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Dieci cose che so sul calcetto

In questi giorni di pandemia sto leggendo tante, troppe inesattezze sullo sport che è ragione di vita per tanti impiegati sovrappeso.
È arrivato il momento che io scriva le dieci cose che so sul calcetto.

Calcetto1. Se il calcetto è fatto bene rischi malattie veneree, altro che Covid
2. In una vera partita di calcetto ci sono droplet grandi quanto l’Isola d’Elba
3. La marcatura a zona è roba per omofobi
4. Dopo i quarant’anni intercettare la palla è da maleducati
5. Dieci uomini che tornano a casa senza doccia possono fare saltare le centraline Arpae nel raggio di chilometri
6. Prima di sanificare i guanti dei portieri occorrerebbe sanificare i portieri, e vi assicuro che non è facile per niente
7. Sulle canotte colorate ci sono tracce di microorganismi che gli scienziati credevano estinti dopo il Mesozoico
8. La scivolata è vietata nel calcetto (no, non ridete, questa è vera)
9. Impedire a un attaccante di starsene disteso per terra, a guaire, fino a quando non gli viene assegnato il rigore vuol dire offendere la sua sensibilità
10. A noi non serve il tampone. Con i riflessi calanti che ci ritroviamo, noi ci tamponiamo già decine di volte a partita.

Chiavistelloni VS Aperitonti

Longobardi e bizantini, guelfi e ghibellini, fascisti e comunisti: siamo sempre stati divisi in fazioni, ma l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha mescolato le carte in tavola. Sì perché adesso siamo tutti chiavistelloni, tifosi del lock-down, della chiusura sotto chiave, o aperitonti, che bramiamo il ritorno allo spritz del venerdì sera. Con varianti assolutamente insolite: a voler aprire può essere il reazionario nostalgico del regime che punta il dito contro la plutocrazia bancaria, come l’intellettuale di sinistra che grida allo scempio della Costituzione, accusa i poliziotti di fascismo e fa quello che alla sinistra riesce da sempre meglio: massacrare i governi di sinistra. 
Ho provato a delineare una tipologia di questi individui evitando espressamente di citare, per quel minimo di tatto che mi pare si debba salvaguardare anche quando si fa satira, quelle categorie che evidentemente sono a favore di una o dell’altra fazione perché più direttamente coinvolte (è ovvio che un medico voglia tener chiuso, perché ci tiene a tornare a salutare i figli a casa, e che un ristoratore voglia aprire perché i suoi figli vuole sfamarli: su questo c’è poco da scherzare).

Il chiavistellone pro da settimane è ossessionato dalle curve, le cerca su Internet e poi le pubblica a casaccio, pazienza che la sua scarsa conoscenza delle lingue l’abbia portato a confondere la curva epidemica con l’accelerazione da 0 a 100 km di una McLaren. Finalmente la sua passione per la cronaca nera, o meglio per le disgrazie altrui, trova un suo audace compimento: cerca deceduti su Internet solo per dispensare rip a destra e manca, minaccia di morte dal balcone i maledetti podisti agitando lo stura lavandino e ha chiamato i carabinieri perché ha scoperto che quella smorfiosa del piano terra esce senza guanti e mascherina.
Probabilmente è un pensionato che finalmente ha un motivo valido per presentarsi al supermercato un’ora prima dell’apertura, e ha paura di morire perché non si è mai sentito così vivo.
Il chiavistellone passion non è mai stato tanto felice; ha trovato nella quarantena il senso della sua vita. Legge, guarda la tv per ore, è in vacanza da tre mesi e l’unica sua preoccupazione è che tutto ciò potrebbe finire. Pubblica su Internet solo foto di cibo e di tanto in tanto qualche articolo allarmistico sul calo dello scorte di lievito, giusto per ricordare al mondo fuori che si sta sacrificando per il bene comune.
Plausibilmente il candidato tipo è una maestra di scuola elementare che non ha fatto nemmeno cinque minuti di didattica a distanza, perché per lei il rapporto umano è tutto e che non fa nemmeno lo sforzo di inviare i compiti a casa perché non ha Internet, e nessuno può obbligarla a connettersi. Ha una ricrescita tale che ormai solo le doppie punte sono rimaste nere, vive in simbiosi con la sua tuta acetata e le pantofole di peluche, tra la sua passione riscoperta per la cucina vegana e le passeggiate con Renato. Renato è il suo Yorkshire Terrier, l’unico essere vivente che non l’ha mai mandata a spendere – insieme ai gerani – perché non sa parlare, ma in compenso si domanda tutti i giorni perché mai il suo inferno dei tre mesi estivi con la padrona quest’anno sia cominciato così presto. 

