Buona Pasqua

pasquaA volte mi domando perché Gesù abbia deciso di nascere proprio in Medio Oriente.
Ma poi trovo da solo la risposta.
Se fosse nato in America, non avrebbe mai potuto essere condannato da un tribunale straniero.
Se fosse nato in Africa, non sarebbe arrivato a 33 anni.
Se fosse nato in Estremo Oriente, non avrebbe mai potuto trovare una sala per una cena per 1200 apostoli, giusto gli intimi.
Se fosse nato in Italia, sarebbe risorto dopo 15 giorni, a causa di varianti impreviste alla ricostruzione del Tempio.
E invece è nato li, ebreo, giudeo, o forse galileo, o palestinese, o israeliano, o chi se ne frega.
Perché per definire chi siamo conta quello che facciamo, e non da dove veniamo.
Buona risurrezione a tutti.

Giù le mani dalle matite!

matitaIl ministero dell’interno è intervenuto con mano ferma e volontà indomita nella lotta agli sprechi. Gli alfieri ministeriali hanno infatti fatto pervenire tramite una circolare precise indicazioni: la Repubblica  non tollererà oltre il pervicace malcostume che porta, in occasione delle elezioni, alla riconsegna di un numero di matite copiative inferiore a quelle consegnate. Mai più! Si estirpi all’origine questo turpe vizio dalla sana pianta italica. Vigilino dunque le prefetture affiché i presidenti di seggio non si arricchiscano indebitamente tornando a casa con le tasche piene delle matite copiative sottratte al popolo italiano!
Ma la coraggiosa circolare non si ferma qui. Un altro colpo viene infatti sagacemente inferto alla mollezza di chi sperpera le risorse della nazione: d’ora in poi le scatole di cartone adibite ad urna e utilizzate per la raccolta dei voti saranno a carico degli enti locali. Ah! E vedremo, dunque, se continueranno le indegne ruberie di scatole di cartone! W Angelino, W l’Italia, W la spending review.

Domanda impertinente: quante matite copiative si comprano con un Rolex d’oro?
Domanda ancora più impertinente: dovremo abituarci all’idea di sostituire le bandiere presso gli edifici pubblici con più economiche, ancorché meno visibili, bandierine da aperitivo? E per la foto del Presidente della Repubblica nell’ufficio del sindaco, una fotocopia non adempierà forse più che dignitosamente alla funzione?

Un autore nella cultura: Fabrizio Carollo intervista Carmine Caputo

intervista_FabrizioLa rubrica “Un autore nella cultura” a cura di Fabrizio Carollo chiacchiera con uno scrittore “galleggiante”, come lui stesso si definisce, per distinguersi dagli emergenti.
Nel romanzo “Chiamami legione” (Sesat Edizioni), Carmine Caputo non ha soltanto mescolato sapientemente generi diversi in una storia che racchiude azione, poliziesco, fantasy ed ironia ma ha anche spezzato la barriera del luogo comune per cui un libro grosso è noioso e difficile.
Nel suo libro (non il primo, perché Carmine ha all’attivo diverse pubblicazioni) l’autore utilizza un linguaggio che scorre bene ed interessa fin dalle prime pagine, catturando l’attenzione del lettore sulle vicende delle due protagoniste (eroine) al femminile letteralmente diverse l’una dall’altra.
Una conversazione piacevole per un tipo di narrativa che dovrebbe essere certamente riscoperta, in compagnia di un autore ed un amico che ha reso speciale questo secondo appuntamento dell’ottava edizione di UANC.

