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Papà in carrozzina

Il momento della vita di un individuo maschio in cui costui si sente davvero importante, realizzato, completo, essenziale, riguardevole e considerato si identifica senza ombra di dubbio nel momento in cui trasporta la carrozzina con la prole.

Non il passeggino, che son buone anche le mamme (anzi, realisticamente ammettiamo che sono molto più brave), non quando tiene il piccoletto in braccio come una nonna qualsiasi. No, è con la carrozzina che la fulgida potenza del maschio latino si esprime in tutto il suo splendore. Avete mai visto un papà con la carrozzina? Si guarda intorno osservando l’eventuale presenza di cecchini sui tetti delle abitazioni. Tiene ben salda la carrozzina con tutte e due le mani, l’avambraccio contratto in uno sforzo poderoso, sbuffa irritato di fronte ai tentativi della consorte di interferire nel suo momento di gloria. Comprime i bicipiti senza una particolare ragione e verifica con la coda dell’occhio che il freno sia correttamente inserito. Non parliamo poi delle scene trionfali nel momento in cui sale in autobus, con la carrozzina, o sul treno. Dopo l’impresa si guarda intorno con il petto gonfio e si domanda quand’è che scatterà l’applauso.
In misura minore, ma comunque in ogni caso fuori da ogni ragionevole senso della misura, si mostra orgoglioso l’uomo che partecipa al trionfo senza avere legami biologici con il neonato: lo zio, il nonno, un passante, un pendolare. Per tutti quel momento è il ristabilimento di una presunta e discutibile superiorità fisica sul gentil sesso che ormai non resta che essere un lontano ricordo di tempi paleolitici.

Se un giorno, per motivi che proprio non riesco a immaginare, qualcuno dovesse decidere di commemorarmi con una statua, è così che voglio essere ricordato: con il mento in alto e gli occhi fieri a sfidare le incognite del futuro con la carrozzina contenente mia figlia (una delle due, è uguale).

Due o tre concetti per capire la PA

ministeroIn questi giorni leggo molti articoli che annunciano l’arrivo della carta di identità elettronica, con il condimento dei soliti luoghi comuni: ci sono voluti anni di sperimentazione, la PA italiana è un fallimento, fannulloni, che vergogna, bla bla bla. Ovviamente lasciamo da parte i commenti di chi non è riuscito ad andare oltre la terza media e quindi si sente escluso dalla possibilità di diventare un dirigente pubblico (maledetti burocrati!) e anche da chi non paga le tasse da vent’anni e si lamenta dai disservizi pagati dalle tasse di vicini. A questa gente qui preferisco non rivolgermi, che sarebbe tempo perduto. A tutti gli altri sì, per spiegarvi un po’ come funziona la PA in Italia e il rapporto con la politica.

