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Quando vedi arrivare l’autobus, a Cuba, il cuore ti si riempie di gioia, perché ha deciso di passare, e non succede tutti i giorni.
Se poi riesci a salirci il cuore ti si riempie di felicità, perché è un impresa non da tutti entrare in quei carri provenienti da chissà dove stracarichi di gente.
Se alla fine di un viaggio in cui sei stato spinto, scalciato, compresso, in cui hai sudato come un matto perché l’autobus i finestrini non si aprono perché c’è l’aria condizionata ma è spenta (regalo europeo…), riesci a vedere l’uscita, sei ancora più contento, ce l’hai fatta, sei felice…
Non c’è niente da dire, Cuba è la terra della felicità.

Un’amica

Arrivati a Cuba capiamo subito che la macchina burocratica non è il massimo dell’efficienza. Ci mettiamo tre ore al controllo dei passaporti, con dei momenti di autentico disagio quando l’addetta, che di solito impiega un quarto d’ora a visitatore, si blocca per quasi mezz’ora per identificare un bambino spaurito di sette -otto anni che evidentemente è cresciuto un po’ troppo rispetto alla foto. Di profilo, frontale, guarda qui, in alto, bravo così, più a destra, solo dopo aver fugato ogni dubbio che il piccolo sia una dannatissima spia yankee e aver controllato che lo zainetto non contenga esplosivo, la fila riprende.

Appena arrivi a Cuba hai la tentazione di spogliarti nudo e insaponarti, non perché sei una maniaco, ma perché hai l’impressione di essere entrato in una doccia calda. Il clima, caldo e umido, è più o meno quello. C’è un aspetto positivo, però: nell’indolenza collettiva anche le zanzare se la prendono comoda, e se proprio sono costrette a pungerti, dopo non ti danno più fastidio perché vanno a dondolarsi da qualche parte.

A Cuba ti capita di entrare in un bar, e vedere che un barista è dentro che mangia placidamente, alza lo sguardo verso di te ma decide che non è il caso di interrompere lo spuntino, mentre la collega chiacchiera al telefono arrotolando il filo della cornetta e sospirando. A nessuno dei due viene in mente di fare qualcosa per te: e dopo qualche minuto te ne vai sconsolato.
Questa sì che è customer care!

A Cuba chi ha dei bambini con sé passa avanti a tutte le file. Principio giusto, se vogliamo, se non fosse che i cubani hanno sempre con se almeno due o tre pargoli, o magari se li procurano per l’occasione: fatto sta che loro passano sempre avanti col beneplacito delle forze dell’ordine. Quando finalmente, dopo Cecilia, arriva il mio turno alla dogana, lo spirito cubano si manifesta in tutto il suo splendore: la dipendente si lamenta perché sono quasi quattro ore che lavora (stupore tra i cubani), per cui decide di prendersi una pausa di venti minuti. Aspettiamo.

L’Avana è una metropoli con più di tre milioni di abitanti: bianchi, neri, mulatti, cinesi (una volta, per motivi politici, la comunità era molto più ricca, e ha lasciato qualche traccia nel Barrio Chino, il quartiere cinese). Tutti accomunati dall’odio sincero per gli Stati Uniti, dalla passione per la musica e il baseball, e dalla collettiva tendenza a lavorare solo se proprio inevitabile.

Il 90% degli addetti a qualunque cosa a Cuba quando hai bisogno di loro sono in bagno oppure stanno sbrigando una commissione per cui ritorneranno fra venti minuti. Non c’è niente da fare, per noi europei efficienti e stressati è inconcepibile, ma i cubani hanno tutto il tempo di cui hanno bisogno, e in ogni caso per loro nessun lavoro è così importante da non poter essere rimandato a domani.

Perdersi a Cuba è estremamente facile, perché soprattutto all’Avana ci sono pochissime indicazioni e pressoché inutili (indicano prevalentemente alberghi di stato scomparsi decenni fa). Come se non bastasse, soprattutto nei centri minori il governo ha cambiato il nome a quasi tutte le strade dedicandole ai soliti eroi nazionali (Josè Martì, Antonio Maceo, Camillo Cienfuegos) ma gli abitanti non se preoccupano e continuano a chiamarle come una volta.
Il sospetto è che tutta questa Babele sia un trucco, perché l’unico modo per raggiungere un posto è dare un passaggio ad un cubano che ci va. E noi abbiamo fatto così, caricando e scaricando di continuo gente.

L’episodio più divertente è capitato a Puerta de Golpe. Stavamo cercando l’abitazione delle Piccole Sorelle di Gesù, sapevamo di essere in zona e abbiamo chiesto ad un vecchietto che andava per strada. Vi accompagno io, se mi date un passaggio, è stata la prevedibile risposta. Prima, seconda, faccio appena in tempo a compiere quindici metri, che il vecchietto mi fa fermare: eccola lì, la casa. Siamo arrivati, io posso scendere. Fiero e soddisfatto di essere stato uno dei pochi cittadini di Puerta de Golpe ad aver provato un auto giapponese con aria condizionata, anche se solo per quindici metri.