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Ridiamo per non piangere

  • camera_deputatiTutti a sud con Salvini a riprenderci i nostri soldi! – Eh ma cumenda e chi lo paga il viaggio? Guardi che la Tanzania l’è lontana…
  • Ehi ciao come stai, da quanto tempo, sei proprio tu? O forse… No scusa mi sono confuso, ti ho presa per un’altra, scusami ancora. L’Italia riconosce la Palestina. Anzi no, ma le somigliava parecchio.
  • La Rai venderà il suo asset principale, le antenne di Ray Way, ad una società che Mediaset sta per acquistare. Il ratto del Nazareno
  • Su Rainews c’è Renzi. Su Tgcom c’è Renzi. Su Giallo assassini e criminali. Vada per Giallo.
  • Grande soddisfazione di Confindustria per l’approvazione del Job Act. Ma non bisogna fermarsi: prossimi obiettivi maggiore flessibilità nel lavoro minorile e reintroduzione dello ius primae noctis.
  • Lo spessore politico della Mogherini è tale che ai colloqui con i professori per i suoi figli c’è andata la Merkel al posto suo
  • In Svizzera hanno trovato un buco che se ci caschi dentro non diventi John Malkovich, ma ci trovi un sacco di dollaroni di John Malkovich
  • 742 milioni di euro evasi all’estero. Ma la priorità era abolire l’articolo 18.
  • La Fiat assume: mille posti a Melfi. “Abbiamo bisogno di nuovi cassintegrati” ha spiegato Marchionne
  • “Mettiamocela tutta” “Mettiamocela tutta” continuano a proclamare i nostri politici nei propositi per il nuovo anno. Ma se ‘Mettiamocela tutta” sarà lo slogan del 2015, vuol dire che i tempi sono maturi per vedere Cicciolina al Quirinale ?#?leicelhasempremessatutta?
  • Bambini, quest’anno niente Babbo Natale. Abbiamo rottamato quel vecchio privilegiato: licenziato senza giusta causa e due renne di indennizzo. Ma i servizi non saranno ridotti. Al suo posto abbiamo infatti assunto un elfo cinese con contratto a tutele crescenti. Tanto poi a gennaio lo licenziamo per riassumerlo a dicembre, eh eh… Ah, dimenticavo, bambini: quest’anno niente letterina.Via la burocrazia! E poi l’elfo è analfabeta.
  • Il mio nuovo smartphone ha una fotocamera da 8 milioni di pixel. Fa delle foto sfocate ad altissima risoluzione.

Santa Vale e San Michi

santoIl sudista al nord festeggia l’onomastico. I parenti lo chiamano al telefono, gli amici gli scrivono sui social. Si perché per il sudista il compleanno è una fredda evenienza aritmetica, un mero conteggio dello scorrere dei giorni. L’onomastico invece è la rappresentazione stessa della propria identità, l’idea che un santo in cielo ci preferisca ad altri perché portiamo alto il vessillo della sua progenie (e pazienza per Samantha e Libero, che come si suol dire non hanno santi in paradiso).
E questo santo va onorato.
In quest’ottica inevitabilmente il sudista non può tollerare il brutale storpiamento dei nomi di cui sono artefici i barbari abitanti padani. La Vale, il Michi, la Fede. A voi risulta esistere una santa Vale e un san Michi? Al limite ci può essere la fede santa, ma è un’altra cosa. Quando verrà il momento del giudizio, forse queste santità spenderanno una buona parola per chi ha così ignobilmente storpiato il loro nome? O non si volgeranno piuttosto altrove, imbarazzate alla sola idea che una parte essenziale del loro nome è stata cancellata, omessa, per risparmiare chissà che, due millesimi di secondo o un paio di caratteri sul messaggino?
Il sudista a dire il vero qualche ritocchino ai nomi lo fa. Ma in senso vocativo, e sempre limitandosi a elidere l’ultima sillaba. E accentando la penultima. Valenti’ vieni qu. Miche’ di nuovo? Federi’ non ci siamo capiti. La musicalità di quell’accento è staordinaria e più che storpiare il nome lo esalta, come una spezia che non copre i sapori. Perché è ovvio che lassù i nostri santi vengono chiamati così, “San Giuse’ vabbe’ che sei mio padre putativo ma ti ricordo che oggi comunque tocca a te sparecchiare”, “Santa Ceci’ non è ora di suonare che lo sai che mia madre – Santa donna –  riposa a quest’ora”, “San France’ di nuovo co’sta storia te l’ho detto che non puoi andare in giro nudo, va bene la povertà ma non è con un paio di mutande addosso che ti arricchischi”. Perché non dimentichiamo che Lui è molto più sudista di noi. E infatti si chiama “Gesù”, con quell’accento così poetico che il Giampi non capirà mai.

PS Questo articolo segue di dieci anni un altro pezzo sullo stesso tema, “La Vale e il Giampi”.
Le cose però sono peggiorate, perché adesso ho due figlie a cui alcuni si ostinano a storpiare il nome, e che meritano i fulmini e le saette mie e delle rispettive sante.

