L’inserimento

Immagine tratta da picjumbo
Immagine tratta da picjumbo

La parola inserimento, fino a qualche anno fa, per me era collegata soprattuto al centrocampista che si apre un varco nella difesa avversaria e chiama la palla per puntare al gol. Oppure mi faceva venire in mente un distributore di tagliandi per la sosta e le monetine da inserire.
Ai tempi del liceo si diceva fosse protetto da San Serit chi cercava di farsi spazio, anche piuttosto aggressivamente, all’interno di una conversazione, di un gruppo di amici, di una comitiva.
Oggi non è più così.
Oggi per me l’inserimento è quelle lunga, dolorosa e faticosa gimkana che ogni genitore deve affrontare prima che si aprano le porte del paradiso, con su scritto “Asilo nido a tempo pieno”. Sì perché l’inserimento è quella procedura per cui, per dare modo al piccolo di ambientarsi, si fa in modo che l’ingresso sia graduale. Un giorno, due, tre, penserete voi. Illusi. L’inserimento dura settimane, a volte mesi. Si comincia con un’ora, con la mamma, poi un’ora e mezza, poi due ore da soli, poi due ore e trantacinque, e via andare questo stillicido di orari impossibili (dalle 17 alle 18,30, dalle 9,35 alle 12, fino all’ora di pranzo ma non oltre…).
Per carità, nessuno mette in dubbio che l’ingresso non debba essere traumatico. Ma un ingresso così lento ed esasperante fa venire il sospetto maligno e infondato che il trauma vogliano evitarselo soprattutto le educatrici, che dopo due mesi di ferie non sopporterebbero di ritrovarsi i bambini tutti insieme.
Non lo so, è un mestiere delicato, sicuramente hanno ragione loro. Ma allora perché non concederci tutti un po’ di inserimento? Al rientro a settembre, per esempio, dovremmo aprire l’ufficio relazioni con il pubblico gradualmente: prima un’oretta, ma senza dipendenti, così, solo per far ambientare i cittadini, per fargli conoscere gli spazi. Poi due ore, tre ore, accettando però solo i cittadini che sono stati già in ufficio gli anni scorsi; i nuovi non possono entrare fino a ottobre inoltrato. E poi, se il cittadino dà un po’ in escandescenze (sapeste…) si telefona ad un parente e si invita a venirselo a riprendere.
Secondo me sarebbe un’ottima idea; e sia chiaro che lo faccio solo nell’interesse psico-attitudinale dei cittadini e per evitare traumi che potrebbero interferire con il loro sviluppo emotivo e cognitivo. E a fine giugno chiudiamo l’ufficio. I cittadini che insistono per ricevere i servizi possono rivolgersi sempre rivolgersi ad un campo estivo.
L’idea mi piace. Preparo un piano da sottoporre alla giunta.

Distanze

primo_giornoL’aula mi sembrò grandissima. E piena di luce. Sulle pareti c’erano delle lettere accompagnate ad alcune immagini, una cartina geografica dell’Italia e un crocifisso in alto. In fondo una lavagna nera con la cornice di legno. Io indossavo un grembiule blu che mi metteva un po’ d’ansia perché non riuscivo a mettere le mani in tasca. Per fortuna la mamma mi aveva preparato un fiocco a strappo, per cui non era costretta a legarmelo dietro al collo. Odiavo le cravatte già allora. La maestra mi sorrise e mi invitò a sedermi in un banco verso la metà dell’aula. Era una signora piccola ed era incredibile come l’attenzione di tutti noi si focalizzasse su quella voce, sui quei gesti. Nella mia cartella di Topolino c’era un diario, quaderno a quadretti, un quaderno a righe e un astuccio con i colori. E la merenda, che in realtà occupava di gran lunga più spazio di tutto il materiale didattico. C’era anche un bicchiere rosso di plastica, di quelli che si richiudevano, e di solito lo facevano al momento sbagliato, proprio mentre mi dissetavo, innaffiando il mio fiocco a strappo e il mio grembiule blu.
Ero già stato alla scuola materna, ma stavolta sentivo che qualcosa era diverso. Non era perché non c’erano giocattoli in aula. E nemmeno per il grembiule blu. Non era perché la maestra era seria e ci rimproverava se ci distraevamo, e nemmeno perché le mie compagne di classe tutto a un tratto mi sembravano più carine. Non era niente di tutto ciò. Nemmeno era la mancanza della mamma, o del papà.
O forse sì. Quel giorno, per la prima volta, li sentii un po’ più lontani. Certo sarei tornato da loro dopo poche ore a raccontare la mia giornata. Eppure, a nemmeno un chilometro di distanza dalla mia cameretta, con le automobiline nascoste nell’armadio per nasconderle a mio fratello, mi sentivo più lontano. Come se avessi fatto un passo più in là.
Oggi, 33 anni dopo, sono tornato a provare la stessa sensazione di distanza. Ma stavolta non ero io a muovermi. Io me ne stavo fermo, immobile, a pensare alle mie grane lavorative, alle tasse e ai chili da smaltire. Era la mia piccola principessa che si stava, impercettibilmente, allontando, facendo quel primo piccolo passo di un lungo cammino.
Buon viaggio. Buon primo giorno di scuola.
Avrai bisogno di parecchi sacrifici per arrivare in fondo. Anche perché papà portava una cartella, un diario, due quaderni, un astuccio e una merenda. Tu hai tre zaini (trolley settimanale, zaino giornaliero e zaino per la ginnastica), due astucci (uno a tre piani e una villetta monofamiliare), 19 quaderni, libri, regoli, copertine colorate e altri costosissimi strumenti didattici che la mamma ti ha comprato e sui quali preferisco non investigare. Certe cose i papà non le devono sapere, mentre si strofinano gli occhi umidi andando a lavoro e pensando che in fondo sono rimasti li stessi sentimentali di quel giorno di 33 anni anni fa.

