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Manifesto in difesa della famiglia tradizionale

Presepe del Borgo "La Scola"
Il bellissimo presepe del Borgo La Scola, in cui Giuseppe ha in braccio Gesù

Stiamo perdendo i nostri valori, le tradizioni che hanno portato all’evoluzione della civiltà occidentale, in nome di una pretesa di progresso senza fondamento alcuno. È ora di dichiararlo, è ora di proclamare il nostro doveroso diritto alla conservazione delle idee in cui crediamo. Ci chiameranno reazionari, con il loro gne gne gne sghignazzante di pericolosi e perversi sovvertitori? Ci diranno che apparteniamo al passato, mangiando avocado e sorseggiando la loro nefasta birra analcolica in boccali di plastica riciclata? Lo facciano pure, noi proseguiremo a testa alta nel nostro manifesto in difesa della sacra famiglia tradizionale, fino alla vittoria finale.

Noi crediamo nella famiglia composta da spaghetto, guanciale, uovo e formaggio pecorino. Non siamo tutti uguali, è vero, per questo possono esserci anche famiglie con una componente minoritaria di parmigiano; ma da qui a tollerare l’imbastardimento del nucleo, con elementi protetti dalle lobby finanziarie che vorrebbero inserirci la pancetta!, misericordia, ce ne vuole.

Noi crediamo nelle coppie di calzini blu, neri, grigi. Abbiamo assistito all’indecente spettacolo di giovani perversi che reputavano di risultare divertenti perché indossavano spavaldamente calzini spaiati. Purtroppo la ricerca scientifica non ha ancora trovato una cura contro uno dei mali di questo secolo, il daltonismo, e manifestiamo la nostra vicinanza nei confronti dei familiari delle persone ammalate. Tuttavia il loro disordine non può diventare uno stile di vita: i daltonici si facciano supportare da assistenti sociali o imparino a indossare calzini con ricami che li rendano riconoscibili, purché si fermi questa deriva di depravazione. Tralasciamo qui ogni superficiale commento sulla tragedia contemporanea dei calzini bianchi, magari anche corti, introdotti sul mercato con l’unico evidente intento di traviare le giovani generazioni e portarle in una via fatta di stravaganze, eccessi e in ultimo morte solitaria.

Noi crediamo nella famiglia tradizionale composta da chitarra, batteria, chitarra basso e voce. Bene la seconda chitarra, una solista e una ritmica, è così che deve andare. Perché è solo intorno a questo gruppo originale, intorno a queste solide basi che si può allargare la famiglia con tastiere, fiati, percussioni, violini e cornamusa. Famiglie composte da chitarrista e batterie elettroniche? L’onanismo elevato ad arte. Tastiere che si accompagnano a chitarra? In chiesa forse, non sul palco. Ci sembra assurdo dover anche solo specificare questi principi. Ma davvero pensiamo sia tollerabile l’impudicizia di un mondo non dico senza doppia cassa, ma addirittura senza batteria alcuna? Tanto vale a questo punto lasciare ai nostri figli una base registrata reggaeton su cui uno sfigato sproloquia con rime da filastrocca di terza elementare e pretende di chiamarla canzone. Neanche a Sodoma e Gomorra ascoltavano il trap, neanche laggiù.

Invece no.

Siate maledetti voi, che mettete l’ananas sulla pizza invocando la libertà individuale, voi che fate i risvoltini ai pantaloni in nome del libero arbitrio, voi che allungate il vino con l’acqua frizzante così è più gradevole. Su di voi scenda il nostro anatema: siamo pronti a tutto per difendere i nostri valori.

PS Per quanto riguarda le famiglie di persone, non ci importa assolutamente nulla della loro composizione, a patto che ci sia amore, rispetto e libertà tra ciascuno dei componenti.

La nostra Sacra famiglia per eccellenza è composta da una madre vergine, un compagno che si rassegna al matrimonio riparatore solo dopo fenomeni di insonnia ansiosa e un figlio generato non creato, che infatti, pur essendo nato in Palestina, è biondo con gli occhi azzurri. Per dire.
E sono pure ebrei e migranti.

Buon Natale.

Cercasi bambinello

Quell’anno i presepi erano ovunque, non solo nelle chiese, ma anche nelle scuole, nelle strade, nei municipi. L’ordine del ministro delle Interiora era stato perentorio, tra l’altro, e arrivato tra un messaggio in cui si complimentava con le forze dell’ordine per aver arrestato un criminale e uno in cui si complimentava con un criminale per essere allegramente in giro alla faccia delle forze dell’ordine.