Il chiavistellone light tendenzialmente si fida della scienza e pensa che se avessimo chiuso tutto per bene quando era il momento, altro che quasi duemila aziende aperte solo a Bergamo in deroga, nel pieno dell’epidemia, forse ne saremmo già usciti. Si preoccupa soprattutto per il sistema sanitario e crede che in un paese civile un regime così duro non sarebbe stato necessario. Poi si ricorda di quelli che ai posti di blocco dicono di essere infermieri o ambasciatori per evitare l’etilometro, e si rassegna.

E veniamo al fronte opposto, quello degli aperitonti. Cominciano in senso in verso, cioè con la versione light. L’aperitonto light vorrebbe aprire bar, ristoranti, aeroporti, centri commerciali, ma non perché preoccupato di una deriva antidemocratica o per difendere l’economia. No, l’aperitonto light è uno dei milioni di operai che non è stato a casa nemmeno un giorno, perché la sua azienda ha dichiarato di produrre beni essenziali anche se realizza apriscatole per mancini. Eccheccacchio, dice l’aperitonto, ma proprio solo io? L’unica cosa che lo consola è sapere di non essere affatto solo; anche suo cugino la cui azienda produce cerniere per corpetti bdsm si è fermata un solo giorno, ma perché il custode è morto di covid e nessuno aveva a portata di mano le chiavi di riserva del magazzino.

L’aperitonto business è preoccupato per l’economia. Ma non per il pil mondiale, chi se ne fotte. E nemmeno per i milioni di posti di lavoro che rischiano di andare bruciati. No, l’aperitonto business è preoccupato delle sue tasche, e solo di quelle. Ha ereditato diversi appartamenti con i quali, tra studenti in nero ammucchiati in quelli in periferia e air bnb per quelli in centro, vive di rendita da anni. Ha già ottenuto il bonus di 600 euro, il bonus baby sitter e i volontari gli portano la spesa a casa, ma gli girano lo stesso le scatole perché per colpa dei comunisti al governo la sua diciotto metri è attraccata da mesi in Liguria senza poterla usare. E poi è nervoso perché oltre tutto non va a prostitute da mesi e questa signori miei è dittatura.

L’aperitonto hard, infine, ha iniziato la sua avventura al grido di “è solo una influenza”. Una manovra di quei bastardi di big pharma per vendere i loro maledetti vaccini. Quando la gente ha cominciato a morire, ha iniziato a ripetere a tutti che i dati erano dati gonfiati, erano morti con il virus e non del virus, si è innamorato della parola infodemia e quando ha visto il video lanciato a febbraio da Ascom “Bergamo non si ferma”, girato per invitare a continuare ad andare al cinema e al bar, ha provato una eccitazione che neanche Pornhub sezione premium. Facciamo come in Francia, anzi no facciamo come in Inghilterra, anzi no facciamo come negli Stati Uniti. Alla fine è arrivato persino a elogiare quei c**attoni dei socialdemocratici svedesi che continuano a sfondarsi di aperitivo, tanto muoiono gli altri, io c’ho immunità di gregge. E se gli fai notare che negli altri paesi scandinavi i morti sono dieci volte di meno, ti grida feichgnius e ti toglie dagli amici. L’aperitonto più feroce è soprattutto quello che ha un impresa sì, ma totalmente sconosciuta al fisco: presentarsi per la prima volta allo Stato per chiedere soldi sarebbe scortese, suvvia.
Il modello femminile di questo gruppo invece è quello della mamma in carriera, la professionista abituata a vedere un paio di volte alla settimana i figli, che ha drammaticamente scoperto la loro esistenza e si è resa conto che hanno esigenze, pensieri, persino sentimenti. Prima ha bestemmiato in aramaico per la chiusura della piscina, del corso di Judo e di quello di lingue orientali morte, minacciando di cause legali i gestori e tempestandoli di e-mail ricattatorie, che tanto i bambini non si ammalano; per la chiusura delle scuole ha dato fuoco alla bandiera italiana in puro cachemire autografata da Briatore; quando ha scoperto che la babysitter era in quarantena è andata al maneggio, ha decapitato il cavallo del marito con un’ascia fatta in casa e ne ha spedito la testa a Conte. Esce di casa con la mascherina che le serve a nascondere un massaggia gengive in cuoio, che morde tutto il giorno per sfogare i nervi, mentre il marito gioca alla playstation e si lamenta dei figli che lo distraggono mentre completa l’ultimo livello di Final Fantasy VII Remake prima di ordinare la pizza.

