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Un solo giorno di ferie

Ogni anno la stessa storia.

Le ferie più lunghe erano assegnate ai pastorelli, in virtù della loro forte rappresentanza sindacale. Si piazzavano lì dall’8 dicembre, in alcuni casi addirittura da novembre. Immancabili, sempre presenti. Fosse l’ambientazione mediorientale con cammelli e dromedari, oppure alpina con montagne innevate, loro c’erano.

La presenza del dormiglione era già meno scontata, come quella della donna che vendeva la frutta. Gli artigiani, fossero falegnami o fabbri, nel presepe c’erano, ma non volevano dare nell’occhio: lavoravano in nero per integrare le entrate. Gli altri il cui piano ferie era assicurato erano ovviamente Giuseppe e Maria, e lì che vuoi farci, quando uno c’ha i santi in Paradiso, anzi, quando uno è un santo in Paradiso, c’è poco da discutere.

Per loro, da sempre, un giorno. Uno solo. L’ultimo. Quando già i primi cominciavano a sbaraccare, quando ormai in giro c’era quell’aria da ultimo pomeriggio di fiera, da sconto sulle rimanenze. Dopo giorni in cui erano nascosti in un cassetto o, nei casi più fortunati, appesi sulla cima di una vetta lontana, arrivavano carichi di cemento, bitume e calce, pronti per essere rimossi senza troppe cerimonie.

Non era giusto, si dissero Appasilarco, Genoveffo e Polistotele, i tre re magi.

Si rivolsero all’angelo in cima alla capanna: avevano diritto anche loro a qualche giorno in più. Minacciarono lo sciopero, organizzarono una protesta. Erano pronti a bloccare la strada di accesso alla capanna, e persino di sabotare il fiume di carta stagnola. La negoziazione fu lunga. L’angelo spiegò che qualche bambino teneva il presepe anche dopo l’Epifania, specie se c’era un ponte: potevano godersi quei giorni. I re magi non erano convinti. L’angelo rilanciò: potevano avere i buoni pasto anche per i giorni i cui erano presenti solo da remoto. I re magi non erano convinti. Alla fine si raggiunse un compromesso: il giorno di gloria rimaneva uno, ma anziché portare al Redentore materiale edilizio, avrebbero portato oro, incenso e diamanti.

Polistotele rifiutò di firmare il nuovo contratto, e si mormora che per ritorsione gli fu assegnata la mirra.

Alla fine i tre furono soddisfatti, si accontentarono e anzi rivendicarono l’accordo come grande successo sindacale e si prepararono all’unico giorno di festa. L’angelo suggerì loro di usare cambiare i nomi, per evitare che qualcuno ai piani superiori avesse da ridire e potesse rintracciarli. Era anche un’occasione per trovare dei nomi più gradevoli, in fondo.

Scelsero Gaspare, Melchiorre e Baldassare.
Il successo fu tale che, su suggerimento dell’angelo, nel Vangelo fu deciso di non riportarli.

Natale a pedali

Come ogni anno, la sera del 24 dicembre la magica slitta trainata da otto renne aveva intrapreso il suo viaggio librandosi nel cielo stellato nel silenzio della notte, dal cuore del Polo Nord.

La grande fabbrica aveva creato giocattoli e regali per ogni bambino e bambina, caricati sul mezzo volante del vecchio barbuto in abito rosso e bianco. Seguendo le consuetudini era partito dalle isole del Pacifico, si era spostato verso l’Asia attraversando deserti, montagne e oceani, capanne e grattacieli, senza mai perdere il ritmo.

Era ormai il turno dell’Europa, aveva superato in scioltezza Big Ben e Torre Eiffel e si dirigeva a sud, quando fu sorpreso da una apparizione che lo costrinse a frenare.

– Che ci fai qui? Mancano due settimane alla tua festa!

– Ciao Nikki, sono qui per aiutarti. Non so se hai notato ma stai per raggiungere Bologna.