I presepi dovevano essere allestiti in ogni luogo, e al passo con i tempi. Al posto dell’Angelo, accusato di insopportabile buonismo, un disoccupato nullafacente cantava gloria al ministro di cittadinanza: non era stato facile convincerlo, ma alla fine, dopo aver spostato il divano direttamente sul tetto della capanna, si era adeguato a quel trasfworerimento, anche perché da lassù le partite via satellite si prendevano anche meglio.

I pastori erano stati allontanati dagli animalisti per scarsa attenzione al benessere animale, e sostituiti da una sfilata di dolcissimi chihuahua con cappottini scamosciati, accompagnati dai loro dog-sitter con ai piedi eleganti Vuitton in pelle di coccodrillo prêt-à-porter che raccolsero migliaia di like. Figurarsi se era stato possibile far avvicinare i Re Magi, abbiamo già dato, gli aveva gridato il ministro, che dopo aver sottratto loro oro e incenso li aveva ricacciati a Malta. Nessuno sa cosa accadde della mirra ma si sospetta che sia stata requisita dai social manager del ministro: la proposero infatti come condimento per i tortellini, visto che i sondaggi sul ragù erano andati così così.

Ovviamente nel presepe non c’erano più né falegname né lavandaia, andati in pensione anzitempo, sostituiti da un astrofisico e da una immunologa che erano però durati poco: cacciati a furor di popolo perché troppo presuntuosi con tutti quegli studi fatti e prontamente rimpiazzati da un venditore di fiale omeopatiche che aveva fatto le scuole medie (più che sufficienti) e un fisioterapista che aveva imparato su Youtube il mestiere; di lui oltre tutto si diceva su Instagram fosse davvero molto bravo.

Tutto era pronto per il grande momento, gli attori che interpretavano Giuseppe e Maria erano stati scelti e acclamati dopo un televoto, ma del bambino non c’era traccia. Vabbe’, portatene un’altro, gridarono i viceministranti. Niente. Improvvisamente ci si guardò intorno e ci rese conto che c’erano solo vecchi rancorosi e sonnolenti cinquantenni con il telecomando in mano. Gli ultimi due giovani visti in giro erano stati l’astrofisico e l’immunologa scappati in Germania, e nessuno aveva pensato ai bambini.

Sicuramente è stata la manina dei maledetti burocratici del ministero, gridò un viceministrante, cui però nessuno dava più di tanto retta. Le voci cominciarono a correre, non si trova Gesù Bambino, non facciamo più bambini, dove sarà finito, sta a vedere che c’aveva ragione il Papa e Famiglia Cristiana, macché, l’ho letto su Internet, non può essere, ci sarà un’altra soluzione.

No, sentenziò il ministro dell’Interiora.

La colpa è dei migranti.

Urla di giubilo, fuochi d’artificio e spumante per tutti, c’era di nuovo un colpevole, il nullafacente tornò sul suo divano, il venditore di fiale propose un nuovo rimedio con gocce di lavanda e limoncello, tutti si abbracciarono felici.
A quel punto una luce dall’alto illuminò a giorno i campi circostanti, e una voce proclamò:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

Fu solo un attimo di distrazione, perché proprio in quel momento partì il trenino guidato dai viceministranti e la follà poté gustare il vero spirito natalizio cantando in coro A, E, I, O, U, Ipsylon,fio maravelha, nos gosamos de voçé, fio maravelha, Brigitte Bardot, Bardot Brigitte, beijou, beijou, eh!, meu amigo Charlie…

Chissà, forse in quel trenino c’è persino qualcuno di voi, molto davanti, perché si sa, prima gli italiani. A lui e a tutti gli altri, buon Natale. Se abbassate un po’ il volume del disco samba, forse tornerete anche voi a sentire una voce dal Cielo.