PS. Se c’è una cosa che ho capito in questi lunghi giorni, è che questa orrenda crisi ci ha diviso non solo in chi vuole aprire e chi vuole chiudere, ma anche in quelli che si lamentano, da un lato, e quelli che piangono, dall’altro.
Sapete che vi dico? Vi auguro con tutto il cuore di continuare a lamentarvi.

La finestra sul porcile

Ho frequentato negli anni diverse palestre (ma chi? Tu? Dici davvero? Staranno dicendo quelli che mi conoscono e conoscono il mio stato di forma). Sì, io, con risultati evidentemente insoddisfacenti. Anche perché mi alleno molto meno di quanto sarebbe necessario per ottenere un benché minimo traguardo. Ma il punto non è questo. Nel mio girovagare fra abbonamenti, ho frequentato palestre moderne, ambienti che sembravano usciti da un gangster movie anni cinquanta, micro-palestre ricavate nel seminterrato al posto della tavernetta, palestre universitarie, palestre in centro e nelle periferie ai margini della città. Non ho mai frequentato però una palestra con le vetrate, e ho paura che se questa tendenza continuerà, considerando che non sono un cliente fedele, prima o poi la palestra con la vetrata toccherà a me.

Credo abbiate capito a cosa mi riferisco: a quelle palestre in cui il progettista al posto del muro frontale ha scherzosamente installato una grande parete di vetro. Il che sarebbe anche simpatico se si trattasse di una di quelle pareti in cui tu osservi fuori la strada ma loro NON vedono le tue budella adipose sballonzolare sotto la magliettina di acrilico lucente, NON posano lo sguardo sulle gambe storte della segretaria dello studio legale e non apprezzano gli sforzi della libera professionista che nonostante trent’anni di vita sedentaria e alimentazione ipercalorica crede ancora ci sia qualche possibilità di recupero. E invece no. Lo scherzo atroce è che da quelle finestre si vede proprio tutto.

Ma perché, mi domando? Oltre tutto non si tratta di palestre ben evidenziate da pannellistica fosforescente e nomi in americano maccheronico: in quel caso ti giri dall’altra parte, eviti così l’imbarazzante incrocio di sguardi con il sessantenne occhialuto che annaspa sul tappeto rullante come se una mandria di bufali inferociti lo inseguisse famelico. No, ormai dissimulano la loro presenza: l’altro giorno ero appena uscito dalla stazione di Bologna quando davanti a me si è palesata la visione di un ragioniere in canottiera della salute, oltre tutta questa palestra ben illuminata è al primo piano, per cui ti godi la vista di un Nettuno sovrappeso senza tridente e con il sudore al posto degli zampilli.

Che poi, ci fosse una sola volta che da queste vetrate si apprezzasse una bella figliola: no, quelle sono nella sala pilates, che oltre a non avere finestre magari è pure insonorizzata. Fatela finita, per favore. Non vi chiediamo tanto, solo una tendina. Viviamo nell’era della trasparenza, è vero, ma ci sono momenti in cui ne facciamo volentieri a meno. Riprendetevi il ragioniere e dategli da bere prima che svenga.

Papà in carrozzina

Il momento della vita di un individuo maschio in cui costui si sente davvero importante, realizzato, completo, essenziale, riguardevole e considerato si identifica senza ombra di dubbio nel momento in cui trasporta la carrozzina con la prole.

