Archivi categoria: Racconti

Dieci piccoli indizi – Asso di bastoni

Nei dieci minuti che seguirono il telefono non suonò. Nemmeno il cellulare di Crisafulli, che tra sms e telefonate di solito trillava di più che un metal detector in ferramenta. Solo il fruscio delle carte e i commenti delusi del maresciallo Zavaglia riempirono la sala d’ingresso della caserma dei carabinieri durante quel drammatico confronto a briscola.

Finalmente il maresciallo si alzò, sospirò profondamente e guardò l’orologio sollevando un sopracciglio. Cercò in tasca le chiavi dell’auto muovendosi pesantemente verso la porta.

Non era proprio giornata. Non che avesse sottovalutato le capacità di Crisafulli: era evidente che con le carte era più abile che con la pistola. Poi la nottataccia aveva probabilmente influenzato negativamente il suo gioco. Però davvero, un disastro così non se l’aspettava. Quel diavolo di un brigadiere l’aveva umiliato lasciandogli giusto qualche punticino. Era riuscito giusto a portare a casa l’asso di briscola, l’asso di bastoni, ma solo perché se l’era trovato tra le mani, altrimenti Crisafulli gli avrebbe scippato anche quello.

Era pronto ad uscire quando avvertì Crisafulli che borbottava qualcosa.

«Dia a me le chiavi, maresciallo. Gli sfratti oggi li faccio io. Non mi ha dato il tempo di spiegarle, prima: questo mazzo di carte l’ho sequestrato ieri pomeriggio a un gruppo di albanesi che invitavano i passanti a giocare di fronte ad un bar. Sono tutte segnate, vede? Ho cercato di dirglielo prima: basta osservare con attenzione l’immagine sul retro. E poi lei fa sempre confusione con i turni. Questo fine settimana sono in servizio. Da Cosimina ci vado la settimana prossima. Però i verbali no, maresciallo, i verbali la supplico li compili lei».

 

Leggi anche cinque di bastoni

Leggi anche Sei di spade

Leggi anche Sette bello

Leggi anche Otto di coppe

Leggi anche Nove di spade

Leggi anche Apertura e Re di denari

Ordina “Chiamami Legione” su Bookabook

Dieci piccoli indizi – Due di spade

Ti rendi conto che stai invecchiando quando ti è più facile immaginare un futuro in cui tu non ci sei… Ester scacciò via questi pensieri malinconici concentrandosi sulle sue prossime vacanze. La montagna l’avrebbe rilassata. Verdi distese, aria pura che ti riempie i polmoni, acqua fresca a cui dissetarsi alla fontana. E poi lunghe passeggiate con Luca, mano nella mano a raccogliere fiordalisi e recitare insieme versi Neruda, e poi la sera di fronte ad un camino a cantare a “io guiderò per questa notte ed altre notti ancora, mentre intorno si scolora il cielo e tutto porta in su e disferò le mie valigie e non avrò paura…”. Forse stava esagerando. L’immagine dei fiordalisi probabilmente era stata eccessiva. Già se lo vedeva il suo Luca disperarsi perché il suo cellulare non aveva abbastanza campo in quella maledetta vallata tra i monti. Per non parlare del camino, poi. A luglio? Avrebbero potuto cantare di fronte ad un tramonto. Neanche, Luca era stonato, e poi la musica lo annoiava.
Al mare, allora. Sì, al mare si sarebbero divertiti da morire. Svegliarsi la mattina tardi, andare a prendere il sole, abbracciarsi nell’acqua sentendosi persi una nelle braccia dell’altro, e poi ordinare pesce la sera e fermarsi a contare le stelle distesi sulla sabbia. Chissà. Luca non amava il pesce, a meno che non fosse quello senza spine. D’accordo, avrebbe ordinato gamberi. E il sole? Sarebbe probabilmente rimasto sotto l’ombrellone con la sua crema protezione ottanta e un libro di Milton Friedman. Però a Luca piaceva nuotare. Avrebbero nuotato. Tanto. E la sera avrebbero passeggiato in centro, perché non c’era dubbio che il suo fidanzato l’avrebbe accompagnata di sera sulla spiaggia, con il rischio di riempirsi di sabbia le scarpe.
Città d’arte! Un giro per le città d’arte sarebbe stato perfetto. Venezia, Firenze, certo, ma anche Mantova e Ferrara, e magari anche all’estero, Parigi, Barcellona, Londra. Parigi. Che idea. Loro due seduti a fare colazione in un caffè parigino discutendo delle opere apprezzate il giorno prima all’Orsay… Anche in questo caso si rese conto che si stava spingendo troppo in là. Luca non impazziva per le pinacoteche. Diceva che quelle opere non avevano mercato, e per lui ciò che è fuori mercato non esiste. Avrebbero visitato il museo d’arte moderna, allora, e perdinci anche la Bourse de Paris se questo fosse servito ad eccitarlo. Stava sbagliando. Si stava di nuovo piegando ai suoi desideri. Non andava bene. Ma sì, avrebbero deciso insieme. Insieme: in fondo tutto quello che contava era stare insieme.
Luca rientrò proprio in quel momento. Si tolse la giacca e la buttò sul divano, avviandosi verso il bagno senza nemmeno salutare. Ester lo seguì, cominciò a massaggiargli le spalle e lo baciò sul collo. “Tesoro… sussurrò… Vorrei parlarti dei miei progetti per quest’estate”. “Bene – rispose lui – mi hai anticipato. Vorrei portarti a Francoforte”.
«A Francoforte? A luglio?»
«Be’ che c’è di male?»
“Non è che la tua azienda ha aperto una filiale e hai intenzione di nuovo di portarmi con te solo per lasciarmi sola tutto il giorno mentre tu lavori anche se formalmente sei in ferie?»
«Ehm… e se anche fosse? Lo sai che sarebbe importante per la mia carriera…»
Uscì dalla stanza gridando che sarebbe partita da sola per le vacanze.
Anzi, peggio, avrebbe accettato l’offerta che le aveva fatto la sua amica Priscilla, proprio lei, quella divorziata. Ma prima di andar via commise l’errore di rivolgere un ultimo sguardo verso di lui, e cogliere la serenità che era ritornata sul suo viso all’idea che anche quell’anno avrebbe fatto a meno delle vacanze, visitando piuttosto open-space, sale break e uffici direzionali della multinazionale alla quale aveva donato la sua esistenza.