Facciamo un esempio. Immaginiamo di dover organizzare un evento, non so, per i nostri dieci migliori clienti. Abbiamo dieci mila euro per dieci invitati. Ebbene, le alternative non mancano. Con mille euro a testa possiamo organizzare un weekend in una città d’arte e pagare viaggio, vitto e alloggio per gli ospiti. Certo non prenoteremo al 5 stelle e non voleremo a San Pietroburgo, ma insomma le alternative non mancano. Immaginiamo ora di avere a disposizione un budget di diecimila euro per cento invitati. Bisogna volare più basso, non solo figurativamente. Con cento euro a testa possiamo organizzare una cena senza troppe pretese e magari allietarla con un accompagnamento musicale. Non saranno gli U2, ma un gruppo di professionisti locali sì. Oppure possiamo organizzare una cena a buffet riducendo i costi e poi portare gli ospiti a teatro. Con il trasporto a carico loro. Insomma, ci si può pensare, c’è da programmare, richiedere preventivi, ottimizzare, insomma c’è da lavorare e tanto, ma con competenza e un po’ di entusiasmo abbiamo la possibilità di fare bene. Cosa c’entra tutto questo con la Pubblicazione Amministrazione? Ebbene immaginate che il governo italiano dia ai funzionari l’incarico di organizzare un evento a New York per diecimila persone con il solito budget di diecimila euro. Anzi, lo decreti per legge. Vi sembra una follia? Sappiate che è quello che succede ogni giorno. A quel punto il ministro organizzerà una conferenza stampa per annunciare che si va tutti a New York, ci saranno strette di mano e applausi, elettori soddisfatti, quand’è che si parte. Il nostro solito funzionario di fronte ad una tale scemenza non comincerà nemmeno a lavorare. Vuoi andare a New York con un euro? Non chiederà preventivi né progetterà alcunché, al limite si darà da fare per produrre una relazione per spiegare come non è riuscito a raggiungere l’obiettivo. Qualcuno magari ci proverà, in attesa di un decreto milleproroghe che intanto rimandi tutto all’anno prossimo. I politici, di fronte al fallimento, sbraiteranno contro i fannulloni buoni a nulla e contro la burocrazia: loro hanno una vision chiara per il futuro, ma quei maledetti dipendenti pubblici li ostacolano. A quel punto prenderanno cinquantamila euro e li daranno ad una agenzia di amici, i quali prometteranno che tutto sarà fatto. Stamperanno qualche brochure ed effettivamente compreranno qualche biglietto, poi spariranno con il resto dei soldi che nessuno recupererà perché sono finiti ad una filiale a Panama. Il vecchio politico sarà sostituito dal nuovo, e si riparte. Se al posto dell’organizzazione dell’evento ci mettete la costruzione di un ponte, l’organizzazione scolastica o l’introduzione di un nuovo sistema informatico, il risultato non cambierà. Vogliamo fare qualche esempio concreto? Il progetto della carta di identità elettronica e la sua introduzione in Italia non è affatto recente. Solo che nella conferenza stampa il ministro dell’epoca dichiarò: carta di identità elettronica per tutti, basteranno venti minuti allo sportello. Bene, bravo, strette di mano. E però. Però quell’idea prevedeva che ogni sportello si dotasse di macchina fotografica digitale, spazio e competenze adeguate per fare una buona foto, e fin qui, tutto sommato, ci può stare. Però siccome il cittadino (elettore) deve avere tutto subito, bisogna che allo sportello dispongano di card elettroniche con microchip da programmare e restituire seduta stante, con tanto di foto impressa. Come no, New York. Alcune amministrazioni locali c’hanno provato, spendendo svariate decine di migliaia di euro per acquisire gli strumenti necessari. L’hanno fatto i comuni più grandi, riducendo però il numero di sportelli attrezzati, e alcuni coraggiosi pionieri. Hanno speso soldi per manutenere, riparare e gestire macchinari costosi e sofisticati. Siccome il ministro non poteva ammettere di aver fatto una enorme, clamorosa, indiscutibile cagata, ha cambiato fornitore, chiamato gli amici che hanno proposto di andare a New York con cinque euro, e intanto insultato e infamato la PA, quei dipendenti ottusi e privi di vision. Dopo molti anni ecco che ci si rende conto che il sistema non può funzionare, si dismette la vecchia carta di identità e se ne introduce una che, sensatamente, verrà stampata da un unico centro nazionale e non da 8 mila sportelli. Il povero cittadino elettore dovrà portare due fototessere da scansionare (burocrati vessatori!) non avrà la carta seduta stante, ma dovrà aspettare una settimana, con buona pace di quelli che si presentano allo sportello dopo l’orario di chiusura pretendendo il rilascio immediato, visto che hanno l’imbarco per Parigi dopo un paio d’ore. C’andranno in treno, in vacanza a Parigi. Sempre che non fossero diretti a Londra, perché in quel caso temo che servirà loro un passaporto, ma questa è un’altra storia. Altro esempio? Nel 2010 Tremonti stabilisce che ogni amministrazione (tranne la presidenza del consiglio) debba tagliare dell’80% le spese per la comunicazione istituzionale. Avete capito bene, ottanta percento. Bene, bravi. Con la cultura non si mangia. Poi un ministro nel 2013 stabilisce le linee guida per i siti web e decreta che, per rispetto dei diversamente abili (ne cito giusto un paio) tutti i video pubblicati dalla PA dovranno essere sottotitolati per i non udenti, e tutte le registrazioni audio dotate di trascrizione letterale. Non una sintesi, proprio la trascrizione. Una legge di civiltà, bravo ministro, così si fa, all’avanguardia in Europa. Poi il primo a non rispettarla è il ministro vicino di stanza, ma tant’è. Potrei continuare a lungo, aggiungo solo che il governo Monti prima e quello Renzi dopo (con il breve intervallo di Letta che in effetti un po’ di sale in zucca ce l’aveva, e s’è visto che fine ha fatto) sono in assoluto i campioni di questo delirante comportamento. Nemmeno Berlusconi osava tanto. Quando sentirete gli annunci del premier in tivù, ricordatevi dell’evento a New York. Il nostro predica l’informatizzazione delle procedure da tempo. Meno carta, digitale, velocità. Come dargli torto. Poi però nell’ultima legge finanziaria ha previsto una riduzione degli investimenti pubblici in informatica del 50% in tre anni. Perché l’uomo ha una vision ma anche capacità manageriali: a New York c’andremo tutti con cinquemila euro. E se i dipendenti non si adeguano li licenzieremo, o meglio li faremo condannare tutti per omissione di atti d’ufficio. Il loro ufficio è quello di fare miracoli. Che si adeguino.

