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Il peso della cultura

Con uno zaino che pesava una quindicina di chili trascorsi un paio di settimane in Scozia, quasi venticinque anni fa, in vacanza. I miei compagni di viaggio mi fecero notare come avessi portato davvero troppe cose con me, ma ero giovane e mi sentivo un backpacker alla conquista del mondo.

Ebbene, adesso tocca a mia figlia portare uno zaino che pesa più di quindici chili, e non per apprezzare il Royal Mile o le coste frastagliate di Skye. Lo zaino, arrivato a pesare 18 chili, le serve ogni mattina per andare a scuola. Complice lo smart working e la maggiore flessibilità che questo comporta, spesso la aiuto io, con le inevitabili conseguenze sulla mia schiena che, ahimè, non è più quella di Inverness.

Ma cosa ci sarà mai in uno zaino che pesa 18 chili? Ora, dovete sapere che in tempo di Covid, purtroppo, la beneamata pratica di condividere i libri con i compagni di banco è andata a farsi benedire. Tu porti scienze e inglese, io porto l’antologia e storia, ok? Siamo cresciuti così. Tutto ciò non è possibile. C’è il virus, il distanziamento. Va detto che anche prima che arrivasse questa maledetta pandemia il mercato editoriale ci aveva messo del suo. I testi di oggi, immagino per aumentare la foliazione e il costo, sono pieni di esercizi da fare direttamente sul libro. Che quindi devi portarti dietro. Si aggiunga che ai pochi grammi di un flauto, sono subentrati i chili di una ingombrante tastiera elettronica. E che anche l’educazione fisica è diventata un peso: ogni ragazzino deve portarsi in classe un tappetino, una corda, un pallone, e magari una scacchiera caso mai piova.

Per fortuna, su mia insistenza (sono cocciuto quando mi ci metto), a mia figlia è stato consentito di portare il tablet con alcuni testi, come già previsto da una normativa di 9 anni fa (governo Monti, ricordate?). Ora, dovete sapere che i testi elettronici di molti libri non sono dei banali epub, o al massimo pdf. Magari. Sono accompagnati da software pesantissimi e barocchi che in confronto l’enciclopedia per Windows 95 viaggiava a scheggia. Ma anche mia figlia è cocciuta, abbiamo dovuto prendere un nuovo tablet più capiente, perché ogni libro pensa mille miliardi di gigabyte, procurarci una connessione mobile perché molti funzionano solo online, ma qualcosa abbiamo ottenuto.

Dite che è il peso della cultura? Può darsi. Io dico che vanno bene i banchi a rotelle se permettono diverse configurazioni e vanno bene le attività estive, vanno bene le precauzioni contro il Covid va bene anche la salvaguardia dei posti di lavoro di chi lavora nel mondo editoriale ma prima o poi qualcuno dovrà anche salvaguardare il mal di schiena dei nostri ragazzi e dei loro papà.

La scuola ai tempi del grande fratello

SuolaSe i miei genitori volevano sapere come mi era andata a scuola, me lo dovevano chiedere, e fidarsi delle mie parole. Almeno fino al giorno del colloquio con i professori. Quel giorno si sarebbero messi in coda pacificamente, selezionando con attenzione le file per evitare magari di passare il pomeriggio ad aspettare il turno, vittime della logorrea dell’insegnante di italiano, mentre gli altri raccoglievano soddisfatti i bollini del professore di disegno o musica. Alla peggio si poteva fare un salto anche dal docente di educazione fisica, giusto per dargli una pacca sulle spalle e dimostrare che lo si riteneva un essere umano come gli altri, o addirittura da quello di religione. Opzione questa indispensabile, per le famiglie come la mia, se l’insegnante era un sacerdote verso il quale sarebbe stato insostenibilmente scortese non fare una capatina.
Tutto questo trent’anni fa. Il ruolo dei genitori negli ultimi anni ne frattempo si è dilatato ed esteso come una macchia di colore troppo annacquata che, per voler coprire tutto, alla fine non colora bene niente. Tramite telefono, sms, chat, ologramma 3d del bidello (pardon, collaboratore scolastico) sappiamo se i nostri figi non sono arrivati a scuola, pronti a tracciarne la posizione con gps e ultima connessione telefonica. Giustissimo, per carità, specie per i piccolini. Ma già dopo i sedici anni questo sistema poliziesco appare abbastanza coercitivo, senza contare che ha messo in ginocchio l’economia delle gloriose sale gioco con biliardi e videogames, nonché trasformato le partite improvvisate di calcetto in piazza in raduni di ricercati pronti alla carica delle forze dell’ordine.