Babbo Natale si affacciò per osservare la scena. Purtroppo il viaggio di quella notte magica era talmente rapido che non poteva certo apprezzare le città che visitava, ma non c’era dubbio: le due torri, piazza Maggiore, le code in tangenziale. Quella era senza dubbio la città felsinea.

– E allora?

– Allora, tanto per cominciare rallenta. Questa adesso è una città trenta, e sei già in contravvenzione.

– Trenta all’ora? Ma non riuscirò a consegnare tutti i regali a quella velocità! Le mie renne sono molto più veloci grazie alle loro polveri magiche.

– Nikky Nikky Nikky non parlare mai più di polveri magiche che ormai basta averne usate un po’ ad agosto perché ti ritirino la patente a novembre. Il problema è proprio che tu sei proprietario di un mezzo privato, e quindi non va bene. Devi usare una di quelle macchinuzze elettriche del Comune se vuoi che ti amino.

– Quali macchinuzze?

– Lascia perdere, tanto non si trovano mai. Ad ogni modo, non puoi usare le renne.

– Eh?

– Siamo a Bologna, sveglia! Gli animalisti ti bruceranno al posto del vecchione se continui così, qui ci tengono al benessere psico-fisico degli animali. Farsi trascinare da una renna è inconcepibile nella città più progressista d’Italia, rischi una denuncia. E poi, le renne sono femmine.

– Femmine? Ma se questa è Rudolph! E dietro ci sono Blitzen e Dasher.

– Può chiamarle anche Alfonso, Raimondo e Attila amore mio, se hanno le corna in questo periodo dell’anno sono femmine. Magari fluide, ma femmine.

– E allora? Ce le ho da millenni!

– Patriarcato, amico mio, patriarcato. Un maschio trascinato da femmine? Stiamo scherzando? A Bologna? Parcheggiale e vieni con me. Non preoccuparti, già a Casalecchio di Reno quest’incubo finirà. A Bologna no, a Bologna non si passa.

Solo allora Babbo Natale osservò meglio la Befana, e si rese conto che volava come al solito, ma non sulla scopa, ma su una bici.

– Che ne è stato della tua scopa, Befana?

– Non chiamarmi così, è body shaming. Adesso sono una persona in età avanzata con necessità di sostegno intensivo.

– A me sembra tu stia benissimo.

-Grazie, Genitore Uno Natale. Ad ogni modo, a Bologna se vedono una donna con una scopa gridano subito all’intollerabile subalternità del ruolo femminile. Devo adattarmi. Invece con una bici ti osannano. Puoi andare contro mano, sotto i portici, lasciarla dove ti pare. Prendine una anche a tu.

– Ho sopportato i dolcetti ipocalorici e la cioccolata vegana. Mi sono rassegnato all’assenza dei camini sostituti dalle pompe di calore, e vorrei vedere voi passare attraverso una pompa, ma anche la bici no, maledizione. Non si è mai visto Babbo Natale in bici.

– Non lo vedranno neanche quest’anno. Indossa questo cambio.

– Ma è fucsia!

–  Il rosso non piace più a Bologna. Persino il tram l’hanno scelto dorato. Appena sarà pronto, potresti consegnare i tuoi doni con il tram, in effetti.

– Il tram attraverserà tutta la città?

– No, solo i percorsi che interessano ai turisti. Aeroporto, stazione, fiera, Fico.

– E quando mai ai turisti è importato qualcosa di Fico?

La Befana non poté fare a meno di sorridere. Nonostante la pancia e la barba, il suo vecchio amico Nikki non era mai cambiato. Al contrario della città, purtroppo.

Superati con pazienza gli imprevisti, Babbo Natale riuscì a consegnare i suoi doni anche in quel complicato Natale 2024. I bambini bolognesi non sarebbero stati delusi.

Per fortuna la città successiva di stradario era Modena, e da quelle parti se vedevano un bolide rosso sfrecciare si emozionavano ancora.