I compiti a casa, la nemesi che ritorna

scuolaI compiti a casa non sono solo l’incubo degli studenti. Sono anche l’ossessione dei giovane papà, che nel fine settimana vorrebbe rilassarsi un po’, mettere il naso fuori casa, divertirsi, e invece se ne sta lì, accigliato, di fronte alla durissima poesia senza rime che occorrerà imparare questa volta, e che gli riempirà buona parte del week-end. Avete presente il momento in cui ti arriva una raccomandata verde, e il cuore sembra rallentare fino quasi ad arrestarsi mentre fai mente locale cercando di ricordare se e quando avresti potuto prendere una multa? Oppure quello in cui ti affrettavi nei corridoi del liceo cercando i famigerati “quadri”, l’esposizione al pubblico ludibrio di un anno di fatiche?

Ebbene, l’apertura il venerdì pomeriggio del diario del figlio provoca più o meno le stesse ansie e paure. Perché è vero che i compiti a casa sono principalmente un problema dello studente, ma è anche vero che, almeno nei primi anni delle elementari, nemmeno il conte Ugolino può fare finta di niente di fronte a un figlio che ripete Help! I need somebody. I compiti sono una cosa brutta. Lo erano per me quando ero uno studente, lo sono da papà. Poi per carità, ci sono cose brutte ma simpatiche, come vecchia la zia che ci portava le caramelle al latte, cose brutte e necessarie, come l’estrazione di un dente cariato. Resta il fatto che per il giovane papà rappresentano un morso feroce che una maestra dà a quella fettina sottile della sua vita che si chiama tempo libero. Poi, aggiungo, lungi da me ricoprire il ruolo di chi si schiera dalla parte dei figli contro gli insegnanti, perché mio figlio è bravo sono loro che, perché non è maleducato è solo molto vivace, perché cosa sarà mai dare fuoco alla scuola sono ragazzi su. Quella mentalità non mi appartiene. Si dice che i compiti a casa servono, io non sono un pedagogista, mi adeguo. Però però un pensiero perfido ogni tanto fa capolino. Perché lo so che i ragazzi sono tanti, non ci sono abbastanza risorse per gli insegnanti di sostegno, quello di insegnante è un lavoro troppo poco retribuito e riconosciuto. Però però l’impressione è che nel week-end, talvolta, si debbano recuperare dei ritardi accumulati nei primi cinque giorni di scuola ogni tanto viene. Sbagliata, sicuramente. Maligna, di certo.

