Due o tre concetti per capire la PA

ministeroIn questi giorni leggo molti articoli che annunciano l’arrivo della carta di identità elettronica, con il condimento dei soliti luoghi comuni: ci sono voluti anni di sperimentazione, la PA italiana è un fallimento, fannulloni, che vergogna, bla bla bla. Ovviamente lasciamo da parte i commenti di chi non è riuscito ad andare oltre la terza media e quindi si sente escluso dalla possibilità di diventare un dirigente pubblico (maledetti burocrati!) e anche da chi non paga le tasse da vent’anni e si lamenta dai disservizi pagati dalle tasse di vicini. A questa gente qui preferisco non rivolgermi, che sarebbe tempo perduto. A tutti gli altri sì, per spiegarvi un po’ come funziona la PA in Italia e il rapporto con la politica.

Facciamo un esempio. Immaginiamo di dover organizzare un evento, non so, per i nostri dieci migliori clienti. Abbiamo dieci mila euro per dieci invitati. Ebbene, le alternative non mancano. Con mille euro a testa possiamo organizzare un weekend in una città d’arte e pagare viaggio, vitto e alloggio per gli ospiti. Certo non prenoteremo al 5 stelle e non voleremo a San Pietroburgo, ma insomma le alternative non mancano. Immaginiamo ora di avere a disposizione un budget di diecimila euro per cento invitati. Bisogna volare più basso, non solo figurativamente. Con cento euro a testa possiamo organizzare una cena senza troppe pretese e magari allietarla con un accompagnamento musicale. Non saranno gli U2, ma un gruppo di professionisti locali sì. Oppure possiamo organizzare una cena a buffet riducendo i costi e poi portare gli ospiti a teatro. Con il trasporto a carico loro. Insomma, ci si può pensare, c’è da programmare, richiedere preventivi, ottimizzare, insomma c’è da lavorare e tanto, ma con competenza e un po’ di entusiasmo abbiamo la possibilità di fare bene. Cosa c’entra tutto questo con la Pubblicazione Amministrazione? Ebbene immaginate che il governo italiano dia ai funzionari l’incarico di organizzare un evento a New York per diecimila persone con il solito budget di diecimila euro. Anzi, lo decreti per legge. Vi sembra una follia? Sappiate che è quello che succede ogni giorno. A quel punto il ministro organizzerà una conferenza stampa per annunciare che si va tutti a New York, ci saranno strette di mano e applausi, elettori soddisfatti, quand’è che si parte. Il nostro solito funzionario di fronte ad una tale scemenza non comincerà nemmeno a lavorare. Vuoi andare a New York con un euro? Non chiederà preventivi né progetterà alcunché, al limite si darà da fare per produrre una relazione per spiegare come non è riuscito a raggiungere l’obiettivo. Qualcuno magari ci proverà, in attesa di un decreto milleproroghe che intanto rimandi tutto all’anno prossimo. I politici, di fronte al fallimento, sbraiteranno contro i fannulloni buoni a nulla e contro la burocrazia: loro hanno una vision chiara per il futuro, ma quei maledetti dipendenti pubblici li ostacolano. A quel punto prenderanno cinquantamila euro e li daranno ad una agenzia di amici, i quali prometteranno che tutto sarà fatto. Stamperanno qualche brochure ed effettivamente compreranno qualche biglietto, poi spariranno con il resto dei soldi che nessuno recupererà perché sono finiti ad una filiale a Panama. Il vecchio politico sarà sostituito dal nuovo, e si riparte. Se al posto dell’organizzazione dell’evento ci mettete la costruzione di un ponte, l’organizzazione scolastica o l’introduzione di un nuovo sistema informatico, il risultato non cambierà. Vogliamo fare qualche esempio concreto? Il progetto della carta di identità elettronica e la sua introduzione