Bologna d’agosto

Panoramica

Bologna d’agosto è come un presepe senza statuette, irreale e affascinante. Ha la stessa percepibile carica di energia di uno stadio deserto o di una chiesa vuota, si avverte la scia dell’uomo e delle sue azioni, paradossalmente, proprio quando le sue manifestazioni si fanno più rade. Bisogna vederla, Bologna d’agosto, per comprenderla il resto dell’anno. Bologna d’agosto, che brutto modo di esprimersi, generico e qualunquista, televisivo quasi, da talk-show, come se Bologna fosse tutta uguale, in ogni strada, in ogni quartiere. Riduciamo gli spazi, concentriamoci, zoomiamo e mettiamo a fuoco qualche chilometro quadrato, un quartiere, un isolato. Quello in cui vivo io, per esempio, l’area tra Via Murri e Via degli Orti, forse uno degli spaccati migliori per capire la Bologna di oggi, la classe operaia che non è andata in paradiso, perché non c’ha mai creduto, ma si è comprata il gippone e la casa al mare, ha cominciato a temere la gente che viene da fuori e a sostituire i bambini con i cani. Questa classe operaia che ha smesso di contestare la borghesia perché né è diventata parte integrante, e la rivoluzione che si è fatta trasformazione.
Cos’hanno, di affascinante, queste strade in agosto, a parte il fatto che si arriva in ufficio nella metà del tempo, che si riscopre che in fondo fare la spesa nella bottega sotto casa, in ciabatte, senza carrello e card per i punti, è piacevole e quasi divertente (carissimo, come tutti i piaceri bolognesi, ma questa è un’altra storia)? Cosa c’è di così strabiliante nel riscoprire quanto sono belli i bambini – i pochi in giro – quando corrono senza zaini deformi e musi imbronciati (e, – magia! – senza cellulare) e quanto sono comodi i mezzi pubblici quando le preferenziali sono lasciate a loro soltanto? Niente, normale cronaca cittadina di una comunità in ferie. C’è un dettaglio, però. Il mio quartiere, d’agosto, non è disabitato. Affatto. Il bar in fondo alla strada (presto lo sostituiranno con un maxi-shore very fashionable: non riesco a chiamarlo negozio d’abbigliamento, anche se bello ciò che ci è estraneo non è giusto tradurlo) è pieno di gente, ce n’è ai giardini di fronte e a comprare il giornale all’edicola (senza supplemento, grazie). Qual è, allora, il miracolo? Semplice. Il mio quartiere è pieno di gente, ad agosto. Ma, a parte me, il più giovane ha settanta anni.

Campo lungo, dettaglio, breve carrellata

Ad agosto non ci sono studenti a Bologna (il che non è poco, se si considera che un abitante su sette è uno studente fuorisede). E allora parliamo di loro, della popolazione che si riappropria del mio quartiere quando chi produce è in coda per il lido o meglio in coda per il lido sull’isola oceanica (che fare vacanze senza andare all’estero non sembra neanche fare vacanze), parliamo di questi ultra settantenni che se ne stanno buoni, nascosti, tranquilli per undici mesi all’anno, ad agosto saltano fuori e puliscono la loro Fiat Uno quattro porte con il ventilatore attaccato all’accendisigari e il parasole sul volante, posteggiata lì l’ultima volta nel ’92 e da allora padrona assoluta del parcheggio. Si perché le puliscono ma non le usano quasi mai. E questo, scusate se sono un poco offensivo, è solo un bene, perché un settantenne in macchina sui viali a Bologna al giorno d’oggi è un agnello in un branco di lupi, genera crisi di rigetto, nella migliore delle ipotesi dopo un paio di chilometri di colpi di clacson e insulti decide, spaventato e disorientato, di ritornarsene a casa. Contromano. E allora parliamo di loro, del bar dove da quarant’anni gli avventori si domandano come sarebbero cresciuti i loro figli se avessero provato l’emozione di vincere uno scudetto (interisti non siate egoisti nel vostro dolore, c’è chi aspetta da molto più tempo di voi), dove qualcuno tenta di consolarsi col basket, lì vinciamo di tutto, ma un campionato di basket nazionale che, con qualche eccezione, comincia in Abruzzo e finisce in Veneto, siamo sinceri, non dà le stesse gioie, non può, ha una patina di provinciale che neanche un Eurolega riesce a cancellare via. Parliamo di questi vecchi partigiani che, quando Bologna per la prima volta nella storia vince il centro-destra, commentano malinconici e sorridenti: per forza, siamo diventati troppo ricchi.

Interno, primo piano, dissolvenza.