Però però, cari insegnanti, cosa pensereste se il gestore di un ristorante ad un certo punto vi dicesse: mi dispiace ma frutta e dessert ve la mangiate a casa perché non ho avuto il tempo di occuparmene? E se il gommista vi cambiasse tre ruote, che tanto la quarta troverete il tempo di cambiarvela da soli il sabato pomeriggio? Non sono bei momenti, perché a nessuno piace fare il lavoro per cui sono pagati altri. Adesso vado, che altrimenti non finiamo nemmeno per domenica sera.

Il passeggino

Chi ha letto il mio romanzo “Ballata in sud minore” sa quanto sia portato a legarmi ad oggetti che mi aiutano a ricordare. Ma certo tutto non si può conservare, arriva il momento in cui occorre fare spazio. E così anche per noi è arrivato il momento di liberarci dei passeggini.
Il primo era un autentico fuoristrada, possente e carrozzato, in grado di garantire ogni confort al pargolo (chiusura ermetica contro la pioggia, imbottitura, ampie possibilità di movimento, cinture di sicurezza da caccia bombardiere, spazio per giocattoli, biberon e quant’altro). Il classico passeggino della giovane coppia che non bada a spese per la primogenita. Ma che soprattutto non valuta il peso di quel piccolo trattore destinato a comprimere più di qualche vertebra del genitore beato.
Dopo 7 anni di uso, non credo di aver compreso appieno la meccanica di quell’aggeggio. Fino all’ultimo ho sbagliato leva per cui costringevo le mie figlie a crollare all’indietro quanto l’obiettivo era solo bloccare le ruote, per non parlare di tutte le volte che disperato l’ho infilato nel portabagagli ancora aperto, vinto dalla sua tenacia nel rifiutare ogni mio tentativo di chiusura. Ne abbiamo passate tante, con quel passeggino. Come quel giorno che la postina in moto mi fece segno con la mano, mentre buttavo la spazzatura, per indicarmi  che la pargoletta anziché attendere trenta secondi buona era riuscita smuoverlo. Breve corsa sul marciapiedi per recuperarlo, con successivo capitombolo della piccola peste. Niente di grave, per carità, ma per lo spavento mi feci tre camomille di fila prima che la tachicardia mi desse tpassegginoregua. Ne ha fatti di chilometri, il piccolo suv, godendosi i momenti di celebrità, come la prima volta che è apparso dai nonni portando in sé il piccolo tesoro eccitato, oppure alla presentazione di “Bologna l’oscura“, in fondo alla sala, consapevole di attrarre l’uditorio molto più dello scrittore, grazie anche ai mugolii ruffiani del passeggero. Un po’ mi mancherà l’abitudine a guardarlo con la coda dell’occhio, parcheggiato sornione dietro l’albero al parco mentre aiuto mia figlia ad arrampicarsi sullo scivolo, e mi mancherà anche il suo capiente fondale capace di trasportare libri, giochi, ombrelli, biscotti, cambi, insomma il minimo indispensabile per chi esce di casa con un bimbo che ha meno di tre anni.