in Italia non è affatto recente. Solo che nella conferenza stampa il ministro dell’epoca dichiarò: carta di identità elettronica per tutti, basteranno venti minuti allo sportello. Bene, bravo, strette di mano. E però. Però quell’idea prevedeva che ogni sportello si dotasse di macchina fotografica digitale, spazio e competenze adeguate per fare una buona foto, e fin qui, tutto sommato, ci può stare. Però siccome il cittadino (elettore) deve avere tutto subito, bisogna che allo sportello dispongano di card elettroniche con microchip da programmare e restituire seduta stante, con tanto di foto impressa. Come no, New York. Alcune amministrazioni locali c’hanno provato, spendendo svariate decine di migliaia di euro per acquisire gli strumenti necessari. L’hanno fatto i comuni più grandi, riducendo però il numero di sportelli attrezzati, e alcuni coraggiosi pionieri. Hanno speso soldi per manutenere, riparare e gestire macchinari costosi e sofisticati. Siccome il ministro non poteva ammettere di aver fatto una enorme, clamorosa, indiscutibile cagata, ha cambiato fornitore, chiamato gli amici che hanno proposto di andare a New York con cinque euro, e intanto insultato e infamato la PA, quei dipendenti ottusi e privi di vision. Dopo molti anni ecco che ci si rende conto che il sistema non può funzionare, si dismette la vecchia carta di identità e se ne introduce una che, sensatamente, verrà stampata da un unico centro nazionale e non da 8 mila sportelli. Il povero cittadino elettore dovrà portare due fototessere da scansionare (burocrati vessatori!) non avrà la carta seduta stante, ma dovrà aspettare una settimana, con buona pace di quelli che si presentano allo sportello dopo l’orario di chiusura pretendendo il rilascio immediato, visto che hanno l’imbarco per Parigi dopo un paio d’ore. C’andranno in treno, in vacanza a Parigi. Sempre che non fossero diretti a Londra, perché in quel caso temo che servirà loro un passaporto, ma questa è un’altra storia. Altro esempio? Nel 2010 Tremonti stabilisce che ogni amministrazione (tranne la presidenza del consiglio) debba tagliare dell’80% le spese per la comunicazione istituzionale. Avete capito bene, ottanta percento. Bene, bravi. Con la cultura non si mangia. Poi un ministro nel 2013 stabilisce le linee guida per i siti web e decreta che, per rispetto dei diversamente abili (ne cito giusto un paio) tutti i video pubblicati dalla PA dovranno essere sottotitolati per i non udenti, e tutte le registrazioni audio dotate di trascrizione letterale. Non una sintesi, proprio la trascrizione. Una legge di civiltà, bravo ministro, così si fa, all’avanguardia in Europa. Poi il primo a non rispettarla è il ministro vicino di stanza, ma tant’è. Potrei continuare a lungo, aggiungo solo che il governo Monti prima e quello Renzi dopo (con il breve intervallo di Letta che in effetti un po’ di sale in zucca ce l’aveva, e s’è visto che fine ha fatto) sono in assoluto i campioni di questo delirante comportamento. Nemmeno Berlusconi osava tanto. Quando sentirete gli annunci del premier in tivù, ricordatevi dell’evento a New York. Il nostro predica l’informatizzazione delle procedure da tempo. Meno carta, digitale, velocità. Come dargli torto. Poi però nell’ultima legge finanziaria ha previsto una riduzione degli investimenti pubblici in informatica del 50% in tre anni. Perché l’uomo ha una vision ma anche capacità manageriali: a New York c’andremo tutti con cinquemila euro. E se i dipendenti non si adeguano li licenzieremo, o meglio li faremo condannare tutti per omissione di atti d’ufficio. Il loro ufficio è quello di fare miracoli. Che si adeguino.