Buon Natale, italiani

Il messaggio quell’anno era stato forte e chiaro, per gli allestitori del presepe: prima gli italiani! Difesa della lingua, delle tradizioni, dei costumi italici, ecco cosa ci si aspettava dal presepe e dai suoi partecipanti. Non siamo razzisti, eh, avevano detto gli organizzatori, solo che siamo stanchi di questa invasione subdola da parte di stranieri che se ne stanno negli hotel a cinque stelle, con 35 euro al giorno, mentre gli italiani non arrivano a permettersi l’abbonamento Netflix ad alta definizione.
E sia, si disse, prima gli italiani. Anzi, solo italiani. Mentre ancora si predisponevano le italianissime palme accanto agli abeti innevati, un gruppo di pecorelle cominciò a far confusione. E queste cosa ci fanno qui, così allo sbando? Dove sono i pastori? – gridò il direttore. L’assistente mortificato gli si avvicinò e spiegò che il pastore italiano si era messo in malattia e non sarebbe rientrato prima del 7 gennaio. Pare soffrisse di stati d’ansia. L’avevano visto allo stadio, ma aveva fatto inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno dal suo sindacato in cui si affermava che seguire il calcio serviva per curare la sua patologia, e si minacciava una denuncia per mobbing se solo avessero osato contraddirlo. E va bene, portate via queste pecore, disse il direttore, quest’anno avremo solo il bue e l’asinello come animali. Mi dispiace, direttore, mormorò l’assistente, a dire il vero il bue era seguito da un allevatore indiano. Sono gli unici ormai che stanno dietro ai bovini. L’abbiamo dovuto licenziare, e si è portato anche il bue.

La faccenda si andava ingarbugliando. Il direttore scosse il capo, e chiese che al falegname fosse ordinata una sagoma di bue in legno. In nero, ovviamente, che farsi fare fatturare un lavoro da quell’artigiano era più difficile che appendere la stella cadente alla grotta.
Niente da fare, direttore, sentenziò l’assistente. Il falegname italiano è diventato un interior designer, sostiene che il contatto diretto con la materia mortifica la sua predisposizione artistica. Se vuole potrà farci uno schema 3d del bue di legno e poi ce lo farà spedire da una manifattura che lo realizzerà in Cina. No! Sbraitò il direttore. Prima gli italiani. E sia, niente sagoma e niente falegname, quest’anno.

Almeno le lavandaie ce le abbiamo? No, signore, hanno detto che la figura era sessista e screditava il ruolo essenziale delle donne nella società odierna. Va bene, non faranno le lavandaie, le faremo fare qualcos’altro. Sarte? Sciovinista. Angeli? Sessuofobico. Suonatrici di zampogna? Erotomane. Il direttore era ormai in preda ad una crisi isterica. I re Magi, vogliono fare i re Magi? Le Regine Magi è adeguato per loro? Sarebbe adeguato, direttore, se non fosse che la notte di Natale devono badare ai loro genitori. Sa, abbiamo dovuto licenziare le badanti ucraine.
Il direttore tirò un lungo sospiro. La donna con il bambino alla fontana non c’era, perché non aveva trovato una babysitter. Provò a chiamare un nome che gli fornì un’agenzia per l’impiego, ma gli rispose il padre, che affermò che sì, il figlio era disoccupato, ed era pure italiano, ma non voleva essere disturbato prima delle undici di mattina, per cui il direttore avrebbe dovuto riferire a lui che si sarebbe poi occupato di avvisare il figlio al suo risveglio.

I muratori? Abbiamo i muratori? Nossignore, sono tutti rumeni. Abbiamo proposto un “Prima i comunitari”, per tenerli dentro, ma l’idea è stata bocciata. Però c’è un architetto, se vuole, si è laureato a Urbino con sei anni fuori corso ma possiamo fargli reggere un faretto, volendo. Abbiamo in compenso il pastore che dorme. Si tratta di un impiegato italianissimo assunto come usciere al ministero, a trent’anni, con chiamata diretta dal collocamento perché figlio unico e andato in pensione a quarantanove anni come dirigente, con una pensione triplicata. Dovrebbe vederlo dormire, signore, è veramente uno spettacolo. Solo vuole essere pagato in anticipo e vorrebbe che impiegassimo anche il figlio. Possibile che non ci sono italiani validi per questo presepe, domandò il direttore guardando in cielo. Ce ne sono in Francia e negli Stati Uniti, propose l’assistente, ma si zittì subito.
Basta, rinuncio, sbraitò tristemente il direttore, osservando che i due giocatori di carte al tavolino avevano sostiuito il mazzo con una playstation e due visori 3d. Quest’anno niente presepe. Non c’è neanche la sacra famiglia!
Mi dispiace, direttore. Non abbiamo potuto farli entrare, sono rimasti bloccati nel centro di accoglienza. Non è che possiamo accoglierli tutti: sono profughi, ricorda? Li aiuteremo a casa loro, mandando un biglietto di auguri a Nazareth.
L’assistente guadagnò l’uscita. Prima di allontanarsi e spegnere le luci, il direttore avvertì un tonfo sordo. Cercò di comprenderne l’origine e si accorse che a emetterlo era stato un asino, che picchiava la testa contro la sua ombra.
Si avvicinò alla bestia, cercando di calmarlo. Lo scrutò, cercando di capire perché si comportasse così.
“Prima gli italiani!” gridò il somaro.