Dieci piccoli indizi: cinque di bastoni

La pioggia insistente non agevolava certo l’arrampicata di Capasone, il gigantesco chiummo che da tanti anni viveva isolato nelle campagne a sud del regno dei Berfatt e badava a me e al resto della mia famiglia. Era grosso e forzuto, ma di certo non particolarmente agile: ciò nonostante, se quello che dicevano su di lui era vero, non si sarebbe arreso fino a che avesse avuto anche solo la forza di muovere un solo passo.

La colpa era tutta di Capasone. Si era distratto, e questa è una colpa imperdonabile per un pastore. In un’isola poi in cui poi noi animali eravamo quasi completamente estinti, c’era da comprenderlo se piagnucolava disperato all’idea che qualcosa di brutto mi sarebbe potuta accadere. In fondo era stato un attimo. Be’ forse un paio di attimi, e piuttosto lunghi, considerando che il nostro era un gregge di pecore e non certo di lepri.

Mentre il resto del gregge si accontentava della solita erba insipida e secca, io avevo deciso di andarmene a cercare di più fresca. Visto che chi avrebbe dovuto sorvegliare sulla mia incolumità si era addormentato beato, io mi ero allontanata, e sgambettando silenziosa, mi ero messa alla ricerca di erba più fresca. E alla fine ne avevo trovato di davvero gustosa. Peccato che fosse proprio a un passo da un burrone profondo, e peccato soprattutto che me ne resi conto dopo averlo fatto, quel passo.

Non ero morta, però, nonostante una zampa mi facesse terribilmente male. Il buon Capasone ebbe un sussulto quando aveva riconosciuto il mio manto bianco, sporgendosi verso il basso lungo i margini del fossato. Anche a me aveva fatto piacere rivedere il suo faccione rosso e paffuto. Scendere però sarebbe stato rischioso, così Capasone aveva prima pensato a riportare all’ovile tutte le altre mie sorelle, poi aveva studiato come calarsi per recuperarmi.