Perché credo

crocifisso_Antonio_CaputoPerché si crede? Per avere una consolazione nei momenti più difficili, per dare un senso a ciò che non comprendiamo, per trovare un conforto di fronte alla morte. La domanda con cui ho aperto questo post è LA domanda per eccellenza, essere o non essere. Pascal diceva che in fondo credere è una scommessa che può solo essere vinta. Se Dio c’è, bene, abbiamo vinto. Se con la nostra morte scomparirà anche la nostra coscienza, allora abbiamo perso, ma non lo sapremo mai.
Io non sono né un teologo né un filosofo, e negli ultimi cinque millenni ce ne sono stati di veramente validi a dibattere sul tema. Non mi riferisco a chi ha nascosto dietro alla religiosità solo uno straordinario simulacro per esercitare il proprio potere, ma a menti dotati di una brillantezza tale da intimorirmi anche solo al nominarle. Però se devo rispondere a qualcuno spiegando perché credo, gli rispondo perché preferisco la lectio difficilior. In filologia, con questo termine si identifica la versione “più difficile” appunto da un punto di vista morfologico, lessicale, semantico. Se dello stesso testo esistono più letture, o lectio, quella difficilior ha più probabilità di essere vera, perché nell’atto di copiare, nel dubbio, l’amanuense avrebbe scelto quella più facile. Se ha scelto quella più difficile, è perché era certo.

Che noi siamo semplicemente esseri animali più evoluti di altri, la conclusione di un processo durato milioni di anni che ha avuto origine casualmente è sicuramente la lectio facilior, la lettura più facile. Nasciamo, cresciamo, muoriamo. Avanti un altro. La scelta atea è quella che meglio si adatta alla nostra razionalità che si basa su esperienze e prove: noi vediamo i nostri cari morire, nessuno ha mai visto una persona risuscitata (con l’eccezione di pochi contemporanei di Gesù Cristo, ma una prova documentale indiretta basata sulla tradizione difficilmente trova un posto di rilievo nella logica stringente). Secondo il metodo scientifico basato sull’esperimento, Dio non esiste, perché la sua esperienza non è dimostrabile. E anche le affascinanti costruzioni logiche di pensatori che hanno cercato di spiegarne l’esistenza tramite il ragionamento hanno tutte qualche elemento di debolezza. Eppure, dopo circa 5, forse 6 milioni di anni di presenza dell’uomo sul nostro pianeta, questa lectio non è ancora scomparsa. In alcuni momenti recede, in altri cresce, ma c’è, è ancora presente. Si potrà dire, come ho detto all’inizio, che sopravvive perché ci fa comodo. Perché noi siamo talmente intelligenti e presuntuosi da esserci creati una proiezione di noi stessi e averne fatto un Dio. Anzi, diversi dei, a giudicare dalla varietà di religioni presenti al mondo. Io credo che se milioni di uomini in tutte le culture e le società del mondo hanno immaginato una entità soprannaturale è perché c’è da qualche parte dentro di noi una traccia che ci porta a tale immagine. Un istinto, se vogliamo. Un istinto che deve portarci a sentirci più vicini agli altri, e non a dividerci e magari massacrarci, come purtroppo succede spesso. Anche se in questo caso devo dire agli amici atei che attribuiscono alla fede la colpa dei conflitti che l’uomo è bravissimo a trovare scuse stupide per azzannare il fratello: la fede è una, ma c’è anche la patria, la bandiera, la famiglia. Se credessimo davvero non potremmo mai prendere in mano un’arma, perché nessuno è così imbecille da giocarsi un’eternità di pace e serenità nell’altro mondo per pochi scampoli di successo in questa.

Rimango comunque rispettoso di chi non crede, ci mancherebbe. L’importante è che ricordino che a scegliere la lezione facile sono stati loro, non io che credo in quella più improbabile, incredibile, insostenibile. In una parola, difficile.

La donazione

donare_il_sangueLa prima volta fu a diciotto anni. La prima volta non può essere prima dei diciotto anni, perché i minorenni non possono donare il sangue. Andammo in ospedale accompagnati dal professore di biologia, che ogni anno compiva quel rito con i suoi allievi maggiorenni: introdurli all’importanza di donare il sangue affiancandoli nella loro prima volta. Si trattava di una scelta libera e volontaria, ma il nostro professore sapeva come convincere anche i più titubanti.
Io ci andai volentieri, a dire il vero. Era un’esperienza nuova, e a quell’età ogni esperienza ammantata di novità risulta solo per questo eccitante. Poi c’era da dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio, una sorta di prova di iniziazione. Andò tutto liscio, anche se ricordo bene un certo disappunto quando per la prima volta vidi l’ago che più che a quei capelli sottili usati per i prelievi sembrava una robusta canna di una penna stilografica, grossa abbastanza da poterla misurare in millimetri. Andò tutto bene ma poi venne l’università e con essa l’anarchia e l’individualismo tipico di quegli anni, in cui dimenticai completamente la donazione.

