La pacchia è finita, c’è chi l’ha ripetuto spesso negli ultimi mesi. In effetti mi sento di condividere questa affermazione, anche se credo sarebbe opportuno precisare “per chi” è finita questa pacchia. Non è finita, come suggerito da alcuni esponenti politici, per i migranti arrivati in Europa negli ultimi anni in cerca di asilo: semplicemente perché per loro non è mai cominciata.
Se poi noi europei ci mettiamo degli anni a distinguere tra criminali che meritano di essere respinti e in fretta e famiglie che fuggono da un destino impietoso (che sia dovuto alla guerra, all’instabilità politica o alla fame, a me personalmente interessa poco), be’ forse dovremmo interrogarci sulla nostra burocrazia prima che sui nostri sistemi di accoglienza. Tuttava sul tema non voglio spendere troppe parole, non ho nessuna intenzione di convincere chi è persuaso del contrario e sbraita rancoroso, facendo gocciolare la saliva sulla tastiera mentre violenta la lingua e la grammatica del popolo che vorrebbe difendere.
Più che parlare con queste persone, voglio parlare di queste persone, perché sì, davvero, per loro la pacchia è finita. Da quasi trent’anni, anche se gli effetti sono più evidenti oggi. E in fondo comprendo ma non giustifico il loro livore, la loro rabbia, il loro senso di impotenza che scaricano sugli stranieri perché ammettere che le responsabilità sono altre sarebbe troppo doloroso.

La pacchia è finita per tutti quei piccoli commercianti che per decenni sono sopravvissuti, contro ogni logica di mercato, semplicemente perché i governi democristiani hanno sostenuto le piccole botteghe considerandole un baluardo contro l’avanzata della sinistra. Se gli operai votano a sinistra, è stato il ragionamento, trasformiamoli in piccoli imprenditori, così voteranno per noi. E giù agevolazioni, finanziamenti, concessioni, evasione tollerata perché tanto che vuoi che sia qualche scontrino in meno, pensioni generose anche per chi non ha mai versato una lira. Quando si sono trovati di fronte al liberismo europeo, alla concorrenza spietata di grande distribuzione prima e negozi online dopo, queste nicchie parastatali sono state spazzate via. E ora sono furiose, perché dopo l’ultimo regalo, il passaggio all’euro in cui tanti hanno arrotondato con abbondanza, non hanno ricevuto più niente. La pacchia è finita. Per carità, i commercianti che hanno i conti in equilibrio ci sono ancora, ci mancherebbe, loro sopravvivono e se sono bravi crescono, i tanti che pagano le tasse bisogna tutelarli da abusivi piccoli e grandi (sia quelli che vendono paccottiglia per strada sia certe multinazionali con sedi nei paradisi fiscali). Ma un conto è il negozietto di periferia o di montagna che offre un servizio essenziale alla comunità; un conto erano certe bottegucce in città con il prosciutto a 8 euro al chilo o i biscotti scaduti (ops…) in bella mostra sugli scaffali, il cui bilancio decennale resta un mistero, in cui l’unico servizio era il pettegolezzo con le signore del quartiere.

La pacchia è finita anche per quella nutrita schiera di operai che dopo 8 ore di “faticosissimo” lavoro in fabbrica, con i sindacati prontissimi a difendere le pause per quel lavoro estenuante, le frequenti malattie, il disagio e l’usura psicofisica, tornavano a casa e riacquisivano uno strabiliante vigore con il quale gestivano le loro officine, falegnamerie, sartorie, i loro campi, i negozi talvolta con il quale impegnavano il pomeriggio. Niente fatture, niente assicurazioni, niente tasse, ma tanto lo facevano solo per gli amici, eh? Come no. Il fisco alla fine si è dovuto accorgere di loro, e nella maggior parte dei casi questi allegri monumenti al nero sono scomparsi. Anche perché purtroppo sono scomparsi anche i primi impieghi, figurati i secondi.

La pacchia è finita per quella mostruosa figura mitologica di dipendente pubblico definito con felice espressione linguistica “inserviente”. Per carità, l’etimologia latina indica che questa è una persona che svolge un servizio, di solito i più faticosi e umili. Eppure nell’immaginario collettivo l’inserviente ha finito per diventare colui che “non serve”, e i primi sono stati proprio loro a rafforzare questo equivoco con i loro mansionari imparati a memoria per distinguere chiaramente, seduti sul loro scranno da cui tengono d’occhio il corridoio, quanti fogli di carta al giorno possono trasportare senza violare il contratto e senza ricorrere al medico, se il ruolo consente loro di fare delle fotocopie senza prima l’autorizzazione scritta, non rinnovabile, del capoufficio. Ve lo immaginate uno che su Linkedin scrive, per descrivere la sua professione, “Useless officer”? Queste figure, assunte a man bassa negli anni ottanta quando le elezioni si vincevano trasformando per decreto le bidelle in impiegate, sono scomparse con il taglio sanguinoso alle assunzioni nel pubblico. Taglio che, per carità, ha fatto fuori anche cantonieri, geometri, segretari, contabili, con il risultato che i servizi pubblici sono ormai in via di estinzione. D’altronde “da un eccesso all’altro” dovrebbe essere il motto dello Stato Italiano.

La pacchia è finita per quegli uffici, che so, della Marina Militare in Umbria o in Piemonte, e anche per quegli eserciti di forestali meridionali che non avevano più nemmeno foreste da salvaguardare: un po’ alla volta il loro numero sta calando, c’è più attenzione ai costi, per fortuna. Non ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono i nostri creditori che non si fidano più.

La pacchia è finita per quella classe dirigente che trascorreva allegramente il suo tempo sui voli di stato anche per andare allo stadio, per quegli alti funzionari con l’ufficio a Roma ma la residenza a Pordenone che a fine mese incassavano più di missione che di stipendio, per quei banchieri che quando le cose andavano bene staccavano dividendi da capogiro, quando andavano male c’era lo Stato a intervenire per “salvare i risparmiatori”. Non è che le banche hanno cominciato a entrare in crisi negli ultimi anni, è che lo Stato (leggi di nuovo regole liberiste europee) non può più indebitarsi facilmente per salvarle come ai bei tempi.

La pacchia è finita per quei giornalisti che prima di andare in pensione sistemavano il figlio in redazione, tanto non contavano le copie vendute ma quelle distribuite, poi tanto se anche non sa scrivere e non ha finito l’Università perché è un somaro pazienza, “imparerà il mestiere sul campo”, si diceva.

L’elenco è ancora lungo, e non è che la pacchia sia finita per tutti: soprattutto le Regioni a statuto speciale possono ancora continuare a spendere cifre esorbitanti con i soldi delle Regioni “normali” che sgobbano anche per loro. Però insomma, c’è tanta gente che più o meno da quel 16 settembre 1992 in poi, da quando la lira fu cacciata a pedate dal mercato europeo perché nessuno più voleva prestarci denaro, non se la passa più tanto bene.

Gente rancorosa, rabbiosa, furiosa. Gente che vuole tornare a risolvere problemi stampando banconote. Gente che ha bisogno di qualcuno con cui prendersela, magari quei bambini morti congelati nascosti in un vano carrello di un aereo o depositati privi di vita su una spiaggia mediterranea. 1992: fateci caso perché in quegli anni scomparvero tutti partiti della prima Repubblica. Tutti tranne uno.