Gioventù ribelle, il peggior videogioco della storia?

Si chiamava “Gioventù Ribelle”, probabilmente molti di voi non ne hanno mai neppure sentito parlare. Era un videogioco lanciato il 17 marzo 2011 per dimostrare al mondo intero le eroiche gesta di valorosi sviluppatori italici. Fu ritirato tra le risate e le pernacchie in tutte le lingue conosciute (e anche in un paio di lingue morte) pochi giorni dopo.

Conoscerne almeno un po’ la storia può servire a prepararci a quello che ci aspetta in futuro, visto che questo capolavoro racconta bene lo stile comunicativo di Giorgia Meloni. Che è stata ministra della (beata) gioventù nel governo presieduto da Berlusconi anche se a volta sembra averlo dimenticato.

I comunicati un po’ altisonanti parlavano di “Gioventù Ribelle” come di un gioco “nato con il duplice intento di celebrare l’eroismo e l’amor di Patria (patria maiuscolo nel testo, non sia mai, ndr) di giovani coraggiosi, il cui sangue è stato versato per unificare il nostro Paese, e di parlare ai giovani d’oggi con il loro linguaggio, che in parte è anche quello dei videogiochi”. Il videogioco, da scaricare gratuitamente, doveva servire a celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia.

Come si capì meglio in seguito, non si trattava di un prodotto commerciale ma del risultato del lavoro di un gruppo di studenti dell’Istituto Europeo di Design. La speranza era trovare un editore che decidesse di investire in questo prodotto “competitivo ma allo stesso tempo culturalmente valido e storicamente accurato”, perché, come scriveva all’epoca un audace addetto stampa, “come un gruppo di giovani contribuì a realizzare l’Unità d’Italia durante il Risorgimento, così un gruppo di “giovani ribelli” vuole dare un segnale importante: che l’Italia ha storie avvincenti e importanti da raccontare, anche attraverso i videogiochi”.

Ahimè il capitalismo delle potenze plutocratiche ha impedito il successo di questo prodotto, che come anticipato fu ritirato con fulminea manovra pochi giorni dopo il glorioso lancio nelle cosmiche vie elettroniche. Le sue ultime labili tracce si stanno perdendo nel ventre molle del web. Nel forum internazionale di appassionati Negaf c’è chi lo definì il peggior videogioco di sempre.

Ma cos’era Gioventù Ribelle e perché fece ridere il mondo? In buona sostanza si trattava di uno sparatutto in prima persona che, tra le altre cose, permetteva di sparare al Papa, o meglio alla sua sagoma immobile e inanimata, anche se l’ira divina – come legittima e plausibile conseguenza – rimandava, senza una spiegazione plausibile, gli aspiranti papicidi direttamente indietro al primo livello.

I programmatori si erano procurati un motore gratuito (il motore è un insieme di software, funzioni e algoritmi che fanno funzionare un videogioco) di Unreal, famoso sparatutto dell’epoca. Lo avevano fatto talmente spudoratamente che il menù di avvio non era quello di Gioventù Ribelle, ma direttamente quella di Unreal. Il bersagliere protagonista era dotato di un revolver Colt (ah, l’accuratezza storica), si esprimeva a rutti e si muoveva attraverso caverne di cioccolato (per non dir peggio) e campi magici (in realtà gli errori di programmazione facevano sì che il protagonista rimanesse bloccato senza motivo). Con una profezia di diversi anni sulle conseguenze del cambiamento climatico, il cielo di Roma appariva plumbeo e minaccioso che neanche il sotto sopra di Stranger Things.

L’obiettivo? Uccidere le guardie svizzere cattive durante la breccia di Porta Pia, raggiungere il papa e consegnargli un ultimatum. Senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, visto che l’amor di patria lo rendeva praticamente invincibile al fuoco nemico. Ad aggiungere un altro tocco di surrealismo, il fatto che tutti i protagonisti del videogioco fossero uguali, con un’unica differenza, c’erano quelli con la barba e senza. Tutti  ugualmente immobili, pietrificati dal nostro eroismo, alcuni con i piedi fucsia (questo dettaglio voluto forse dagli storici rinascimentali).