Quaranta

40anniUno dei più insopportabili luoghi comuni del cinema è quello per cui il protagonista rivede il film della sua vita un attimo prima di passare all’altra, di vita. Ma perché dobbiamo proprio aspettare l’ultimo momento, con la beffa poi di non poterlo raccontare a nessuno, questo film?
Io voglio rivederlo adesso, almeno qualche scena. Sta per cominciare il mio secondo tempo, voglio rivivere alcune scene salienti del primo. Ovviamente ci sono le scene davvero importanti, la laurea, il matrimonio, la paternità. Ma sono altre che adesso ho voglia di raccontare, dettagli che non rientreranno negli album dei ricordi ma che invece mi frullano per la testa adesso.
In una delle prime c’è mio padre che non riesce ad accettare che io metta un auto di traverso sul trenino elettrico tanto per aggiungere un po’ di pathos mentre mia madre si lamenta del disordine che facciamo con i nostri vagoni, scambi e stazioni. Poi c’è Antonio che dopo una partita a calcio in strada (e il portiere che urla ogni volta che un’auto si avvicina e fa sgombrare il campo) ci invita in casa a vedere il suo meraviglioso videogioco Atari. Wow. Tre stanghette al posto dei calciatori ma wow, quando segni ci sono i fuochi d’artificio. Altro che Playstation 4. Wow.
In un’altra c’è mio fratello entusiasta che apre il regalo del suo ottavo compleanno, una audiocasseta dei Poison (gruppo glam-metal), confermando i miei timori sul fatto che i miei gusti musicali avrebbero potuto influenzarlo negativamente. C’è mia sorella che mi accompagna preoccupata in qualche pronto soccorso dove finisco frequentemente per infortuni vari, c’è mio zio che mi accompagna allo stadio a vedere il Taranto che vince 2 a 1 contro la Juventus (e non era una amichevole, ma Coppa Italia: io c’ero). Ci sono gli anni della scuola elementare, il caschetto di ricci di Emma per fortuna copre buona parte della visuale della maestra, i tiri liberi dell’infallibile Andrea che si è allenato per lunghi pomeriggi con il canestro sotto il balcone di casa, da dove non puoi tirare da tre ma da sotto diventi invincibile.
Ci sono gli anni della scuola media seduti sul muretto ad aspettare che suoni la campanella con Mina che mi racconta nei dettagli quant’è ‘bono uno di terza che ha visto, e per quanto mi sforzi non riesco a partecipare alla conversazione, ma sì, sarà come dice lei, in effetti dev’essere proprio carino, poi quelli di terza sono tutti più belli.

E ce ne sono tante altre, di foto, nella mia testa. Ci sono quelle degli Ambarabaciccicogiochi organizzati con Carla, Fabiana e Rosa che mi fregano anche una fotografia del rullino della macchina fotografica che mi regalano per i 18 anni, pretendendo di avere sempre l’esclusiva. C’è quella con Paola che ride sfogliando il mio quaderno con le vignette mentre ce ne stiamo schiacciati nel 4 che ci porta a scuola a Taranto, e davvero ci vuole un un forte senso dell’umorismo per ridere in quella situazione.

C’è una festa di compleanno in cui Cristina mi tira per un braccio per costringermi a ballare invece di fare il musone (ma io facevo il musone nella speranza che qualcuno mi tirasse un braccio per costringermi a ballare).
In un’altra sequenza c’è Mirko che apparecchia il banco del liceo con tovaglietta, bottiglia, pane e posate per approfittare dell’ora di Filiosofia per un meritato banchetto (al liceo Battaglini non c’era la ricreazione, e non era l’unica cosa che mancava!).
C’è il quaderno di Cristina che passa sotto i banchi e a cui tutti aggiungono un pensiero o un commento (il social con vent’anni di anticipo!). E ovviamente c’è Piero che mi dà un passaggio in moto e che inaugura la fioritura del mio primo capello bianco a meno di diciassette anni. Il capello mi è venuto quando ha incominciato a impennare, per la cronaca.
L’ultima scena del liceo, una delle mie preferite, è quella dell’esame di maturità, prima di Caputo c’è, Dario, e gli chiedono di leggere e commentare “A Zacinto”. Dario prende l’antologia, comincia a sfogliare, sfoglia ancora, cerca, maneggia con un po’ di irritazione, quasi strappa le pagine, poi si gira verso di me e bisglia “Addo’ cazz ‘ste, Capu’?” E io gli rispondo che nell’indice deve cercare “Né più mai toccherò le sacre sponde”, e il momento di impasse è superato.
Sfoglio ancora il mio album di foto mai scattate. C’è quella in cui Sebastiano e Tonio vengono a salutare alla stazione di Bari me e Mario, che siamo di transito e viaggiamo verso nord, a chiusura di un’infanzia che abbiamo fatto durare vent’anni. Appaiono dal finestrino e sulle prime non sappiamo nemmeno se sono veri o un’allucinazione. Sono veri, se fosse stata una nostra allucinazione avremmo visto Sabrina Ferilli in bikini sui binari. In un’altra passeggio per le vie di Cesena con Annamara, abbiamo vent’anni e non sappiamo quello che accadrà, ma sappiamo che sarà bello, in un’altra Luigi a bordo della mitica Renault Cinque suona il clacson scatenato per festeggiare i goal di Baggio in America.