Buon Natale.

Il balcone di fronte

Era abituata a far scorrere quasi completamente le tapparelle prima di andare a dormire. Non sopportava le luci che violavano il suo isolamento persino d’estate, quando un po’ d’aria fresca le avrebbe fatto bene, figuriamoci l’inverno. In questo periodo, se solo dimenticava di chiudere la tenda, si ritrovava in camera uno sgradevole effetto discoteca generato dall’anziano dirimpettaio, un signore in cardigan, loquace, che in più di una circostanza aveva rischiato di farla arrivare tardi in ufficio con le sue chiacchiere. Il vecchietto, con cura disarmante, ogni anno infatti addobbava il balcone con lucine natalizie colorate che esplodevano di colori a intermittenza, le uniche in quel quartiere di single e famiglie senza figli.
Per evitare di incrociarlo al mattino, quando lo vedeva uscire con il suo ridicolo cagnolino e il suo guinzaglio elastico, aveva addirittura imparato a parcheggiare una decina di metri più in là e pazienza se muoversi agilmente con il suo tacco 10 non era proprio quello che desiderava di più nelle ore più fredde del mattino.
Ogni sera, rientrata da casa, si era abituata a osservare quelle lucine frenetiche che rimbalzavano sui mobili della sua camera, prima di chiudere le tapparelle trattenendo uno sbuffo. Quella sera, mentre toglieva il tailleur e svuotava il trolley dopo un faticoso viaggio di lavoro, si rese conto che la stanza era più tranquilla del solito. Nessun riflesso, nessun bagliore. Si è arreso anche lui alla logica stringente dell’Enel, pensò mentre metteva a bollire l’acqua per la tisana. Incuriosita, si affacciò in balcone, e si accorse che qualcuno aveva rimosso le lucine. Non solo. Anche le piantine erano scomparse dal mobile di legno sul balconcino. Mise un paio di scarpe da ginnastica e scese di fretta le scale senza nemmeno preoccuparsi del viso mezzo struccato. L’appartamento sembrava deserto.
Che scema che sono, sarà in viaggio, sarà andato a trovare qualcuno per Natale, pensò rientrando in casa di corsa, per spegnere il gas in tempo. La mattina dopo ne ebbe conferma, quando vide il cartello vendesi che un solerte agente immobiliare aveva affisso sulla finestra che dava sul balcone. E si sarebbe avviata tranquillamente ad un’altra intensa giornata di lavoro, preoccupata solo di non smagliare le calze e non rovinarsi le unghie dopo una costosa seduta di manicure, se con la coda dell’occhio non avesse intravisto una signora con gli occhi arrossati e un fazzoletto in mano che allungava ad una coppia mai vista in zona il guinzaglio elastico e il buffo cagnolino, che stavolta, tutto a un tratto, non la faceva ridere più. Se i colpi di coda sono problematici, i colpi di coda dell’occhio a volte ti stendono.

E allora per questo Natale auguro a tutti di trovare qualcuno di fronte che illumini le vostre giornate, che vi metta buon umore, che vi ricordi che esserci è già una festa.
Non ha importanza che questo qualcuno sia un compagno, un figlio, un genitore. Può essere chiunque. Un amico lontano che ci manda un biglietto d’auguri. Un collega che con il suo sorriso ci rende meno pesante il lavoro quotidiano. Il vicino di casa che ci innaffia i fiori quando siamo via.
Perché non importa che sia una terrazza o un attico, una finestrella o una veranda.
Quello che conta è la luce, e il riflesso sul nostro sorriso.
Buon Natale

Presepi nelle Grotte – Terza edizione a Statte

Oltre sei mesi di lavoro, ore sottratte al tempo libero e al sonno per dedicarsi ad una passione da tramandarsi di padre in figlio. Disegni, progetti, esperimenti, modifiche, ma alla fine la soddisfazione è tanta: a Statte (Taranto) si conferma il successo della manifestazione “Presepi nelle Grotte” organizzata dall’associazione “Vivere Betlemme”.