Insomma, prendete un motore di sviluppo gratuito, infilateci un po’ di modelli tridimensionali e qualche texture a casaccio, e poi presentatelo al Maxxi di Roma come di uno strumento ludico e formativo (la Meloni lo fece sul serio). Come emerse poi in seguito, si era trattato della tesi di laurea di otto poveri studenti dello IED che non meritavano di essere messi alla berlina dai videogiocatori di tutto il mondo. Un prodotto artigianale e immaturo cui furono però associati in pompa magna i nomi di Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Assoknowledge Produttori Italiani di Videogiochi, Alberghi per la Gioventù con il coinvolgimento di sponsor tecnici come Ferrovie dello Stato, Cinecittà Studio Luce e Rai Trade. Addirittura.

La maggior parte di loro ovviamente in seguito si dissociò, gli sviluppatori italiani contestarono in una lettera aperta non tanto il progetto in sé, quanto i toni altisonanti con cui era stata presentata al pubblico una demo incompleta e frettolosa, la Meloni si giustificò spiegando che il suo era un ministero senza portafoglio, non è che potesse spendere dei milioni per quella che però, il 17 marzo, era stata definita come l’occasione per dimostrare “che un gioco italiano può competere coi grandi titoli internazionali”.

Concludo dicendo che l’obbrobrio… L’esperimento fu presentato a Giorgio Napolitano. Adesso almeno sappiamo perché fece in seguito cadere il governo, altro che mercati finanziari.

Frettolosità, superficialità, retorica. Benvenuti nel futuro.

Automobilista RAUS!

Ho un abbonamento annuale agli autobus, uso di tanto in tanto i servizi che consentono di noleggiare bici in città, se devo visitare una città lo faccio preferibilmente in treno. Insomma, sono uno che nei mezzi pubblici crede.

Però non riesco ancora a fare a meno del tutto dell’auto: aerei e treni a lunga percorrenza sono più cari del mezzo privato, specie per le famiglie, la maggior parte dei bus scompare dopo il tramonto, spostarsi in Appennino senz’automobile è come arrampicarsi sull’Everest con le infradito. Quando serve, serve.

In quanto automobilista (seppure a tempo perso) comincio a soffrire questo atteggiamento tipicamente cittadino di celato disprezzo verso i possessori di automobili, che si traduce nella continua, ossessiva riduzione dei posti auto.

Per carità, le piazze trasformate in parcheggio sono un insulto. Avete mai visto una vecchia foto in bianco e nero di piazza Maggiore piena di automobili parcheggiate? Fa male al cuore. Però, visto che ci sono quartieri periferici in cui, nei beati anni Cinquanta, si sono costruite palazzine su palazzine senza minimamente pensare alla necessità degli inquilini di parcheggiare, non si può pretendere che uno si porti la vettura in salotto.

Qualche esempio? Il parcheggio per disabili è sacrosanto, un segno di civiltà. Però se nel mio quartiere a Bologna negli ultimi anni praticamente un parcheggio su dieci ha le strisce gialle, o tutti i reduci e i mutilati di guerra si sono trasferiti qui, o forse bisogna ripensare il modo in cui questo diritto (ripeto: sacrosanto) è gestito, perché se il figlio del mutilato morto e sepolto continua a parcheggiare nelle strisce riservate, c’è qualcosa che non va. Poi sono arrivate le colonnine per la ricarica elettrica: giuste anche loro, il giorno che le vedrò usate giuro che farò una fotografia e la manderò a tutte le testate giornalistiche, come è giusto che avvenga per un evento storico.

L’ultima tendenza è quella, semplicemente, di eliminare posti auto in strada per il gusto di farlo. Segnali di divieto che appaiono su strade larghe dove la gente ha parcheggiato per decenni, posti auto sacrificati per le piste ciclabili, per il tram, per le corsie preferenziali, per la lotta allo smog e la pace nel mondo. I sindaci progressisti, quando sono in difficoltà, si recano alle pendici del vulcano consacrato e sacrificano posti auto vergini.

Attenzione, però, che questo ambientalismo di sinistra e popolare ha veramente poco. Perché i signori con le villette monofamiliari le auto le tengono nei loro eleganti box con apertura automatica. Sono i poveri cristi che, dopo aver girato per un’ora alla ricerca di un posto auto in quartiere, sospirano e recitano un eterno riposo di fronte all’ennesimo parcheggio che non c’è più,  sacrificato in nome di un bene comune superiore.