Le donne di una certa età, a Bologna, si fanno notare più dei loro coetanei. Le notate al mercato, quando con classe e buon gusto vi passano sfacciatamente avanti nella fila, una, due, tre, fino a che il salumiere ha un moto di buon cuore (o di stizza, perché siete immobili e increduli da mezz’ora) e dice loro “Scusi sa sciora ma credo che quel giovinotto fosse prima” “Sì? Davvero?Mah…! Non l’ho visto! Comunque faccio in fretta, volevo solo un po’ di prosciutto ma di quello buono, non troppo salatino.”
Le notate in autobus, quando si lamentano del clima, del mestiere di vivere, dell’ultima puntata di Incantesimo e dei giovani d’oggi che non offrono mai il posto. Voi glielo offrite. Allora vi squadrano, ci pensano un po’, poi decidono che il vostro posto non è un granché, rivolto di spalle alla marcia non va bene, quell’altro sulla ruota dà troppe vibrazioni, quello in fondo, quello andrebbe bene. Cinquanta persone si fanno da parte, l’aiutano a raggiungere il sedile prescelto, sperando non sia occupato da un’altra donna anziana. Quando la signora è comoda, ha sistemato le gambe e le sportine – qui i sacchetti si chiamano così – e tutti i viaggiatori tirano un sospiro di sollievo, si accorge, ahinoi, di dover scendere. Due fermate dopo essere salita, una dopo essersi seduta. Inevitabilmente, non farà in tempo a scendere alla fermatra prevista, arriverà alla porta troppo tardi, maledicendo il clima, il mestiere di vivere, l’ultima puntata di Incantesimo e gli autisti d’oggi che corrono troppo.
L’iperattività dei mariti in crisi d’astinenza da 90° Minuto non le coinvolge, anzi le irrita. I nipoti sono in vacanza. La tv annoia. Non resta che il gesto estremo, l’ultimo rito dell’agosto bolognese. Se siete appassionati di oggettistica d’altri tempi o modernariato, lasciate perdere fiere e negozi, date un’occhiata vicino ai cassonetti di Bologna. Troverete armadi con le figurine dei calciatori 1968-69 incollate nelle ante interne (in alternativa, figurine dell’Ape Maia dei primi anni ’80). Poltrone in pelle della dimensione media di un monolocale in centro. Comodini meravigliosi nella loro incomprensibile funzionalità; sempre che siano davvero comodini. Televisori austeri, massicci, orgogliosi delle due manopole, VHF e UHF (Ultra High Frequency: chissà se mia nonna si è mai chiesta cosa volesse dire). Perché il rito femminile, nella silenziosa periferia della Bologna d’agosto, è quello della sciamanica liberazione dagli oggetti che ci hanno accompagnati per decenni. E che forse avrebbero potuto accompagnare qualcun’altro, meno fortunato, per qualche altro anno almeno.

Carrellata all’indietro. Musica di sottofondo, titoli di coda.

Bologna d’agosto è una bella donna addormentata, un fiore che si prepara a germogliare, un sogno verosimile. Un gran brutto posto se si soffre il caldo, anche. Difficile redimersi, per i peccatori: trovatelo voi un sacerdote disposto a confessarvi. È già tanto trovare una messa la domenica, visto che la il turn-over fra parrocchie (anche loro, che tristezza, anche loro) fa sì che mi trovi puntuale davanti al portone d’ingresso della chiesa, chiusa, in cui non si celebra. Bologna d’agosto è una grande Chianciano, mancano le terme ma ci sono i degenti, a spasso, nei bar, nei giardini. Non ci sono studenti. E dire che raccontare la vita notturna degli universitari bolognesi sarebbe molto facile, si può pescare a piene mani nei luoghi comuni con i quali questa città attrae ogni anno migliaia di matricole vogliose, straordinario esempio di marketing che non ha bisogno di spot ma solo di leggende. Sarebbe bello uscire dal coro ed affermare che la vita di un fuorisede qui è dura, che un’insalata al bar costa 4 euro, che se un vigile ti scopre a passeggiare di sera con una lattina di birra in mano può multarti, che si vive in catapecchie tutto in nero e poche storie, che fortuna aver trovato questo posto in tripla sì mamma sto benone. Sarebbe bello ma provocherebbe reazioni irate, il modello della Bologna gaudente è sacro e poi traina l’economia, per cui. Non ci sono neanche iniziative culturali, di cui la città è di solito ricca, ad Agosto. Allora non resta che dare corda al nonno vicino di casa che cerca di attaccare bottone tutte le volte che vi vede per le scale. Non resta che godere del silenzio della strada assolata, non durerà a lungo, e se proprio si deve guidare la macchina, si guidi con calma,’ché qualcuno potrebbe aver rispolverato la bici in cantina dall’86, e incontrarlo per strada, confuso e contromano, potrebbe essere spiacevole. Sono loro, questi simpatici nonni Cocoon, i padroni della città d’agosto. E non perché una pozione li abbia rivitalizzati o il clima li aiuti, anzi. Semplicemente, non c’è la Bologna che produce che li ha relegati a soprammobili, perché lenti, impacciati, poco aggressivi. E per un mese, un mese almeno, possono tornare a vivere.
Magari senza rompere troppo le balle quel giovanotto che sembra sempre in ritardo quando lo incontriamo per le scale.

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