Dieci piccoli indizi: sette bello

Ponte nel boscoQuanto sarebbe piaciuto agli elfi che popolavano il nord di Apul, conosciuti anche come Berfatt, essere gli unici abitanti dell’isola! Ma purtroppo non era così. C’erano gli Gnurket che abitavano più a sud la città di Tardnuestr e i dintorni, così grezzi e trogloditi, poverini. Fondamentalmente pacifici, almeno nei loro confronti, ma certo cambiarsi d’abito una volta ogni tanto avrebbe migliorato la loro vita sociale. Poi c’erano gli Sparatrapp, che confinavano anche loro a sud ma sul confine orientale: simpatici e innocui, potevano essere considerati i fratelli originali della famiglia. E però c’erano anche i mostruosi Mucidi, con le loro angherie e le loro continue minacce, per non parlare di gruppi sparuti come i Vashvash, commercianti gretti e puzzolenti, e i Chiummi, giganteschi esseri con giganteschi problemi di igiene personale. Un tempo Chiummi e Berfatt erano stati stretti alleati, ma quei giorni erano ormai ricordi lontani, e dei Chiummi si era persa traccia.

«Prego, accomodatevi». Fu Capurél, la madre del re, a rivolgersi ai due ospiti invitandoli a sedersi vicino a lei, mentre il figlio osservava qualcosa fuori dalla finestra. Per un attimo anzi costui sembrò voler dire qualcosa, ma la madre lo anticipò.
«Vi abbiamo fatto chiamare perché abbiamo una missione importante da affidarvi. Una missione per la quale abbiamo bisogno delle vostre capacità».
Per quanto i Berfatt preferissero contemplarsi nello specchio piuttosto che confrontarsi con gli altri, di tanto in tanto occorreva mandare un messaggero alle popolazioni vicine. E tutte le volte diventava difficile individuare qualcuno, perché nessuno voleva allontanarsi dalle terre del nord, con il rischio di perdersi o di finire vittima di un’imboscata. La scelta pertanto era stata quella di nominare ambasciatori coloro i quali potevano pure perdersi o finire vittime di un’imboscata senza arrecare danno alcuno al regno, anzi.
Due campioni in questo senso erano stati trovati in Pizzarun e Scapucchiun, due fratelli che condensavano il peggio che il popolo berfatt potesse proporre: pavidi, scarsi nella lotta, piuttosto impacciati con le armi, incapaci di accostare bene i colori di calzini e giubbe. E poi, per quanto cercassero di curarsi con manicure e trattamenti estetici, rituali molto diffusi tra i Berfatt, non riuscivano ad ottenere una sembianza per lo meno accettabile per gli standard di un popolo molto attento alle apparenze come quello degli elfi. Erano “elfi di periferia”, vivevano cioè lontani dalla città, nella quale venivano richiamati solo in grandi occasioni: mandarli in giro, insomma, era una buon modo per tenerli lontani e dimenticarsi del loro mono-sopracciglio. A dire il vero ogni volta che partivano i consiglieri del re rimanevano in trepidante attesa per il loro ritorno. Tremavano alla sola idea che potessero essere uccisi per strada. Che figura avrebbero fatto, i Berfatt, se altri popoli confinanti avessero recuperato quei due cadaveri spettinati, trasandati e fisicamente fuori forma?
Nessun dubbio che se c’era da inviare qualche comunicazione ai popoli vicini, toccasse a loro farla.

«Madre – borbottò Vacandin cercando di prendere la parola – a dire il vero…»
«I Mucidi preparano un attacco epocale. Ci è stato comunicato da un messaggero sparatrapp, e mio figlio Vacandin l’ha rimandato indietro proponendo un incontro. Ma visto che i giorni passano e con essi cresce la paura che qualcosa di brutto gli sia accaduto, è arrivato il momento di andare a scoprire direttamente cosa sta succedendo a Yarubbedd, la città principale degli Sparatrapp».
Quando il gioco si fa brutto, insomma, i brutti cominciano a giocare.
«Mamma – intervenne allora il re alzando la voce – guarda che quelli non sono Pizzarun e Scapucchiun. Non vedi? Di solito i due indossano calzini spaiati e giacche a strisce marroni. Questi invece sono vestiti di blu».
La regina madre ebbe un sussulto e portò la mano al petto.
«Chi siete voi, dunque, e come osate sostituirvi ai nostri due messaggeri?»
«A dire il vero, vostra maestà, noi siamo i loro cugini. Il fatto è che Pizzarun e Scapucchiun avevano troppa paura di presentarsi direttamente davanti a voi. Ma adesso che sappiamo che non volete imprigionarli o peggio ancora depilarli, possiamo andare a chiamarli».

