, cinghie d'emergenza, blocca pedali, blocca sterzo, santini
anti acqua-planning, giocattoli per i bimbi e succhi di frutta che ormai
si muovono da soli, e insomma, che sarà mai portarsi dietro le
catene? C'è il ghiaccio vicino ai marciapiedi, vorrà dire
che per una volta avremo una buona scusa per aver toccato in retromarcia
la macchina parcheggiata dietro, tanto lo facciamo impunemente praticamente
tutti i giorni. In inverno, si sa, ogni tanto nevica, è, vero,
bisognerà stare un po' in casa, ma nessuno morirà di fame,
anzi forse sarà l'occasione buona per smaltire un po' di scorte
di inutili viveri accumulati per l'ultima raccolta punti del supermercato.
Qualcuno riuscirà a convincere la moglie della ineluttabile necessità
di acquistare un fuoristrada, non si può vivere senza, però
io ho visto un fuoristrada in panne sulla rampa di un parcheggio, e vi
assicuro che spingere per spostarlo non deve essere piacevole.
È emergenza maltempo, rassegniamoci, se non prendiamo parte al
delirio collettivo rischiamo per passare per lassisti, per cui emergenza
emergenza, si salvi chi può.
In attesa dell'estate, tutti pronti per l'emergenza siccità, il
vento sahariano e le temperature tropicali, perché in estate, si
sa, ogni tanto fa caldo.
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