La tecnologia del superfluo

Alcune sere fa sono tornato a rivedere dopo tanti anni uno dei classici per la mia generazione, Ritorno al futuro. Inutile osservare, a quasi trent’anni di distanza, che non abbiamo skateboard volanti, e che in generale la nostra società è molto più simile a quella del 1985 di quanto quest’ultima non somigliasse al 1955. La storia dell’uomo è così, ha delle straordinarie accelerazioni, dei rallentamenti, a volte purtroppo torna anche indietro (la piramide di Cheope è straordinariamente superiore, per costruzione e tecnologia, rispetto a quelle costruite centinaia di anni dopo). Per non parlare dell’arretratezza medievale rispetto agli splendori di Atene e Roma.

ToléNoi viviamo in case simili a quelle di trent’anni fa (spesso sono proprio le medesime), lavatrici e frigoriferi sono più o meno gli stessi, e le nostre autovetture continuano a bruciare in larga parte combustibile non rinnovabile. Certo c’è stata la rivoluzione di Internet, ma anche in questo caso sono più interessanti gli effetti sociali che essa ha introdotto, che non l’aspetto tecnico vero e proprio: computer e reti esistevano già trent’anni fa, solo che nessuno aveva pensato ad un uso “popolare” fino ai primi anni novanta.

Se la tecnologia essenziale è avanzata poco, quella un po’ futile ha fatto invece passi da gigante: e se non affronterò qui il tema della depilazione a luce pulsata, che però mi dicono strepitosa rispetto alle forme precedenti un po’ truculente, voglio però parlare delle videoriprese. La prima volta che vidi una cinepresa (credo fosse un super 8), ne rimasi estasiato: anche se duravano pochi minuti e non avevano l’audio, quelle piccole portavano il cinema in casa. O meglio, nel cortile davanti casa, perché l’attrezzatura era troppo ingombrante per il salotto. Ma costavano eccome, bisognava ponderare bene ogni inquadratura, e di montaggio nemmeno si parlava. Ancora vent’anni fa, con il vhs, si potevano fare riprese più economiche (ve le ricordate le prime, enormi videocamere VHS?), e i più temerari azzardavano anche i primi montaggi. Lo feci anch’io con i miei amici, ma quanta fatica: occorreva collegare due videoregistratori e operare con perizia sui tasti pausa e rec, potendo contare sulla qualità mediocre dei nastri analogici. All’inizio degli anni 2000 la rivoluzione del digitale, i nastri miniDV permettevano di acquisire i dati sul pc, per poi essere riversati, senza alcuna perdita di qualità. Una meraviglia, per chi anni prima aveva speso una fortuna per comprare un videoregistratore VHS in grado di sovrascrivere la traccia audio.

Certo non mancavano i contrattempi: ho passato notti intere a montare i miei primi filmati, con il suono dell’hard-disk del computer che riecheggiava come un trattore nel silenzio dell’appartamento. E i primi sistemi di montaggio non lineare (potevi cioè decidere di spostare le tracce video senza seguire un ordine sequenziale, come nel montaggio tradizionale) non permettevano di vedere il video se non dopo il rendering, che poteva durare ore. Così ti toccava scoprire, dopo un’attesa snervante, che avevi sbagliato i tempi di una dissolvenza, e dover ricominciare drammaticamente tutto da capo.

Il video che vedete in questa pagina l’ho girato con uno smartphone. Il soggetto è Tolé, un grazioso centro sull’Appennino Bolognese che frequento d’estate, in particolare un borgo arricchito negli anni dalle opere d’arte che gli artisti ripongono ogni anno (dipinti, sculture, bassorilievi). Riguardo al video la messa a fuoco non è sempre al meglio, i bilanciamento del bianco lascia a desiderare e la compressione del MPEG 4, specie sulle panoramiche, si sente tutta (se non sapete di cosa sto parlando va bene così, il 99% non lo sa e vive bene lo stesso). Però, ragazzi, ho fatto le riprese con una scatoletta grande quanto una delle nostre vecchie audiocassette che ha come principale funzione quella di telefonare. E il montaggio non ha richiesto più di un paio d’ore, compresa la scelta di una colonna sonora royalty free, con un programma gratuito.

Non c’è niente da dire, se ci fossimo concentrati sugli skateboard con la stesse perizia con cui abbiamo lavorato sul video digitale, oggi andremmo i centro volando. A skate alterni, i giorni pari gli uni e i giorni dispari gli altri,