Non erano belli, Pizzarun e Scapucchiun, ma avevano il dono della strizza. Convivevano con la paura in qualsiasi circostanza. Il re poteva fidarsi: sapeva che anche stavolta la loro straordinaria capacità di fuggire a gambe levate davanti al pericolo li avrebbe salvati, consentendo loro di portare a termine la missione.

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Io e il mio scaldacollo

Il nostro amore è nato in maniera tardiva, e come tutti gli amori maturi è risultato essere più profondo e completo. Una mattina lo trovo sul divano, solo, trascurato: mia moglie mi spiega che è un regalo per mia figlia, che l’ha rifiutato. Lo scruto, ne prendo le misure, mi ci butto a capoffito, e da allora siamo inseparabili, io e il mio scaldacollo.

L’unico rimpianto è quello di averlo scoperto ben oltre i quarant’anni. Perché lo scaldacollo prima di tutto scalda sul serio, e questo, per un pugliese che lavora sull’Appennino, è un dettaglio fondamentale. Poi perché non ti scappa via nel vento, è avvinghiato a te e non ti tradisce come certe sciarpette infingarde. Sì perché io con le sciarpe ho sempre avuto un rapporto conflittuale: troppo corte, tanto da non riuscire nemmeno ad annodarle per bene, troppo lunghe, con il risultato di penzolare svogliatamente fino ad andarsi a impigliare nella cerniera del giaccone. E il nodo, poi? Quello doppio che fa tanto modello Armani ma produce un cappio che nemmeno negli spaghetti western di peggior livello, quello singolo che ti finisce dietro la schiena dando di te l’immagine di un labrador che è scappato al guinzaglio. Certo, la sciarpa puoi sempre portarla sulle spalle senza legarla, ma stiamo parlando di Appennino, e la bronchite è dietro l’angolo che ti aspetta sorniona.

Con lo scaldacollo tutto ciò appartiene ad un passato lontano che non tornerà. Se ho voglia di starmene da solo, posso addirittura tirarlo su con uno stile rasta fricchettone, e nessuna vecchietta in treno oserà attaccare bottone.
L’unico problema è che arriverà la primavera, e io e il mio scaldacollo dovremo separarci, fino all’autunno prossimo. Almeno che non ne trovi una versione in cotone da indossare in spiaggia.

Dieci piccoli indizi: otto di coppe

Priscilla, segretaria di direzione in una nota azienda di software gestionale, stava mettendo a posto il meeting report dell’ultima riunione del suo direttore, riempendo ben due cartelle della sua tombola delle cazzate. Si trattava di una cartella in cui, al posto dei numeri, si scrivevano parole insulse ma tanto amate dai manager, quali “customer oriented”, “best practice”, “redemption”, “competitors” “core business”, “proattivi”. Ogni volta che qualcuno utilizzava una delle parole, si segnava sulla tombola. Da quando aveva scoperto quel gioco, Priscilla era molto più attenta durante le riunioni con il suo capo, anche se in più di un’occasione aveva dovuto mordersi la lingua per non gridare “Tombola!” una volta completata la cartella.

La riunione aveva per tema la drammatica questione del valore aggiunto. Il loro software infatti da sempre presentava una caratteristica schiacciante sulla concorrenza: era “a valore aggiunto”. Nessuno sapeva dire esattamente cosa ciò significasse, ma domandare “che vuol dire” era sconveniente per un manager che sa sempre tutto a prescindere, per cui si andava avanti, tra cliente a fornitore, sul tacito accordo del valore aggiunto: io e te sappiamo cosa vuol dire, strizziamo l’occhiolino, diamoci la mano, che fighi che siamo, mi raccomando il panettone a Natale lo voglio artigianale e con lo spumante.