Sono 6 i locali nel centro storico di Statte, le “Grotte” appunto così chiamate perché alcune abitazioni sono state ricavate nei secoli direttamente nella roccia, che ospitano i presepi realizzati per questa occasione. Presepi in larga parte nuovi di zecca, perché la tradizione vuole che ogni anno si elabori una nuova interpretazione della natività, secondo i due stili più diffusi: la natività palestinese, che si sforza di ricostruire un contesto storico realistico quanto più verosimile rispetto alla nascita di Gesù, e la natività popolare, che invece presenta personaggi e ambienti tipici della tradizione contadina che difficilmente sarebbe stato possibile rinvenire a Betlemme nell’anno zero.

L’associazione “Vivere Betlemme” raccoglie otto maestri di questa antica arte: Pino Damasi, Filippo Provenzano, Mimino Marzii, Fabio Modeo, Piero Cecere, Domenico Rossano, Sergio Moscagiuri, Emanuele Lucarelli.

 

Babbo Natale non molla mai

babbonataleCome ogni anno con l’approssimarsi delle festività il quartiere si vestiva a festa per celebrare nel migliore dei modi il Natale. Sulle porte apparivano coroncine colorate di fiori e nastri, dalle finestre rilucevano candele e piccoli alberi addobbati, sui balconi apparivano festoni, babbi natale e luci varie.
Il vecchio Babbo Natale di stoffa e plastica ne aveva viste tante, di festività natalizie. A dire il vero da guardare per lui c’era poco, visto che se ne stava puntualmente di spalle a fingere l’arrampicata presso il tubo di scarico dell’acqua pluviale, ma era sempre contento dei bambini che lo indicavano ridacchianti, sempre meno ingenui però e sempre più disattenti. Ormai il suo rosso era diventato un grigio sbilenco a causa della polvere che gli si era accumulata addosso e il sacco sulla schiena era scucito in più punti, ma lui testardamente affrontava quella scalata immaginaria a cui veniva chiamato ogni dicembre.
Quell’anno però l’attenzione dei bambini era contesa da nuove attrazioni. Una nuova spettacolare serie di luci led si avvinghiava al balcone con un set di giochi di luce intermittenti, a ritmo di rock, di salsa cubana e persino di musica italiana (quest’ultima facile da individuare: acceso, spento, acceso, spento). Le lucine lo guardavano dall’alto in basso mormorando a bassa voce che era ora di rimuoverlo, era ormai superato e doveva farsi da parte perché faceva fare loro brutta figura.
Come se non bastasse questa umiliazione, da pochi giorni sulla veranda di fronte era apparsa una nuova figura: un enorme, gigantesco pupazzo di neve, alto più di due metri, che si gonfiava grazie ad una pompa interna che gli permetteva persino di muovere le braccia mentre la sciarpa svolazzava intorno. In poche ore tutti i bambini della zona vennero a osservare l’ultimo increbile ritrovato della tecnologia, fresco, giovane, al passo con i tempi e prodotto dagli indefessi elfi del distretto industriale del Guandong. Il pupazzo non perdeva occasione di dileggiare apertamente il Babbo Natale, che se ne rimaneva immobile mentre l’omone continuava a ripetere “rottamatelo! Rottamatelo, è l’Europa che ce lo chiede”.
Pochi giorni prima del Natale, però, una perturbazione si annunciò con fulmini, tuoni e temporali. Un lampo colpì l’alternatore delle lucette led mandandolo in cortocircuito. Il finto pupazzo di neve sulle prime resse bene il colpo dell’acquazzone, ma poi il suo braccio agitandosi andò a infilzarsi contro il rametto di una pianta rimasta in veranda. In pochi istanti il pupazzo si sgonfiò, e di lui rimase solo una sagoma bianca per terra.
Il vecchio Babbo Natale resse ai fulmini, al vento e addirittura la pioggia portà via un po’ di quella polvere che aveva addosso. Quando il giorno dopo tornò a splendere il sole, le maldicenze delle lucine led finirono nel bidone dei rifiuti speciali, mentre del pallone gonfiato rimase solo la pompa che servì a scaldare la veranda. Il Babbo Natale di stoffa e plastica era ancora lì, tornato rosso, con le sue scuciture e la sua improbabile scalata sullo scarico che l’avrebbe impegnato fino alla festa dell’Epifania almeno.

Cari amici, se intorno a voci ci sono lucine led e palloni gonfiati che vi fanno sentire un vecchio inutile pezzo di stoffa, non dategli retta. Verrà la pioggia e tornerà il sole, e vorrei sarete ancora lì, nella vostra scalata impossibile, alla faccia loro e delle loro chiacchiere.
Perché sarete anche dei babbi natale, ma Babbo Natale non molla mai.

Auguri.