Poi ci sono quattro ragazzi, il sottoscritto e Nico, Daniele, Francesco e Pippo che fanno il giro delle Orcadi con uno scozzese che il quinto amico ha conosciuto su Internet (erano gli anni in cui su Internet si faceva amicizia con gli scozzesi o gli australiani tramite chat testuali, ed era fichissimo). Lo scozzese li ospita due giorni a casa loro e organizza anche un barbecue nel suo splendido giardino. “Quasi mi dispiace calpestare un prato così bello”, gli dico. “Oh, non preoccuparti – risponde lui – è un prato all’inglese. Va calpestato”.
C’è Umberto Eco che, dall’altra parte della scrivania, osserva la tesina preparata con Nico, e propone: facciamo così, vi faccio una domanda, se rispondete bene prendete la lode, altrimenti ventotto. Se rinunciate allora è trenta. I due impavidi eroi ci pensano due secondi, tirano subito fuori il libretto, trenta andrà benone, e non sapranno mai cosa sarebbe stato chiesto loro.
In un’altra immagine ci siamo io e Sara che scriviamo di Netizens seduti sulle sdraio da spiaggia che ho in casa, e che rappresentano l’arredamento del soggiorno, visto che lo zio di un inquilino aveva un bagno in Romagna.
Caspita quanto ho scritto. Bisogna velocizzare. Ma come faccio a non citare il primo giorno di lavoro in azienda, con di fronte la nordica Stella che mi fa pensare che sì, lavorare in azienda non è poi così male, come faccio a trascurare l’immagine di Barbara che si muove tra scatoloni, gadget e pacchi da imballare con un tacco dodici alla fine di un convegno mentre Kate la guarda scuotendo la testa? E potrei dimenticare Alessia che fa sciopero con i metalmeccanici ma siccome il nostro è un contratto del commercio è costretta a prendere un giorno di ferie? O Roberto con i suoi siti battaglieri che aggiorna di notte e che scatenano servizi segreti e antiterrorismo? No, non posso. Ho scritto tanto, ma posso dimenticare Emilio, Filippo e Carlo Fava che discutono di web design, programmazione e Mazinga Zeta nel loro “laboratorio creativo” in via Lame?
O la professionale Michela che cerca di spiegare ai vertici aziendali che con questa nuova azienda americana, Google mi pare si chiami, non basterà mandare una raccomandata per fargli cancellare dei link sgraditi? O Sara che ha il coraggio di entrare nel – fino ad allora – maschile universo del web marketing, introducendo in quel circolo di grezzoni il concetto di tinta, sfumatura ed eleganza?
In un’altra scena compro un mazzolino di fiori che ho preso per far pace con Margherita che ha commesso l’errore di domandare da che parte fa goal l’Italia durante la partita dei mondiali contro la Corea, scatenando i miei commenti sessisti.

Troppo materiale, davvero, bisogna tagliare. Forse avrei dovuto tagliare i tornei di calcio con i catechisti dell’anno Alberto, Marco, Matteo  che danno un nome aggressivo alla squadra della parrocchia, “Le iene”, ma ciò nonostante si vedono sempre superati da squadre di ospiti maleducati. Oppure lo storico 13-2 con cui la squadra messa su da Rocco chiude inglorosiamente un torneo universitario. E pensare caro Rocco che allora almeno avevamo il fiato! E ancora, le serate a giocare a fare i giornalisti del Baraccano con Giorgia con la povera Lorenza che cerca di mettere ordine, i giri su e giù per l’Appennino con quel testardo di Ermanno che vuole convincermi che al mare non si sta poi così bene, o forse vuole convincere se stesso.

Io non voglio tagliare proprio niente. Voglio tenere tutto nella mia capoccia, e di tanto in tanto ritirarlo fuori. Chiedo scusa a tutti quelli che non ho citato, perché non sono su Facebook o perché davvero, rischiavo di scrivere un papiro. E chiedo scusa anche a quelli che ho citato, potete sempre dire che mi sono inventato tutto.
Forse non siete in questo scritto, ma siete stati nei miei primi quarant’anni, e ci siete stati tutti con un ruolo determinante. Perché nel film dei miei primi quarant’anni non ci sono controfigure ma solo protagonisti.

Buon secondo tempo