Il tema tornò d’auge quando una collega proveniente da una famiglia di donatori da generazioni cominciò a parlare dell’importanza di donare il sangue: il suo papà aveva più medaglie Avis di un ammiraglio e io non volevo certo sfigurare. Poi, ero già stato un donatore, spiegai con baldanza e orgoglio, sperando, come dire, che il titolo di donatore sia concesso una tantum dopo una sola esperienza. Non è così. Donatori si è sempre, perché di sangue c’è sempre bisogno purtroppo. Fu così che ripresi le mie donazioni, di solito annuali, qualche volta più frequenti, tutte le volte che avevo voglia di un giorno di vacanza ma non avevo il coraggio di mettermi in ferie. Si perché non dimentichiamo che i lavoratori hanno diritto ad un giorno di riposo per la donazione. Arrivai anche a donare il sangue il giorno in cui avevo colloqui di lavoro presso altre aziende; insomma, una solidarietà un po’ interessata, la mia. Sono passati quindici anni, da allora, e anche se non ho bisogno di giorni di vacanza per colloqui continuo a donare volentieri.

La stilografica non fa più paura, chi la gestisce sì. Perché se vedete le signore infermiere oltre la cinquantina potete stare tranquilli. Hanno visto la vostra vena ancora prima che voi entraste in sala donatori. Sanno dov’è, la sentono. Un rapido tocco con la punta delle dite, giusto per salutarla, un colpetto e via. Le signore oltre la cinquantina non sbagliano mai, per loro è come calciare un rigore senza portiere. Non sempre, purtroppo, c’è la signora cinquantenne. A volte c’è il collega quarantenne, che ha più tatuaggi di un picchiatore ucraino, chiacchiera tutto il tempo e di solito si limita a mettere e togliere il cerotto. Quello è il suo ruolo, a quello è preparato, ma può anche capitare che sia chiamato al livello successivo. Se lo aiutate, magari con qualche imbarazzo perché lui la vena deve cercarla, sentirla, palparla, prima di affondare il colpo, andrà tutto bene anche in questo caso. E dopo una decina di minuti non dovrete più nemmeno vedere i suoi tatuaggi imbarazzanti.

Un paio di volte, però, mi è capitato lui. Succede, purtroppo. Il pivello. Lo capite subito perché fa il suo esordio con un “chi, io?” di fronte all’invito deciso della signora cinquantenne. Il pivello non ha idea di dove sia la vena, non c’è nessuna speranza che la trovi, a mala pena sa perché è lì quella mattina, lui voleva fare il calciatore, l’infermiere è stato un ripiego. Cominciate a stringere con violenza la pallina antistress nella speranza che questo lo agevoli, ma non serve a niente, per lui è già tanto riuscire a colpire il braccio anziché infilzarvi una coscia. La prima volta che mi capitò, la sua tutor, per fargli coraggio, cercò di dare la colpa a me: ma è la prima volta che dona? No, ma è a prima volta che mi torturano tipo vergine di ferro. Ha bevuto abbastanza? Ho la vescica che mi esplode e sudo come un cammello, però non sono questi i liquidi che vi interessano, vero?  ? rilassato? Lo ero, prima del terzo buco a vuoto nel braccio. La prima volta, la tutor si arrese, mi chiese scusa se per quel giorno mi avevano usato tipo bersaglio umano, rivolse uno sguardo furioso al pivello e mi lasciò andare con la sacca vuota. La seconda volta, l’anno scorso, non si è data per vinta, dopo che l’impedito mi aveva saccheggiato un braccio, l’ha invitato a provarci con l’altro. Qui in effetti qualcosa ha trovato, un capillare talmente sottile da non permettere nemmeno di riempire per intero la sacca. E si che avevo bevuto, ero riposato e rilassato, le vene erano sempre quelle e non le avevo nascoste per fare lo spiritoso. Insomma, succede. Molto raramente, il pivello capita. Magari anche le signore cinquantenni, appena diplomate, non erano così brave. Forse. Il mio consiglio è di evitare i ponti e i fine settimana, giornate ad alta percentuale di presenza di pivelli.
E dopo essere dimagriti di mezzo chilo senza alcuno sforzo (facile, eh?) potrete finalmente godervi le lussuriose paste dell’Avis, quel trionfo di colesterolo assolutamente giustificato perché avete donato ed è l’unico momento in cui potete ingozzarvi di trigliceridi senza patemi. Anche se sospetto che quelle paste siano così caloriche da lasciare traccia nelle analisi della donazione dell’anno dopo. A proposito, meglio la sede centrale con il bar. In certi ospedali se la cavano con un buondì secco e un succo di frutta. E dai, 45 cc di sangue gruppo A e nemmeno un cappuccino?