Come tutti i Chiummi, era uno straordinario allevatore, ci capiva e ci curava amorevolmente, ma non era proprio un fine stratega. Un altro infatti avrebbe fatto attenzione a stringere una corda intorno ad un grosso albero, prima di calarsi giù. Cosa che a dire il vero Capasone fece. Però un fine stratega, ma anche uno stratega grezzo diciamo, avrebbe scelto una corda robusta, e invece il mio simpatico chiummo si lasciò calare nel burrone aggrappato ad una radice esile che lo fece precipitare sotto il mio sguardo deluso. E dire che stavo cominciando a credere nelle possibilità di recupero.

La sua tempra massiccia lo fece rialzare quasi incolume dalla brutta caduta. A pagarne le spese era stato semmai il cespuglio di rosmarino ridotto a moquette dall’impatto con il pastore precipitante. Per recuperarmi, a questo punto, non gli restava che arrampicarsi. Mano destra, piede sinistro, mano sinistra, piede sulla pietra scivolosa, e caduta. Mano sinistra, piede destro, mano destra su una pianta spinosa, ahia, caduta.

Continuava a saltare, aggrapparsi e cadere. Saltare, aggrapparsi e cadere. Stavo per addormentarmi contando i suoi salti, e dire che di solito dovrebbe avvenire il contrario. Dopo l’ultima caduta, rimase a braccia aperte, per terra, come una medusa spiaggiata. E lì qualcosa avvenne.

Non so se fu un atto di coraggio, il mio, una scelta rischiosa ma definitiva, o semplicemente il dolore alla zampa mi fece perdere l’equilibrio. Fatto sta che mi lanciai giù, in direzione del mio pastore, anzi del suo pancione grande, chiusi gli occhi maledicendo quell’erba fresca e giurando che se ne fossi uscita viva mi sarei fatta carnivora, e op! Riaprii gli occhi fra le sue braccia, mentre quel vecchio sentimentale piangeva stringendomi al petto come fossi il suo cuscino preferito.

Era fatta. Mi mise sulle sue spalle, e insieme tornammo verso la sua grotta. Lo sentii borbottare che quell’avventura l’aveva spossato e che sperava di non viverne altre perché ne sarebbe morto di crepacuore.

Se non ricordo male, tutto ciò accadeva qualche giorno prima che arrivasse quello strano gruppetto di esploratori e cambiasse per sempre l’esistenza del mio pastore. Ma questa è un’altra storia, e la mia invece finisce qui.

Leggi anche Sei di spade

Leggi anche Sette bello

Leggi anche Otto di coppe

Leggi anche Nove di spade

Leggi anche Apertura e Re di denari

Ordina “Chiamami Legione” su Bookabook

 

Dieci piccoli indizi: sei di spade

Il re dei Mucidi, Vastasuk, non era popolare per la sua affabilità. Aveva condannato a dieci mesi di galera un servo, reo di averlo svegliato durante un sonnellino pomeridiano, e a poco erano valse le giustificazioni di quest’ultimo, che aveva affermato che era stato il sovrano a chiedergli di svegliarlo. Non aveva importanza, aveva sentenziato il giudice, il re stava facendo un bel sogno e averlo svegliato era stata comunque un’azione riprovevole. Al limite si poteva rinchiudere il condannato in una cella con finestra sul mare, accettando le attenuanti.

Ci fu poco da stupirsi quindi se quando al castello reale arrivò, in tutta fretta, il capo degli speziali, sostenendo che aveva urgente bisogno di parlare con il sire, gli fu offerta gentilmente una sedia e gli fu consigliato di aspettare che il re si alzasse. Bel sogno o incubo, il servo non aveva nessuna intenzione di chiamarlo.

Quando il re finalmente si svegliò e accolse lo speziale, fu profondamente turbato dalle cattive notizie che questi gli annunciava. Non c’era da perdere altro tempo. La parte scura della forza, negli ultimi giorni, aveva dato ulteriori segni di cedimento. Bisognava che i Mucidi si impadronissero al più presto della parte bianca, protetta invece dal popolo nemico dei Berfatt.

Vastasuk convocò immediatamente Trappagghiun, il suo luogotenente più fidato. Era stato grazie a lui che, anni prima, i Mucidi, la popolazione più feroce, barbara e corrotta di Apul, si era impadronita della parte scura della forza. Ma ora occorreva completare l’opera, o tutto sarebbe stato inutile. Basta guerriglie con gli Gnurket, il popolo che più a nord si frapponeva alla loro avanzata. Avrebbero dovuto sterminarli una volta per tutte. Raccogliere ogni mucido in grado di combattere, predisporre la più poderosa armata di sempre e procedere senza esitazioni. Superato l’ostacolo degli Gnurket, raggiungere Capo Nord e sbarazzarsi dei Berfatt non sarebbe stato difficoltoso. Ci sarebbero voluti molti giorni di cammino, ma potevano contare su una forza muscolare e su una capacità guerresca che gli altri abitanti di Apul potevano solo sognare.