I voti sono online, dietro la cortina fumosa di un nome utente e password, e ci sono genitori che ci si collegano quasi quotidianamente, generando sulle cartelle temporanee del pc curiose insalate di cookies che mescolano promiscuamente scuolaviva, amazon e youporn. Se tuo figlio va male a scuola lo sai quasi in tempo reale, e c’è qualcuno che vorrebbe le telecamere per assistere in diretta alla scena e magari saccagnare l’insegnante insensibile, che non ha capito che il proprio figlio ha un quoziente intellettivo troppo alto per ricordare i sette re di Roma,

E le file per incontrare i professori appartengono ad un passato che non ritorna. Per incontrarli, bisogna prenotarsi in rete. Magari a mezzanotte, quando si attiva la procedura online che scatena mamme impazzite tra i borbottii di papà scoglionati che l’ultima volta si sono svegliati a quell’ora per vedere Schumacher in diretta.

Sono contento di essere un papà, ma porca miseria ho completamente sbagliato il periodo storico in cui diventarlo.

I compiti a casa, la nemesi che ritorna

scuolaI compiti a casa non sono solo l’incubo degli studenti. Sono anche l’ossessione dei giovane papà, che nel fine settimana vorrebbe rilassarsi un po’, mettere il naso fuori casa, divertirsi, e invece se ne sta lì, accigliato, di fronte alla durissima poesia senza rime che occorrerà imparare questa volta, e che gli riempirà buona parte del week-end. Avete presente il momento in cui ti arriva una raccomandata verde, e il cuore sembra rallentare fino quasi ad arrestarsi mentre fai mente locale cercando di ricordare se e quando avresti potuto prendere una multa? Oppure quello in cui ti affrettavi nei corridoi del liceo cercando i famigerati “quadri”, l’esposizione al pubblico ludibrio di un anno di fatiche?

Ebbene, l’apertura il venerdì pomeriggio del diario del figlio provoca più o meno le stesse ansie e paure. Perché è vero che i compiti a casa sono principalmente un problema dello studente, ma è anche vero che, almeno nei primi anni delle elementari, nemmeno il conte Ugolino può fare finta di niente di fronte a un figlio che ripete Help! I need somebody. I compiti sono una cosa brutta. Lo erano per me quando ero uno studente, lo sono da papà. Poi per carità, ci sono cose brutte ma simpatiche, come vecchia la zia che ci portava le caramelle al latte, cose brutte e necessarie, come l’estrazione di un dente cariato. Resta il fatto che per il giovane papà rappresentano un morso feroce che una maestra dà a quella fettina sottile della sua vita che si chiama tempo libero. Poi, aggiungo, lungi da me ricoprire il ruolo di chi si schiera dalla parte dei figli contro gli insegnanti, perché mio figlio è bravo sono loro che, perché non è maleducato è solo molto vivace, perché cosa sarà mai dare fuoco alla scuola sono ragazzi su. Quella mentalità non mi appartiene. Si dice che i compiti a casa servono, io non sono un pedagogista, mi adeguo. Però però un pensiero perfido ogni tanto fa capolino. Perché lo so che i ragazzi sono tanti, non ci sono abbastanza risorse per gli insegnanti di sostegno, quello di insegnante è un lavoro troppo poco retribuito e riconosciuto. Però però l’impressione è che nel week-end, talvolta, si debbano recuperare dei ritardi accumulati nei primi cinque giorni di scuola ogni tanto viene. Sbagliata, sicuramente. Maligna, di certo.

Però però, cari insegnanti, cosa pensereste se il gestore di un ristorante ad un certo punto vi dicesse: mi dispiace ma frutta e dessert ve la mangiate a casa perché non ho avuto il tempo di occuparmene? E se il gommista vi cambiasse tre ruote, che tanto la quarta troverete il tempo di cambiarvela da soli il sabato pomeriggio? Non sono bei momenti, perché a nessuno piace fare il lavoro per cui sono pagati altri. Adesso vado, che altrimenti non finiamo nemmeno per domenica sera.

Papà, facciamo i compiti?

