Il
richiamo
La
serata è cominciata male, con il mio socio che mi ha tenuto
venti minuti sulla porta del nostro ufficio a spiegarmi la fondamentale
differenza tra aria condizionata e condizionatore, dilungandosi
in una serie doviziosa di dettagli tecnici che, a suo dire, avrebbero
dovuto far parte del bagaglio culturale di qualunque persona con
un titolo superiore alla quinta elementare. Ho cercato di spiegargli
quanto poco mi interessassero gli optional di un autovettura, a
me basta che abbiano due specchietti retrovisori laterali che mi
aiutano a parcheggiare, tutto il resto è di più. Ma
niente. Una società è come un matrimonio, devi condividere
tutto e trascorrere un sacco di tempo sempre con la stessa persona,
con l'aggravante che non la ami e anzi la sopporti appena. Ho lasciato
il mio socio che ancora farneticava di preamplificatori e cavi schermati,
non ne potevo davvero più. Ero stato impegnato tutto il giorno
la pratica di un cliente molto facoltoso che aveva deciso di organizzare
la successione del patrimonio alla figlia.
Sono tornato a casa tardi. Bloccato come al solito da gipponi fermi
ovunque con le quattro frecce e autobus guidati da dipendenti a
tempo determinato che decidono, per l'ultimo viaggio previsto dal
contratto, di togliersi qualche soddisfazione.
Non ho neanche fatto in tempo a poggiare la borsa che lo squillo
del telefono mi ha messo in agitazione.
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