Era arrivato il momento che i Mucidi salissero a nord per conquistare tutta Apul e impadronirsi della parte bianca della forza. Trappaghiun ascoltò pazientemente l’impetuoso progetto di Vastasuk senza mai interromperlo. Non si sarebbe certamente opposto all’idea di attaccare. Tanto più che era stanco delle estenuanti guerriglie a cui li costringevano gli Gnurket. Era arrivato il momento di sbarazzarsene una volta per tutte. Però avrebbe prima preferito partire in avanscoperta, avvicinarsi alle terre dei Berfatt, scoprire dove tenevano nascosta la parte bianca della forza. Dopo il rapimento della parte scura, infatti, i Berfatt avevano sicuramente preso delle precauzioni, e coglierli alla sprovvista sarebbe stata la soluzione migliore.

Siamo d’accordo, concluse Vastasuk. Lo invitò a partire subito: il re l’avrebbe seguito non appena fosse stato in grado di organizzare un esercito di dimensioni faraoniche. Non andava perso nemmeno un minuto.

Anzi, disse al suo luogotenente che si accingeva ad uscire, prendi quell’idiota del servo che non ha voluto svegliarmi facendo perdere un paio d’ore preziose allo speziale e fallo condannare per almeno una decina di mesi. Perdere tempo così!

E che cacchio.

Leggi anche Sette bello

Leggi anche Otto di coppe

Leggi anche Nove di spade

Leggi anche Apertura e Re di denari

Ordina “Chiamami Legione” su Bookabook

Dieci piccoli indizi: sette bello

Ponte nel boscoQuanto sarebbe piaciuto agli elfi che popolavano il nord di Apul, conosciuti anche come Berfatt, essere gli unici abitanti dell’isola! Ma purtroppo non era così. C’erano gli Gnurket che abitavano più a sud la città di Tardnuestr e i dintorni, così grezzi e trogloditi, poverini. Fondamentalmente pacifici, almeno nei loro confronti, ma certo cambiarsi d’abito una volta ogni tanto avrebbe migliorato la loro vita sociale. Poi c’erano gli Sparatrapp, che confinavano anche loro a sud ma sul confine orientale: simpatici e innocui, potevano essere considerati i fratelli originali della famiglia. E però c’erano anche i mostruosi Mucidi, con le loro angherie e le loro continue minacce, per non parlare di gruppi sparuti come i Vashvash, commercianti gretti e puzzolenti, e i Chiummi, giganteschi esseri con giganteschi problemi di igiene personale. Un tempo Chiummi e Berfatt erano stati stretti alleati, ma quei giorni erano ormai ricordi lontani, e dei Chiummi si era persa traccia.

«Prego, accomodatevi». Fu Capurél, la madre del re, a rivolgersi ai due ospiti invitandoli a sedersi vicino a lei, mentre il figlio osservava qualcosa fuori dalla finestra. Per un attimo anzi costui sembrò voler dire qualcosa, ma la madre lo anticipò.
«Vi abbiamo fatto chiamare perché abbiamo una missione importante da affidarvi. Una missione per la quale abbiamo bisogno delle vostre capacità».
Per quanto i Berfatt preferissero contemplarsi nello specchio piuttosto che confrontarsi con gli altri, di tanto in tanto occorreva mandare un messaggero alle popolazioni vicine. E tutte le volte diventava difficile individuare qualcuno, perché nessuno voleva allontanarsi dalle terre del nord, con il rischio di perdersi o di finire vittima di un’imboscata. La scelta pertanto era stata quella di nominare ambasciatori coloro i quali potevano pure perdersi o finire vittime di un’imboscata senza arrecare danno alcuno al regno, anzi.
Due campioni in questo senso erano stati trovati in Pizzarun e Scapucchiun, due fratelli che condensavano il peggio che il popolo berfatt potesse proporre: pavidi, scarsi nella lotta, piuttosto impacciati con le armi, incapaci di accostare bene i colori di calzini e giubbe. E poi, per quanto cercassero di curarsi con manicure e trattamenti estetici, rituali molto diffusi tra i Berfatt, non riuscivano ad ottenere una sembianza per lo meno accettabile per gli standard di un popolo molto attento alle apparenze come quello degli elfi. Erano “elfi di periferia”, vivevano cioè lontani dalla città, nella quale venivano richiamati solo in grandi occasioni: mandarli in giro, insomma, era una buon modo per tenerli lontani e dimenticarsi del loro mono-sopracciglio. A dire il vero ogni volta che partivano i consiglieri del re rimanevano in trepidante attesa per il loro ritorno. Tremavano alla sola idea che potessero essere uccisi per strada. Che figura avrebbero fatto, i Berfatt, se altri popoli confinanti avessero recuperato quei due cadaveri spettinati, trasandati e fisicamente fuori forma?
Nessun dubbio che se c’era da inviare qualche comunicazione ai popoli vicini, toccasse a loro farla.