Non il passeggino, che son buone anche le mamme (anzi, realisticamente ammettiamo che sono molto più brave), non quando tiene il piccoletto in braccio come una nonna qualsiasi. No, è con la carrozzina che la fulgida potenza del maschio latino si esprime in tutto il suo splendore. Avete mai visto un papà con la carrozzina? Si guarda intorno osservando l’eventuale presenza di cecchini sui tetti delle abitazioni. Tiene ben salda la carrozzina con tutte e due le mani, l’avambraccio contratto in uno sforzo poderoso, sbuffa irritato di fronte ai tentativi della consorte di interferire nel suo momento di gloria. Comprime i bicipiti senza una particolare ragione e verifica con la coda dell’occhio che il freno sia correttamente inserito. Non parliamo poi delle scene trionfali nel momento in cui sale in autobus, con la carrozzina, o sul treno. Dopo l’impresa si guarda intorno con il petto gonfio e si domanda quand’è che scatterà l’applauso.
In misura minore, ma comunque in ogni caso fuori da ogni ragionevole senso della misura, si mostra orgoglioso l’uomo che partecipa al trionfo senza avere legami biologici con il neonato: lo zio, il nonno, un passante, un pendolare. Per tutti quel momento è il ristabilimento di una presunta e discutibile superiorità fisica sul gentil sesso che ormai non resta che essere un lontano ricordo di tempi paleolitici.

Se un giorno, per motivi che proprio non riesco a immaginare, qualcuno dovesse decidere di commemorarmi con una statua, è così che voglio essere ricordato: con il mento in alto e gli occhi fieri a sfidare le incognite del futuro con la carrozzina contenente mia figlia (una delle due, è uguale).

I vecchi in palestra

palestraHo cominciato a frequentare le palestre verso i diciassettenne anni. All’epoca avevo lasciato la pallacanestro, dopo qualche anno di attività agonistica giovanile, perché mi ero reso conto che l’età dello sviluppo per me si era ormai definitivamente arrestata sul metro e settanta, un po’ poco per continuare con questo sport, se non ti chiami Spud Webb. Andare in palestra mi è sempre piaciuto, perché è un modo di trascorrere tre quarti d’ora (mai fatto di più, e d’altronde i risultati mediocri lo attestano) con il cervello in stand-by. Che tu faccia la cyclette, esercizi per gli addominali o sollevi qualche manubrio, ti riappropri di una fisicità che la nostra vita quotidiana ha cancellato. Oggi bicipiti o deltoidi, per dire, letteralmente, non ci servono più. A meno che non facciamo attività sportiva, non li usiamo mai, se non per portare a casa la spesa o per riporre sull’armadio la cassa con le coperte invernali. Un po’ poco.
Da adolescente, osservavo dei vecchi che frequentavano la palestra. Con i loro capelli grigi e il loro viso grinzoso, mi domandavo cosa diavolo perdessero il loro tempo sulle panche. Non mi riferivo agli adulti trentenni, che tutto sommato avevano ancora qualche motivo per stare in forma, ma a vecchi di quarant’anni, forse qualcuno in più. Hai quarant’anni, potresti avere un infarto da un momento all’altro, hai passato ormai gli anni migliori, cosa fai qui? Tornatene a casa a guardare Quark, o prendere una tisana. Oltre tutto con ogni probabilità sei pure sposato, noi dobbiamo darci da fare per allargare le spalle se non vogliamo rimanere dei nerd che le ragazze non si degnano di guardare, ma tu? Tu hai la patente e l’auto, e te ne stai qui su questi tappetini usurati?
Inconcepibile.
Negli anni ho frequentato diverse le palestre, passando da quelle chic con le signore che prima di arrivare si fanno la messa in piega (poche e lasciate subito, a dire il vero) a quelle più truci, chiuse probabilmente dall’AUSL, con un ring nel mezzo sul quale si affrontavano atleti in calzamaglia tra urla e scricchiolii di ossa (giuro). Mai andato oltre i tre quarti d’ora, mai pensato di gonfiarmi come certi personaggi con le braccia e il petto talmente grossi da non riuscire più nemmeno a toccarsi la punta del naso. Nel 2008 sono diventato papà, pannolini e biberon hanno preso parecchio spazio alla mia vita privata, nel 2012 ho fatto il bis, e insomma, la mia attività fisica è diventata un ricordo.
Fino a qualche giorno fa, in cui sono finalmente tornato a sentire la puzza dei tappetini di gomma e il freddo contatto dei manubri di ferro. Il sudore sulla panca degli addominali, lo sguardo commiserevole dell’istruttore e quella scarica di endorfine che solo l’attività fisiche può produrre.Sono ritornato ai miei tre quarti d’ora, due volte alla settimana. C’erano dei ragazzi molto giovani, nella palestra dove mi sono iscritto. Mi hanno guardato. E ho capito.
Stavolta il vecchio ero io.