Purtroppo però i concorrenti avevano lanciato il guanto di sfida. Per rispondere al loro straordinario software a valore aggiunto, infatti, avevano lanciato una campagna di comunicazione in cui descrivano il loro prodotto “ad elevato valore aggiunto”. Si trattava in effetti di un colpo geniale. In quell’“elevato” c’era un distacco difficile da colmare, una distanza che avrebbe potuto mandare all’aria il loro business plan e forse addirittura il premio di produttività a fine anno. Si discusse per ore, alla fine si decise di spendere qualche migliaio di euro per affidare ad un consulente l’incarico di produrre uno studio tramite il quale arrivare ad una risposta “performante”, come dicevano loro.

Mentre Priscilla completava il resoconto, meccanicamente la mano la indusse in tentazione, spostando il mouse e, click!, infilandola in quel percorso di perdizione che erano per lei i siti delle agenzie di viaggio. Viveva sei mesi l’anno progettando le vacanze natalizie e altri sei pensando a quelle estive. Erano queste ora ultime al centro dei suoi pensieri.

Provò a chiudere gli occhi, e si vide in una spiaggia tropicale, con indosso un bikini firmato e un pareo d’alta classe, a bere champagne mentre un aitante indigeno le spalmava la crema sulle spalle e lei lo rassicurava suggerendogli di non fermarsi… Non le ci volle molto a capire che su bikini firmato e pareo d’alta classe occorreva un po’ di fantasia, visto che ultimamente giurava di aver sentito singhiozzare il suo bancomat straziato dalla fame. Ma si, si sarebbe accontentata di un acquisto in saldo, tanto – si disse con un pizzico d’orgoglio – non era mai successo che un uomo le guardasse bikini e pareo, talmente occupato ad osservare il resto. Tornò alla sua spiaggia immaginaria, ma solo per concludere che anche lo champagne era un dettaglio a cui avrebbe dovuto rinunciare. I prezzi dei viaggi “tutto incluso” erano decisamente al di sopra delle sue possibilità, e poi c’era sempre il rischio di mettere su qualche chilo di troppo con tutto quel cibo già pagato. No, niente champagne. Rimaneva il bellone e la spiaggia. Non tropicale, però, che anche in quel caso le esigenze di budget stridevano con le potenzialità finanziarie del suo stipendio di impiegata.

Certo però non doveva esagerare con i risparmi. Ricollocò infatti la scena in una affollata spiaggia romagnola, con un vicino di ombrellone che parla ad alta voce al cellulare, ragazzine truccate che sfilano avanti e indietro, e un uomo che le si avvicina per venderle braccialetti di gomma e musica da discoteca ad ogni ora del giorno e della notte. Cancellò l’ultima scena dai ricordi e, dopo diversi di tentativi, si ritrovò di fronte ad una scelta. Quindici giorni in Puglia, regione che conosceva bene perché suo padre era originario di quelle parti, oppure, con un piccolo sforzo, andare un po’ più giù e raggiungere Corfù. Non ci pensò un secondo. Le piaceva la Puglia, ma c’era stata già tante volte. Invece Corfù faceva tanto isola selvaggia, spiaggia isolata, incontro avventuroso. Poi era pur sempre un viaggio all’estero da raccontare in pausa caffè, e raggiungendo la Puglia in auto, per poi proseguire in traghetto, non sarebbe nemmeno costato troppo. Stava già per osare una prenotazione quando una telefonata del direttore la riportò sul pianeta terra. Costui aveva di nuovo perso un file sul quale stava lavorando, uno dei progetti più straordinari dell’ultimo decennio, a sentir lui. Sì come no. Provi nel cestino. No, non un cestino vero, quello sul desktop, sulla scrivania… Arrivo. Non tocchi niente, per carità. Non chiuda la finestra su cui sta lavorando. Finestra virtuale, certo, so bene che le finestre del suo ufficio sono sempre chiuse perché preferisce l’aria condizionata. Un attimo e sono da lei.

Giusto qualche attimo in più, invece, e sarebbe stata a Corfù, a prendere il sole e a godersi gli sguardi tormentati della gioventù locale. Meglio però se avesse trovato un’amica con cui dividere le spese di viaggio, e che magari non le facesse concorrenza con gli spalmatori di crema indigena. Ci avrebbe pensato dopo, adesso aveva un file da salvare.

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