altalenaNon mi è mai piaciuto fare i compiti. Andare a scuola era un dovere, magari noioso, ma, con i limiti della maturità che può avere un bambino, ne comprendevo l’utilità. Ma i compiti no, i compiti erano un’invasione dei miei tempi che tolleravo a fatica. Certo c’era qualche eccezione: non mi dispiacevano i “pensierini” che poi divennero “composizioni” e infine “tema”. E anche gli esercizi di matematica, quelli con il risultato finale previsto che doveva corrispondere al tuo, avevano un che di divertente, una sorta di rompicapo. Insomma però, sempre compiti erano.
Con i ricorsi storici che la vita ci propone, anche i compiti, come i peperoni, si ripropongono. Sono quelli di mia figlia, che ovviamente chiede un sostegno al papà o alla mamma. E se il tempo pieno ci ha liberati dall’incombenza quotidiana, ecco che lo spettro della paginetta fitta fitta del diario si protende minaccioso sugli equilibri del week-end.
E il guaio è che adesso non posso nemmeno farli io, i compiti (anche se la tentazione è forte: con tutto quello che ho da fare, non posso, davvero non posso aspettare che tu colori quella paginetta, tesoro mio). Devo, come dire, sovraintenderli, indirizzando talvolta le scelte (non se ne parla proprio, cominciamo con la matematica: le letture le farai quando sei ormai cotta) sollecitando l’operatività (e basta temperare le matite! Pensa a ‘sta cacchio di sottrazione che siamo fermi da dieci minuti!) sostenendo nei momenti di difficoltà (lo so che scrivere in corsivo è faticoso e ormai quasi inutile e ti servirà a poco nella vita, ma il bello sta proprio nello scoprire quante cose non ti sono servite cammin facendo. Non posso mica toglierti il gusto elencandole tutte adesso!).
Insomma, ho un ruolo di responsabilità. Con l’aggravante che il resto della dirigenza mi boicotta (la mamma mi ha sempre fatto fare così) e che i reparti operativi non nutrono particolare rispetto per i vertici, sapendo che non posso né licenziarli né rifiutare loro le ferie (uffà papà non è così che si fa).
Quali altri ricorsi mi riserva il futuro? Devo prepararmi alle nottate prima delle interrogazioni e al ritiro a inizio della stagione sportiva? Non lo so. Anche perché, con l’avanzare degli anni, più che ricorrere, al massimo queste attività ripasseggiano, che di più non ce la faccio.

Distanze

primo_giornoL’aula mi sembrò grandissima. E piena di luce. Sulle pareti c’erano delle lettere accompagnate ad alcune immagini, una cartina geografica dell’Italia e un crocifisso in alto. In fondo una lavagna nera con la cornice di legno. Io indossavo un grembiule blu che mi metteva un po’ d’ansia perché non riuscivo a mettere le mani in tasca. Per fortuna la mamma mi aveva preparato un fiocco a strappo, per cui non era costretta a legarmelo dietro al collo. Odiavo le cravatte già allora. La maestra mi sorrise e mi invitò a sedermi in un banco verso la metà dell’aula. Era una signora piccola ed era incredibile come l’attenzione di tutti noi si focalizzasse su quella voce, sui quei gesti. Nella mia cartella di Topolino c’era un diario, quaderno a quadretti, un quaderno a righe e un astuccio con i colori. E la merenda, che in realtà occupava di gran lunga più spazio di tutto il materiale didattico. C’era anche un bicchiere rosso di plastica, di quelli che si richiudevano, e di solito lo facevano al momento sbagliato, proprio mentre mi dissetavo, innaffiando il mio fiocco a strappo e il mio grembiule blu.
Ero già stato alla scuola materna, ma stavolta sentivo che qualcosa era diverso. Non era perché non c’erano giocattoli in aula. E nemmeno per il grembiule blu. Non era perché la maestra era seria e ci rimproverava se ci distraevamo, e nemmeno perché le mie compagne di classe tutto a un tratto mi sembravano più carine. Non era niente di tutto ciò. Nemmeno era la mancanza della mamma, o del papà.
O forse sì. Quel giorno, per la prima volta, li sentii un po’ più lontani. Certo sarei tornato da loro dopo poche ore a raccontare la mia giornata. Eppure, a nemmeno un chilometro di distanza dalla mia cameretta, con le automobiline nascoste nell’armadio per nasconderle a mio fratello, mi sentivo più lontano. Come se avessi fatto un passo più in là.
Oggi, 33 anni dopo, sono tornato a provare la stessa sensazione di distanza. Ma stavolta non ero io a muovermi. Io me ne stavo fermo, immobile, a pensare alle mie grane lavorative, alle tasse e ai chili da smaltire. Era la mia piccola principessa che si stava, impercettibilmente, allontando, facendo quel primo piccolo passo di un lungo cammino.
Buon viaggio. Buon primo giorno di scuola.
Avrai bisogno di parecchi sacrifici per arrivare in fondo. Anche perché papà portava una cartella, un diario, due quaderni, un astuccio e una merenda. Tu hai tre zaini (trolley settimanale, zaino giornaliero e zaino per la ginnastica), due astucci (uno a tre piani e una villetta monofamiliare), 19 quaderni, libri, regoli, copertine colorate e altri costosissimi strumenti didattici che la mamma ti ha comprato e sui quali preferisco non investigare. Certe cose i papà non le devono sapere, mentre si strofinano gli occhi umidi andando a lavoro e pensando che in fondo sono rimasti li stessi sentimentali di quel giorno di 33 anni anni fa.