Donare fa bene, e non lo dico solo in senso sanitario. Donare ci fa sentire utili. Sapere che una parte di noi farà stare meglio qualcuno più sfortunato dà un senso alla nostra giornata. Fatelo, non ve ne pentirete. E se ogni tanto vi capita il pivello, pazienza. Con quelle braccia piene di lividi spaventerete tutte le vecchiette sull’autobus, vuoi mettere la soddisfazione?

Per colpa di chi

sorrisoUna delle mie preferite leggi di Murphy dice che chi sorride quando le cose vanno male ha già trovato qualcuno a cui dare la colpa. Si tratta di un motto universale che però è straordinariamente adatto al modo di pensare italiano. Per anni siamo stati divisi tra quelli per cui la colpa di ogni male era da imputare al capitalismo e al consumismo occidentale, e quelli per cui all’origine di tutti i problemi c’erano i comunisti, il materialismo e i sindacati.

Venuti meni questi capisaldi dell’italico scaricabarile, sono emersi nuovi capri espiatori: se il nord non produce più non è perché i nipoti degli imprenditori dilapidano le fatiche dei loro nonni in festini, orge e macchine di lusso, no, la colpa è dei meridionali che ci rubano il posto in fabbrica. Versione che poi si è evoluta nel più moderno “prima gli italiani”: prima mio figlio che si alza alle undici di mattina ogni giorno, non si è diplomato perché a scuola non lo capivano e spende 500 € al mese alle macchinette al bar, poi i profughi che parlano tre lingue e per salvarsi hanno attraversato il deserto e il mare, loro sì causa dei nostri problemi.

La fine delle ideologie ha prodotto però il moltiplicarsi dei fronti: ci sono quelli per cui la colpa di tutto è ascrivibile a chi mangia carne (dall’inquinamento atmosferico alla crisi in Libia, e forse anche i fallimenti recenti della nazionale sono colpa del prosciutto cotto), quelli per cui i credenti sono la tana in cui si annida ogni cattiveria, mentre gli atei sì che sono persone per bene (e in effetti un ateo che per il bene di tutti avrebbe voluto estirpare tutte le fedi religiose c’era, peccato secondo alcuni che l’abbiamo fermato nel 1945 prima che potesse completare l’opera). Ci sono poi i leitmotiv immancabili, come quelli che “fattura o sconto?” con il suv dichiarato come macchinario agricolo per i quali sono i maledetti salariati a rovinare l’Italia, con le loro ferie e i loro giorni di malattia, i signori che dimenticano sistematicamente di dichiarare un conto corrente milionario (che distratto, sa, lo usiamo poco) o un reddito (sì è vero abbiamo tre appartamenti in affitto, ma è solo per non tenerli vuoti e far cambiare l’aria) e quando devono accedere a benefici pubblici la colpa è sempre dei maledetti burocrati e dei dipendenti fannulloni che ostacolano i loro piani.

Va bene, mi arrendo, la colpa è sua, è nostra, è mia. Vi fa stare meglio? Vi fa sorridere? Bene. Sorridete pure. Almeno così quando le cose vanno male saprò distinguervi dagli altri e potervi mandare a quel paese senza perdere tempo in inutili fasi istruttorie.