Milaaaan! Milaaaan! Sempre con te…

Gli amici milanisti sono caldamente invitati a non proseguire la lettura di questo post. Anzi, di questo post-post: post-eliminazione. Non cominciate con la farsa del fare il tifo per le italiane sempre e comunque, come se Kakà e Shevcenko fossero di Sassari e Matera. Non sono stato io a pubblicare in piena campagna elettorale pagine e pagine pubblicitarie sui trionfi del Milan e del suo presidente. Non sono stato io a chiamare un partito scippando lo slogan di milioni di tifosi. Ma sono stato coinvolto in questa bagarre calcio-politica, e tutte le volte che il Milan perde non posso fare a meno di provare un brivido di piacere.
Certo, direte voi milanisti, il Milan non ha perso: sarebbe più giusto parlare di pareggio, con un netta vittoria nella seconda partita anche se non segnalata dal gestore della giustizia calcisitica in giacchetta nera di chiara matrice comunista. Una legge che permettesse di ricusare l’arbitro assegnerebbe il gol al Milan; e un’altra legge sull’annullamento delle partite contestate cancellerebbe il risultato della partita di andata. Quindi, se fossimo in un paese liberale, il Milan sarebbe in finale. Pecorella ci stava già lavorando, ma la legislatura è finita prima che potesse completare l’opera.
Cribbio!

ll congegno antivecchiette

Non so se vi è mai capitato di accedere ad uno di quegli edifici dotati di controllo biometrico delle entrate. Quasi sempre si tratta di banche che, prima di farvi entrare, vi infilano in una cabina trasparente e vi chiedono cortesemente l’impronta digitale. Così, se svuotate il caveau e ammazzate le cassiere, almeno sanno subito che impronta avete. O magari hanno un sistema lombrosiano che rifiuta i clienti con le impronte riconducibili al carattere criminale.
Quale che sia l’obiettivo, questi strumenti sono fenomenali per bloccare una delle piaghe sociali di Bologna, e cioè il problema delle vecchiette salta fila. Le vecchiette si infilano ovunque, tu sollevi il braccio per indicare al panettiere lo sfilatino che ti interessa e loro pronte guadagnano spazio, si infilano nell’intercapedine e ordinano tre rosette; tu stai per chiedere un etto di prosciutto con il tuo numeretto salvafila in mano e loro, con un numeretto artefatto che conservano da decenni, ti scartano con indifferenza e ordinano 25 grammi di prosciutto non troppo salatino ma di quello buono. Contro gli accessi biometrici, le vecchiette non possono nulla: si entra uno alla volta. Per non parlare del fatto che il dito incartapecorito spesso e volentieri non viene riconosciuto dalla macchina insensibile che lo cataloga come tessuto inorganico.
 Uno alla volta, anche per chi ha lasciato le finestre aperte a casa o ha fretta perché sta per cominciare il TG4. Voglio l’accesso biometrico anche alla posta e dal medico, lo voglio subito!