Il secondo passeggino mi catturò un pomeriggio che facevo la spesa in un centro commerciale. Era incredibilmente sexy, così slanciato, leggero, esile eppure resistente. Fu amore a prima vista. L’immagine rassicurante di un personaggio disneyano l’avrebbe fatto ben volere anche alle passeggere, mentre io di quel passeggino amavo la semplicità. Niente imbottitura, una copertura appena accennata, niente fronzoli, solo muscoli scattanti e rapidità. Un passeggino capace di chiudersi in pochi secondi e di entrare persino nel minuscolo bagagliaio di una utilitaria a metano. Ricordo ancora la prima volta che portai tutte e due le bimbe in centro, lo sguardo commosso della gente che ci vedeva salire in autobus, guardate quel papà con le due bimbe, che caro, e dire che non è nemmeno tanto giovane… Lo chiudevo e lo mettevo sotto braccio mentre con le mani tenevo ben salde le due eredi. Io, il passeggino e le bimbe abbiamo formato un quartetto vincente. Siamo stati più volte in centro, ai giardini Margherita, ma anche in vacanza, sulla spiaggia, in pineta, al teatro. Nulla sembrava in grado di fermarci. Liberi e leggeri come un diciottenne al suo primo inter-rail. Certo qualche grana me l’ha procurata anche lui, soprattutto  perché aveva solo due modalità di guida, con le ruote libere di girare o bloccate, ma le alternava gaudente senza alcun preavviso.

I nostri due fedeli segugi, per sette anni il primo, quattro il secondo, ci hanno aspettato, ogni mattina, in fondo alle scale, pronti per scorrazzare le bimbe al nido e riportarle a casa, per la domenica dagli zii e le passeggiate al parco, per correre mentre le risate del passeggero incitavano “più veoce, più veoce”, o trasformarsi in piccoli giacigli nelle serate più lunghe. Ma le bimbe sono cresciute e l’amministratore di condominio ci ha ricordato una volta di più che la loro occupazione del pianerottolo era abusiva.

E così i passeggini se ne sono andati, a ricordarci, una volta di più, che siamo di passaggio anche noi.

 

Lei, lei e me

altalena– Papà, papà do andiamo?
– È domenica… Zzz… Da nessuna parte
– Andiamo a nido?
– No Serena… È chiuso il nido…zzz
– Ah. Alloa do andiamo? Andiamo a nonna?
– No, restiamo qui a casa (sgrunt…)
– Ah.
– (…)
– Papà, papà, ma do andiamo? Metto e cappe?
#?sesoloavesserolostandby

****
– Papà, papà, andiamo a vederlo al cinema?
– Eh, dipende… Se prendi parecchi “bravissima” ci andiamo
– Ma guarda che non è che posso prendere dei “bravissima” così, quando voglio. Al limite possiamo fare che ci andiamo se non prendo più nemmeno una nota. Che dici?
#farapiustradadime

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Questa non è una principessa, è una fatina, vedi? Ha le ali.
– Ah. Peò novvola.
– Perché dici che non vola? Ha le ali…
– Novvola pecché è un gioccatolo.
#nonfaunapiega

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– Dammi a cannuccia!
– Prenditela tu, non sono mica la tua serva. Oppure chiedila a papà.
##?incimaallagerarchia?

Ma papà quando ti toii quella butta babbaccia? ?
#littleimageconsultant

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– Ma papà hanno fatto una statua per un signore povero?
– Perché dici questo?
– Guarda là, sta chiedendo i soldi con il cappello…
#piazzaminghetti

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– Papà, papà, no ho niente nella mano!
– E nemmeno io, eh papà?
#excusationonpetita

Frankie viene a casa con me

vitaminiSono 120 euro e 27 centesimi.Vuole lo sconto punti?

– Nessuno sconto punti.

– Le scarico il ristorno?

– Il ristorno resta dov’è, grazie.

– Uh…va bene. Però devo toglierle 50 centesimi di sconto sul dentifricio, fanno..

– Pago i 120 euro, lei non toglie niente, mi stampi lo scontrino. Pago i 120 euro, mi servono quei dannatissimi 6 bollini per portarmi a casa Frankie Fico quindi lei stampa lo scontrino e va bene così. La commessa, colpita da quel papà esaurito che aveva fatto la spesa mancando solo di 27 centesimi in eccesso l’obiettivo, regalò altri 6 bollini. Di questo passo presto anche Bob Broccolo sarebbe stato arruolato