«Madre – borbottò Vacandin cercando di prendere la parola – a dire il vero…»
«I Mucidi preparano un attacco epocale. Ci è stato comunicato da un messaggero sparatrapp, e mio figlio Vacandin l’ha rimandato indietro proponendo un incontro. Ma visto che i giorni passano e con essi cresce la paura che qualcosa di brutto gli sia accaduto, è arrivato il momento di andare a scoprire direttamente cosa sta succedendo a Yarubbedd, la città principale degli Sparatrapp».
Quando il gioco si fa brutto, insomma, i brutti cominciano a giocare.
«Mamma – intervenne allora il re alzando la voce – guarda che quelli non sono Pizzarun e Scapucchiun. Non vedi? Di solito i due indossano calzini spaiati e giacche a strisce marroni. Questi invece sono vestiti di blu».
La regina madre ebbe un sussulto e portò la mano al petto.
«Chi siete voi, dunque, e come osate sostituirvi ai nostri due messaggeri?»
«A dire il vero, vostra maestà, noi siamo i loro cugini. Il fatto è che Pizzarun e Scapucchiun avevano troppa paura di presentarsi direttamente davanti a voi. Ma adesso che sappiamo che non volete imprigionarli o peggio ancora depilarli, possiamo andare a chiamarli».

Non erano belli, Pizzarun e Scapucchiun, ma avevano il dono della strizza. Convivevano con la paura in qualsiasi circostanza. Il re poteva fidarsi: sapeva che anche stavolta la loro straordinaria capacità di fuggire a gambe levate davanti al pericolo li avrebbe salvati, consentendo loro di portare a termine la missione.

Leggi anche Otto di coppe

Leggi anche Nove di spade

Leggi anche Apertura e Re di denari

Ordina “Chiamami Legione” su Bookabook

Dieci piccoli indizi: otto di coppe

Priscilla, segretaria di direzione in una nota azienda di software gestionale, stava mettendo a posto il meeting report dell’ultima riunione del suo direttore, riempendo ben due cartelle della sua tombola delle cazzate. Si trattava di una cartella in cui, al posto dei numeri, si scrivevano parole insulse ma tanto amate dai manager, quali “customer oriented”, “best practice”, “redemption”, “competitors” “core business”, “proattivi”. Ogni volta che qualcuno utilizzava una delle parole, si segnava sulla tombola. Da quando aveva scoperto quel gioco, Priscilla era molto più attenta durante le riunioni con il suo capo, anche se in più di un’occasione aveva dovuto mordersi la lingua per non gridare “Tombola!” una volta completata la cartella.

La riunione aveva per tema la drammatica questione del valore aggiunto. Il loro software infatti da sempre presentava una caratteristica schiacciante sulla concorrenza: era “a valore aggiunto”. Nessuno sapeva dire esattamente cosa ciò significasse, ma domandare “che vuol dire” era sconveniente per un manager che sa sempre tutto a prescindere, per cui si andava avanti, tra cliente a fornitore, sul tacito accordo del valore aggiunto: io e te sappiamo cosa vuol dire, strizziamo l’occhiolino, diamoci la mano, che fighi che siamo, mi raccomando il panettone a Natale lo voglio artigianale e con lo spumante.