Arrivederci amore ciao

Uno pensa: che bello, finalmente un film italiano nero, tenebroso, uno fuori dai soliti schemi della commedia con la crisi generazionale. Poi guarda "Arrivederci amore ciao" e si rende conto che se gli italiani fanno sempre commedie un motivo ci sarà.  Per comprendere il film bisogna tenere presente che il regista Michele Soavi è stato aiuto regista di Dario Argento. Ora, l’aiuto regista è uno che guarda il maestro, cerca di rubargli i segreti del mestiere e magari gira anche qualche scena, quelle più piatte che il boss non ha voglia di curare. Spesso i grandi registi sono stati prima ottimi aiuti; altrettanto spesso, però, questi ultimi dei grandi rubano soprattutto la tecnica ma non l’estro. Michele Soavi è uno convinto che la differenza tra fiction e cinema consista nel fatto che i film possono essere infarciti di soggettive inutili, inquadrature sghembe, artifici sonori e giochi di luci da spot pubblicitario dozzinale. La conseguenza è la continua rottura della sospensione dell’incredulità, perché appena lo spettatore sta per immegersi nella storia ne viene risucchiato fuori da un fuoco d’artificio del regista che gli ricorda "ehi ehi sono qui, ci so fare con la cinepresa eh?". Soavi ha fatto tanto fiction e sente il bisogno di sfoggiare la sua creatività, ma il risultato è un polpettone squilibrato nella sceneggiatura, impregnato di qualunquismo moralista, che si regge in piedi solo grazie alla bravura degli attori (soprattutto Michele Placido, fantastico, mentre Boni è fuori parte e Isabella Ferrari una bellezza sprecata). Il ritmo si regge solo grazie a massicce di violenza brutale, belle canzoni di sottofondo e la cara voce fuori campo, salvagente di sceneggiatori in crisi. In conclusione, ci auguriamo che Soavi torni a fare della fiction, dove certe libertà non gli sono concesse, mentre noi preferiremo ricordare "Insieme a te non ci sto più" per l’immensamente più degno "La stanza del figlio".

Il tramonto del bio

Immagine di http://www.scottliddell.net

Qualche anno fa vicino a casa mia è stato inaugurato un posto avveniristico e affascinante: un supermercato biologico. Tutto, dai detersivi naturali alla pasta, dai prodotti per diabetici e ciliaci ai libri sulla meditazione, sapeva di moderno e antico al tempo stesso, di innovativo e tradizionale, di genuino e di raffinato. Il negozio ha chiuso qualche settimana fa e verrà sostituito da un discount. Perchè? Semplice: personalmente andavo in quel supermercato per fare i regali, non la spesa, visti i costi proibitivi. Tutto costava molto di più, e se uno sforzo per prodotti non di largo consumo come creme, dolci o deodoranti era pensabile, di certo non si poteva comprare la pasta tutti i giorni ad un costo proibitivo. A questo, siamo arrivati, a non poterci permettere più il cibo naturale, perché quello tecnologico ha invaso i mercati. Magari nel caso del supermercato biologico di Bologna c’è stata anche scarsa cura manageriale, non so, ma di sicuro la sua chiusura deve far suonare un campanellino d’allarme.
Non siamo ancora alla pecora elettrica, ma la direzione è quella.

Cupo e ironico

Oggi ho voglia di autocompiacimento, perdonatemi ma se non fossimo un po’ narcisi non perderemmo tempo con l’arte , e voglio godermi una breve recensione del mio racconto "il richiamo" leggibile qui http://www.kultvirtualpress.com/articoli.asp?data=223 in cui il mio testo viene definito "cupamente ironico". L’appellativo mi piace moltissimo, sa di chiaroscuro, di contrasto, di agrodolce. Non so se posso meritarmelo, ma caspita, ne sono fiero. Cupo e ironico. Uao. Come la vita. Lontano milioni di anni luce eppure sulla stessa strada che fu di grandi autori. Queste sono soddisfazioni. PS L’autore dell’articolo non è mio cugino. E non l’ho pagato. Anche se forse dovrei.

Il dottor T e le donne

La mano di Altman si nota immediatamente nella coralità di un film che conferma Richard Gere nel ruolo di "amato tra le donne" ma per una volta ne fa una vittima piuttosto che un manipolatore. Nei quartieri altolocati di una Dallas vitale e metereologicamente imprevedebile il vecchio maestro del cinema americano distilla con sapienza le sue gocce di veleno nei confronti di una società vuota, frenetica, dove ci si parla solo per telefono e dove si fa fatica ad accettare di essere quello che si è.
 Il dottor T del titolo, ginecologo di fama, scoprirà quanto complicato è l’universo di sua moglie, delle sue figlie, delle sue colleghe e delle sue amiche, con qualche lungaggine di troppo (specie le scene nello studio del dottore sanno un po’ troppo di misoginia) e un finale catartico e di speranza, dopo tanta amarezza.
 Dopo tutto, nonostante le nostre meschinità – e quelle delle donne – la vita continua.