Top-ten dei momenti in cui dire “D’Oh!”

bancomat10) Il momento in cui avvii la lavatrice e ti rendi conto che sei completamente nudo ma indossi ancora i calzini. Proprio quelli che dovranno attendere la prossima lavatrice per essere purificati
9) (oppure 10 bis) Il momento in cui avvii la lavastoviglie e ti accorgi dei cucchiaini impasticciati di gelato sotto il tavolo
8) Il momento in cui ti siedi in auto, metti in moto e ti rendi conto che hai lasciato l’autoradio nel cassetto in sala da pranzo
7) Il momento in cui arrivi in ufficio dopo le ferie e ti rendi conto che sono bastate due settimane a farti dimenticare la dannata password d’accesso
6) Il momento in cui cerchi nel portafoglio la tessera fedeltà di Mediaworld e scopri di avere con te quella di Conad, Coop, lavanderia, fondo salute e altre dieci tessere. Tutte tranne quella di Mediaworld
5) Il momento in cui assaggi lo yogurt e ti rendi conto che hai di nuovo dimenticato di controllare la data di scadenza
4) Il momento in cui escono al lotto i 4 numeri che hai sognato due giorni prima ma che non hai giocato, perché tu in queste cose non ci credi
3) Il momento in cui la mano comincia a tremare, un rivolo di sudore ti cade sugli occhi e il battito accelera prima del terzo tentativo per inserire il codice pin del nuovo bancomat.
2) Il momento in cui, dopo aver disperatamente cercato l’auto nel posteggio dell’ipermercato, ricordi di essere venuto in autobus
1) il momento in cui provi a timbrare l’ingresso in ufficio, ma la macchinetta non va, non va. Per forza. Non è la tessera giusta, che hai lasciato a casa. In compenso, ecco dov’era finita la tessera di Mediaworld!

Papà, facciamo i compiti?

altalenaNon mi è mai piaciuto fare i compiti. Andare a scuola era un dovere, magari noioso, ma, con i limiti della maturità che può avere un bambino, ne comprendevo l’utilità. Ma i compiti no, i compiti erano un’invasione dei miei tempi che tolleravo a fatica. Certo c’era qualche eccezione: non mi dispiacevano i “pensierini” che poi divennero “composizioni” e infine “tema”. E anche gli esercizi di matematica, quelli con il risultato finale previsto che doveva corrispondere al tuo, avevano un che di divertente, una sorta di rompicapo. Insomma però, sempre compiti erano.
Con i ricorsi storici che la vita ci propone, anche i compiti, come i peperoni, si ripropongono. Sono quelli di mia figlia, che ovviamente chiede un sostegno al papà o alla mamma. E se il tempo pieno ci ha liberati dall’incombenza quotidiana, ecco che lo spettro della paginetta fitta fitta del diario si protende minaccioso sugli equilibri del week-end.
E il guaio è che adesso non posso nemmeno farli io, i compiti (anche se la tentazione è forte: con tutto quello che ho da fare, non posso, davvero non posso aspettare che tu colori quella paginetta, tesoro mio). Devo, come dire, sovraintenderli, indirizzando talvolta le scelte (non se ne parla proprio, cominciamo con la matematica: le letture le farai quando sei ormai cotta) sollecitando l’operatività (e basta temperare le matite! Pensa a ‘sta cacchio di sottrazione che siamo fermi da dieci minuti!) sostenendo nei momenti di difficoltà (lo so che scrivere in corsivo è faticoso e ormai quasi inutile e ti servirà a poco nella vita, ma il bello sta proprio nello scoprire quante cose non ti sono servite cammin facendo. Non posso mica toglierti il gusto elencandole tutte adesso!).
Insomma, ho un ruolo di responsabilità. Con l’aggravante che il resto della dirigenza mi boicotta (la mamma mi ha sempre fatto fare così) e che i reparti operativi non nutrono particolare rispetto per i vertici, sapendo che non posso né licenziarli né rifiutare loro le ferie (uffà papà non è così che si fa).
Quali altri ricorsi mi riserva il futuro? Devo prepararmi alle nottate prima delle interrogazioni e al ritiro a inizio della stagione sportiva? Non lo so. Anche perché, con l’avanzare degli anni, più che ricorrere, al massimo queste attività ripasseggiano, che di più non ce la faccio.

Desiderio nascosto

scivoloLe scale in effetti potrebbero essere un problema. Il primo gradino, soprattutto, è un vero tranello, perché l’ingegnere infingardo che l’ha progettato l’ha posto molto, troppo in alto. Ma ce la posso fare. Quante volte mi sono arrampicato su per le ciminiere del siderurgico, così in alto da non vedere più nemmeno il capoarea piccolo piccolo decine di metri più sotto che si sbracciava inutilmente imprecando contro tre generazioni di miei avi?

Poi c’è da valutare che la pista di lancio è in effetti troppo stretta. Non è stata evidentemente progettata per me. Ma quando mai ho utilizzato qualcosa che fosse progettato esclusivamente per me? Da bambino ho indossato per decenni i vestiti larghi e sformati di mio fratello, inciampando nei pantaloni troppo lunghi e nascondendo le mani in fondo a maniche che le risucchiavano spietatamente. E la mia prima automobile, quella meravigliosa Autobianchi Bianchina con cui portavo al mare tutta la famiglia, non era certo stata concepita per trasportare pasta al forno, polpettone, anguria, focaccia con le cipolle, ombrellone, sdraio per papà, sdario per la mamma, paletta, secchiello, pallone, canotto e cinque persone. No davvero, la pista non sarà un problema.

Sarà soprattutto la brama per quel momento di gioia assoluta, per quella forte emozione, il cuore che batte forte nel petto, lo sguardo che si annebbia, le mani che tremano, sarà il coraggio di chi non si ferma di fronte a chi gli dice di no che mi aiuterà a superare ogni ostacolo. Lo stesso coraggio con il quale ho sepolto i mie genitori morti dopo una vita di fatiche contadine e l’unica soddisfazione di avermi mandato alle scuole alte, il coraggio di chi si è sposato giovane quando gli dicevano ma chi te lo fa fare, divertiti, aspetta un po’, ma io non ce la facevo ad aspettare e volevo che il mio amore mi accompagnasse lì, subito.

Alcune cautele andranno prese. Devo fare in fretta, su questo non c’è dubbio. Studiare bene in anticipo ogni movimento, coordinarmi come un trapezista che muove i muscoli all’unisono consapevole che il minimo errore può comportare una disgrazia. E soprattutto, devo evitare lo sguardo traditore di chi è venuto qui con me, ed è pronto a raccontare tutto, a ricoprirmi di ridicolo, a denunciare le mie azioni semplicemente perché qualcuno ha stabilito così. Quasi che debba chiedere il permesso, io, a chi ho contribuito a mettere al mondo. Di notte, potrei tornare qui di notte. O magari al mattino presto, anziché fare la fila dalle otto di fronte al supermercato che tanto apre alle nove.

Veloce, silenzioso, invisibile.

Non sono invisibile adesso, però. Mi avranno visto? Dissimulare, presto. Fischiettare. Negare, negare l’evidenza. Allontanarsi.

– Nonno, che fai? Smetti di guardare da quella parte, ti ho visto sai? Lo sai che la mamma ti ha detto che non è per te, poi succede come l’altra volta che ti sei fatto male alle ginocchia. Tu non ci puoi salire sullo scivolo del parco, è per noi bambini! Fai il bravo, nonno, spingimi sull’altalena.