Purtroppo però i concorrenti avevano lanciato il guanto di sfida. Per rispondere al loro straordinario software a valore aggiunto, infatti, avevano lanciato una campagna di comunicazione in cui descrivano il loro prodotto “ad elevato valore aggiunto”. Si trattava in effetti di un colpo geniale. In quell’“elevato” c’era un distacco difficile da colmare, una distanza che avrebbe potuto mandare all’aria il loro business plan e forse addirittura il premio di produttività a fine anno. Si discusse per ore, alla fine si decise di spendere qualche migliaio di euro per affidare ad un consulente l’incarico di produrre uno studio tramite il quale arrivare ad una risposta “performante”, come dicevano loro.

Mentre Priscilla completava il resoconto, meccanicamente la mano la indusse in tentazione, spostando il mouse e, click!, infilandola in quel percorso di perdizione che erano per lei i siti delle agenzie di viaggio. Viveva sei mesi l’anno progettando le vacanze natalizie e altri sei pensando a quelle estive. Erano queste ora ultime al centro dei suoi pensieri.

Provò a chiudere gli occhi, e si vide in una spiaggia tropicale, con indosso un bikini firmato e un pareo d’alta classe, a bere champagne mentre un aitante indigeno le spalmava la crema sulle spalle e lei lo rassicurava suggerendogli di non fermarsi… Non le ci volle molto a capire che su bikini firmato e pareo d’alta classe occorreva un po’ di fantasia, visto che ultimamente giurava di aver sentito singhiozzare il suo bancomat straziato dalla fame. Ma si, si sarebbe accontentata di un acquisto in saldo, tanto – si disse con un pizzico d’orgoglio – non era mai successo che un uomo le guardasse bikini e pareo, talmente occupato ad osservare il resto. Tornò alla sua spiaggia immaginaria, ma solo per concludere che anche lo champagne era un dettaglio a cui avrebbe dovuto rinunciare. I prezzi dei viaggi “tutto incluso” erano decisamente al di sopra delle sue possibilità, e poi c’era sempre il rischio di mettere su qualche chilo di troppo con tutto quel cibo già pagato. No, niente champagne. Rimaneva il bellone e la spiaggia. Non tropicale, però, che anche in quel caso le esigenze di budget stridevano con le potenzialità finanziarie del suo stipendio di impiegata.

Certo però non doveva esagerare con i risparmi. Ricollocò infatti la scena in una affollata spiaggia romagnola, con un vicino di ombrellone che parla ad alta voce al cellulare, ragazzine truccate che sfilano avanti e indietro, e un uomo che le si avvicina per venderle braccialetti di gomma e musica da discoteca ad ogni ora del giorno e della notte. Cancellò l’ultima scena dai ricordi e, dopo diversi di tentativi, si ritrovò di fronte ad una scelta. Quindici giorni in Puglia, regione che conosceva bene perché suo padre era originario di quelle parti, oppure, con un piccolo sforzo, andare un po’ più giù e raggiungere Corfù. Non ci pensò un secondo. Le piaceva la Puglia, ma c’era stata già tante volte. Invece Corfù faceva tanto isola selvaggia, spiaggia isolata, incontro avventuroso. Poi era pur sempre un viaggio all’estero da raccontare in pausa caffè, e raggiungendo la Puglia in auto, per poi proseguire in traghetto, non sarebbe nemmeno costato troppo. Stava già per osare una prenotazione quando una telefonata del direttore la riportò sul pianeta terra. Costui aveva di nuovo perso un file sul quale stava lavorando, uno dei progetti più straordinari dell’ultimo decennio, a sentir lui. Sì come no. Provi nel cestino. No, non un cestino vero, quello sul desktop, sulla scrivania… Arrivo. Non tocchi niente, per carità. Non chiuda la finestra su cui sta lavorando. Finestra virtuale, certo, so bene che le finestre del suo ufficio sono sempre chiuse perché preferisce l’aria condizionata. Un attimo e sono da lei.

Giusto qualche attimo in più, invece, e sarebbe stata a Corfù, a prendere il sole e a godersi gli sguardi tormentati della gioventù locale. Meglio però se avesse trovato un’amica con cui dividere le spese di viaggio, e che magari non le facesse concorrenza con gli spalmatori di crema indigena. Ci avrebbe pensato dopo, adesso aveva un file da salvare.

Leggi anche Nove di spade
Leggi anche Apertura e Re di denari
Ordina “Chiamami Legione” su Bookabook

Le testine si allineano, le teste pensano