Cienfuegos ha qualcosa di europeo, forse perché è una delle poche città dotata di un viale pedonale con un accenno di negozi, e Cecilia quasi non trova il modo di fare un pomeriggio di shopping anche tra le tristissime vetrine che propongono merce dozzinale a prezzi impossibili per i cubani. Fino alle 17, perché poi tutto chiude.

L’oggetto che meglio racconta questa terra è sicuramente la sedia a dondolo. Dagli appartamenti più ricchi del Vedado alle casupole cadenti di Puerta de Golpe, non c’è abitazione cubana che non sia dotata di sedia a dondolo. Ma non è tanto questo ad avermi colpito, quanto il fatto che sulla sedia a dondolo c’è sempre qualcuno, uomo, donna o bambino, a qualunque ora del giorno, che si dedica alla principale attività dell’isola: dondolarsi placidamente.

La comida criolla, cioè la cucina cubana, sarebbe perfetta se l’isola si trovasse di fronte alle coste del Canada. Pollo fritto, maiale, riso, patate. Tutto impregnato di olio di non chiara provenienza: friggono tutto, anche le banane. E fagioli, tanti fagioli che dopo qualche giorno devastano chi, come Cecilia, non è abituata ad evacuare quotidianamente e soprattutto non ha una confidenza con il meteorismo. Nessun problema invece per me, anche se a Cienfuegos l’addetta al museo del teatro deve essersi accorta che avevo mangiato fagioli anche quel giorno.

Joel, il padre della famiglia dove abbiamo soggiornato a Vignales, mi si è avvicinato guardando la macchina che abbiamo preso in noleggio, e mi ha confidato orgoglioso di aver venduto la sua vecchia macchina per comprare una Ford. Del ’53. Non ho osato chiedergli quanto tempo ci passa sopra e quanto sotto.

Il problema più grosso sono i pezzi di ricambio, mi ha spiegato Joel. Trovarli in giro è sempre più difficile, anche perché i soli disponibili sono russi. Ma per il futuro si prospettano grosse positive novità: i pezzi di ricambio pare arriveranno dalla Cina.

Vinales è una spendida vallata caratterizzata dai mogote, formazioni calcaree antichissime che si erigono dal suolo come se fossero panettoni. Oltre alla valle, visitiamo anche la Cueva dell’Indio, facendo anche un giretto in barca, e la Cueve dell’Espanol. Qui quello che colpisce è il tipico rispetto per l’ambiente dei cubani, che hanno installato un chiassoso bar discoteca proprio all’ingresso della grotta, appendendo casse e luci direttamente alle pareti. Come anche per il brutto murales della preistoria, che in nome delle civiltà pre-latine, ha rovinato una meravigliosa parete naturale con una pittura non proprio esaltante. Speriamo che da dove è adesso il Che non possa vedere tutto ciò.

A Vinales salutiamo il sacerdote della comunità, un veneto simpatico che distribuisce medicinali provenienti dall’Italia, e ci becchiamo anche un acquazzone violentissimo. Dopo aver aspettato un’ora sotto i portici, decidiamo di uscire appena smette di piovere. Ma non ha smesso di piovere: ha solo preso la rincorsa per colpire ancora più furiosamente. Arriviamo a casa praticamente facendo surf tra le onde che invadono la strada, e Cecilia ci metterà tre giorni ad asciugarsi i capelli.

Se andate a Cuba e non visitate la tomba di Che Guevara a Santa Clara, probabilmente avete sbagliato destinazione: Sharm El Sheik e Ibiza sono molto più vicine.

Alcune citazioni tratte dai suoi scritti:

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”.

“Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo”.

“Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare”.

“Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due incomincia la realtà”.

“Nessuno è libero finché anche un solo uomo al mondo sarà in catene”.

“Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario”.

Cayo Santa Maria è un paradiso malinconico. Ci possono accedere infatti solamente i turisti, e i cubani che qui vengono per lavorare. Per raggiungerlo occorre superare un terrapieno lungo oltre cinquantachilometri. Una sensazione affascinante, quella di guidare con il mare a pochi metri accanto a destra e a sinistra: peccato per i pesci che si sono trovati questa colata di cemento laddove una volta c’era il loro salotto.

Il posto è meraviglioso, ma dopo un paio di giorni con un braccialetto al polso che ti da diritto di mangiare e bere quanto voi, con gli italiani che mangiano solo italiano, gli inglesi ubriachi al bar e i francesci ammollo in piscina, mi viene in mente quello che diceva Mark Twain: il paradiso lo preferisco per il clima, l’inferno per la compagnia.