Ma non c’è bisogno che spieghi loro perché sono qui. Lo capiranno da soli col tempo.

L’Italia dei superuomini

virilitàIl dibattito sulle unioni civili di questi giorni mi ha fatto tornare a riflettere sul fatto che in fin dei conti ho l’impressione che il vero problema della nostra cultura non sia tanto quello della paura della diversità, o di un’ermenutica rigida dei testi religiosi che si attiva solo quando fa comodo. Il disvalore più profondo che soggiace ad una certa visione del mondo (e non chiamatela cattolica, vi prego, perché di universale non ha proprio niente) è quella del maschilismo fallocratico più becero, per cui il vero uomo è quello che va le con le donne, e magari più di una. Fateci caso, quando i “difensori” della famiglia tradizionale attaccano le coppie gay, quasi sempre si rivolgono a coppie di uomini. Addirittura si arriva alla confusione tra la natura della parola “omosessuale” (omo=uguale, dello stesso tipo, simile) con quella di uomo (e se Benigni fa il verso ai mafiosi parlando di uomini sessuali ne “Johnny Stecchino” ci fa ridere, se lo dice un senatore della Repubblica vengono i brividi).
Quanti insulti vi vengono in mente rivolti agli uomini gay, e quanti alle donne gay? Non c’è bisogno di elencarli, ma a me risulta che i primi siano molto più numerosi. Ma se allora per certi senatori e per certi italiani che li votano gli uomini devono essere dei “macho”, allora non mi sento di contraddirli, ma di suggerire tanti altri settori, che non riguardano le scelte sessuali, in cui gli uomini potrebbe mostrare la loro virilità. Per esempio, visto che oltre alla fedeltà il matrimonio parla anche di coabitazione, certi veri uomini potrebbero evitare di dichiarare di vivere in città con i figli, mentre la moglie vive da sola nella casa al mare o in montagna, per non pagare le tasse sulla seconda casa. Il loro matrimonio prevede la coabitazione, ricordate? E poi il vero uomo non mente, vero?

Inoltre, certi veri uomini, potrebbero accettare che le loro compagne ad un certo punto decidano di intraprendere strade diverse. Non dico che non sia doloroso, sicuramente, ma un vero uomo di certo non si mette a picchiare una donna perché lei vuole lasciarlo. Figurarsi usare forma di violenza peggiore. Stiamo parlando di uomini con gli attributi, no? Saranno ben capaci di guardare oltre.
Aggiungo poi che il vero uomo è coerente con i suoi valori, e così come probabilmente non cambia squadra di calcio, così non cambia appartenenza politica per seguire convenienze e opportunità del momento. Stiamo parlando di uomini tutti di un pezzo, insomma! Mica di femminucce che si vendono per una poltrona da sottosegretario. Dico bene?
E ancora, i veri uomini potrebbero mostrare la loro virilità imparando a stirare (qui c’è un conflitto di interesse, lo so: se la virilità si misurasse in tecnica di stiro, John Holmes mi farebbe un baffo) per evidenziare la propria superiore forza biologica, e magari dare una ripassata al bagno e cucinare due spaghetti ogni tanto, se credono. Giusto per ricordare al mondo di che pasta sono fatti e di cosa è capace un vero uomo. E senza dover chiedere il permesso, perché si sa, l’uomo non deve chiedere mai.
Il mio è solo una modesto consiglio. Se davvero l’Italia è piena di superuomini, è arrivato il momento che mostrino il loro valore. Fuori dalla camera da letto, che quello che succede dentro, con tutto il rispetto, ci interessa poco.