It wasn’t me!

Chi come il sottoscritto adora le avventure dei Simpsons avrà riconosciuto senz’altro la citazione: non sono stato io!, infatti, è l’espressione più frequentemente usata da Bart Simpson, il figlio maggiore scapestrato e discolo del cartoon americano. Colto sempre con le mani nel sacco, di fronte anche all’evidenza più indiscutibile, il piccolo eroe ha sempre la straordinaria faccia tosta e il sorriso angelico per dire “non sono stato io”. Le scenette in cui è coinvolto fanno sorridere anziché irritare perché alla fine i guai combinati da Bart non sono (quasi) mai irreparabili, perché si tratta di un bambino che in quanto tale più che essere un bugiardo ha una visione molto selettiva della realtà, perché alla fine Bart si pente e ammette le sue malefatte alle persone a cui vuole bene.
Se a dire “Non sono stato io”è un bambino di undici anni, anche se la sua colpa è evidente, occorre lavorare sul piano formativo, educarlo, incoraggiarlo alla verità. Senza fare tragedie. Ma se a dire “non sono stato io” è l’esercito della più grande potenza del pianeta che dopo aver trivellato di colpi un’autovettura e aver ucciso uno dei passeggeri, quel Nicola Calipari che stava compiendo eroicamente il suo dovere, se di fronte ad una realtà innegabile questo esercito inventa dei giri di parole che, alla fine, stringi stringi, lo scagionano da ogni colpa, cosa si può fare? Educarlo? Formarlo? Non credo sia così facile. Forse, però, se lo lasciamo solo, capirà che non si mente agli amici. Lo capirebbe anche un bambino di undici anni…

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