Farsi fighi

Ci sono applicazioni che attraverso appositi filtri ti fanno sembrare vent’anni più giovane, altre che rivitalizzano il colore della tua pelle, altre ancora che ti rendono più sexy.

Una volta bisognava avere un po’ di competenze con Photoshop per rendersi più gradevoli in fotografia, adesso uno smartphone basta e avanza. Però io mi domando: a che pro? Perché va bene crearsi un avatar piacente, ma nella realtà poi quelli siamo e rimaniamo, non so se mi spiego.

Non vi amareggia lo sguardo deluso di chi, dopo aver visto le vostre foto su Instagram, si aspettava di trovarsi di fronte alla sosia di Monica Bellucci e realizza invece che quel fisico in apparenza così seducente sul web appartiene in realtà alla mamma dei Barbapapà? Quanto tempo riuscite a trattenere il respiro per tenere dentro la pancia e gonfiare i pettorali come avete fatto in quella foto da playboy in riva al mare la scorsa estate?

Una ventina di anni fa, mi faceva sorridere quando nei programmi dei convegni vedevo le foto da splendidi trentenni di relatori ormai vicini alla sessantina: ma in fondo un pizzico di vanità ci può stare, e in alcuni casi era solo trascuratezza, perché vent’anni fa non ci facevamo un autoritratto ogni due ore. Si riciclava sempre la stessa foto e pazienza se all’accoglienza la guardia non ti riconosceva.

Questa esplosione dei social sta generando effetti incontrollabili. Mi si dirà: che male c’è ad abbellirsi un po’? Magari si tratta di persone in cerca dell’anima gemella. Ecco, proprio a voi mi rivolgo. Siate onesti. Se a qualcuno piacete in quella foto in cui siete spettinati, sovrappeso e con le rughe da stress, quel qualcuno di persona vi apprezzerà ancora di più. Se non vuole conoscervi, non avete perso niente. Come minimo usa gli effetti per farsi figo anche lui o lei. Giocate sull’effetto: però dai, non l’avrei detto, mica male in fondo, quasi quasi.

Poi, un modo per migliorare c’è sempre. Si chiama sport, vita sana, dieta equilibrata. Eh lo so, con la app si fa prima.

Giù le mani dal trailer

Credo sia arrivato il momento di fare una riflessione su un genere poco considerato, ma che invece richiede competenza, attenzione e cura: il trailer cinematografico. Se c’è un motivetto che tutti possiamo legare a un ricordo di infanzia, secondo solo alla sigla di Novantesimo Minuto, è proprio quello di “Appuntamento al cinema”, il programma Rai che presenta una serie di trailer. Torno a usare il termine inglese, sapete che non amo particolarmente l’uso di parole straniere ma in questo caso “anticipazione” fa sorridere, “promo” sa di televendita, “traino” mi ricorda un carretto per non parlare del termine “provino” che usavano i nostri nonni sbagliando, per giunta, perché un provino è un’altra cosa. Ci sarebbe anteprima, ma viene usata spesso per indicare un prodotto che anticipa sì il film, ma magari durante le fasi di produzioni, con il backstage, le prime immagini dal set. Qualcosa di meno codificato insomma di quei tre minuti che tutti, con buona pace dell’Accademia della Crusca (sempre sia lodata) chiamiamo trailer.

Il trailer deve incuriosire, stuzzicare, provocare forse, insomma mettere voglia di andare a vedere il film al cinema. È uno dei pochi prodotti cinematografici per i quali non solo tollero la voce fuoricampo, ma addirittura la auspico: serve eccome, perché ovviamente quando il regista ha pensato al film non ha potuto prevedere quegli elementi di collegamento necessari a tenere insieme pochi spezzoni. Uno dei maestri nel realizzare i trailer secondo me è Carlo Verdone, che talvolta girava dei veri e propri mini film per presentare il suo lavoro, con scene non presenti nella pellicola stessa. Il guaio di Verdone, semmai, è che è talmente bravo a realizzare i trailer che di solito li arricchisce di quattro o cinque sequenze comiche che ahimè alla fine si rivelano essere gli unici momenti autenticamente divertenti del film.

Ma perché faccio questa riflessione? Perché se da un lato i trailer continuano a godere di ottima salute (in particolare nelle arene estive finché il sole non tramonta e il barista non serve l’ultimo panino si va avanti con la programmazione di  tutta l’estate e se non basta anche dell’autunno), dall’altro ho scoperto con sgomento e raccapriccio che le società di streaming o non li pubblicano (è il caso di Disney Plus), o ne creano una versione loro, sulla base di non si sa bene quale scelte (mi è successo con Netflix), oppure, e qui siamo allo scempio più assoluto, con il trailer ti raccontano mezzo film (Prime Video è colpevole di questa spregevole scelta criminale). Davvero, se vi capita fateci caso, magari con un film noioso che non avete intenzione di guardare: l’anteprima della piattaforma di Bezos sceglie le sequenze in ordine, dall’inizio alla fine, per cui più che un trailer è un bignamino del film. Ripeto: perché? State forse pensando a film a velocità 2x, come i messaggi whatsapp (che detesto a qualunque velocità, amici sappiatelo, io i messaggi li cancello quasi sempre perché se mi graffiate l’auto con gessetto mi irritate meno)? Avete trovato un algoritmo che seleziona le scene e ne infila una ogni dieci? Fate fare il trailer a uno stagista con un dottorato in filmologia francese che non sa usare Adobe Premiere? Smettetela subito. Io voglio il trailer originale, quello passato al cinema, quello che ho visto nelle arene estive (chissà perché arrivo sempre in anticipo e me ne sorbisco quaranta alla volta).

Altrimenti me lo cerco su Youtube, e voi lo sapete che se comincio così passo la serata a vedere video di gol del Taranto degli anni Novanta, corsi di pronuncia in inglese e recensioni di dispositivi tecnologici che non potrò mai permettermi e ciao film su Prime Video.