Babbo Natale e il diritto di recesso

Per Babbo Natale si avvicinava un altro gennaio di duro lavoro. Com’erano lontani i tempi in cui, rientrato al Polo Nord dopo la notte del 25 dicembre, poteva godersi una meritata vacanza!

Caro Babbo Natale, la maglietta che mi hai portato non si abbina bene al colore dei miei capelli, ti chiedo di sostituirla al più presto con quella di cui ti mando una foto.

Caro Babbo, la tua auto radiocomandata ha un raggio di azione di pochi metri. La consegnerò ai tuoi elfi, ti prego di cambiarla con una con un radiocomando più potente.

Caro Babbo, l’abbonamento alla pay-tv dura solo sei mesi, io te ne avevo chiesti almeno 12. Mi mandi il codice per il rinnovo automatico?

Non c’erano solo il diritto di recesso e le richieste di reso. I bambini che gli scrivevano erano sempre meno numerosi, ma le richieste sempre più complesse da realizzare. C’era la ragazzina che voleva un documento allegato sottoscritto in cui Santa Claus dichiarava che nessun elfo con meno di 160 anni era stato impegnato nella produzione del giocattolo; quello che gli rimandava indietro il maglione di cachemire perché non voleva essere partecipe dello sfruttamento di poveri animali indifesi; quell’altro che si lamentava perché i giocatori del biliardino erano rossi e blu, mentre nessuno mostrava una etnia africana.

Per non parlare del numero crescente degli infortuni: l’anno precedente gli avevano sparato addosso quindici volte. Un vecchio rancoroso non solo non si era scusato, ma aveva ribadito che Babbo Natale non avrebbe preso una pallottola nel calcagno, se non avesse invaso la proprietà altrui. L’associazione patriottica Padroni In Proprietà Private Esclusive l’aveva diffidato dal ripresentarsi nel quartiere di villette a schiera che si distendevano tra magazzini e capannoni. Da quelle parti i forestieri erano tollerati solo se lavorano molto e parlavano poco! E quel vecchio con la slitta volante aveva tutta l’aria di essere il solito tassista, non del mare ma del cielo. Becero trafficante di esseri umani, chissà quanti clandestini nascondeva in quel sacco!

Oltre tutto non aveva completa disponibilità delle renne, perché doveva consegnarle alla Befana per il 6 gennaio. La commissione per le pari opportunità, infatti, gli aveva inflitto una multa pesante. L’uomo trainato da una slitta con le renne, e la donna in groppa a una scopa? Questo è patriarcato!

E meno male che le renne gliele avevano lasciate: una commissaria voleva sostituirle con un aeroplanino elettrico, più ecosostenibile.

Davvero valeva la pena continuare a donare, in un mondo in cui nove bambini non avevano latte e il decimo prima di bere controllava che le percentuali di lattosio non superassero i valori di soglia? Babbo Natale sospirò sconsolato. Non sempre comprendiamo il senso del viaggio, ma non per questo dobbiamo fermarci.

Prima di partire, però, controllò bene che il sacchettino in cui raccoglieva i bisognini delle renne fosse ben saldo. Gli sarebbe servito a concimare il Natale dell’associazione P.I.P.P.E (“Padroni In Proprietà Private Esclusive”) e magari anche a rassicurare con una prova fumante la commissaria ecologista, preoccupata per l’impronta climatica delle sue renne.

Buon Natale!

Godetevi questa vita, se non vi piace non ce la sostituiranno con un’altra.  

Babbo Natale è morto

Babbo Natale è morto.
La voce si diffuse rapidamente la mattina del 25 dicembre, tra incredulità e stupore. Furono i bambini neozelandesi i primi a dare l’allarme, quando svegliandosi si resero conto che sotto i loro alberi c’erano rimasti integri i biscotti della sera prima. Soprattutto non c’erano regali. A dire il vero, i primi in ordine di tempo furono i bambini samoani, ma visto che era già successo diverse volte che Babbo Natale si dimenticasse della loro isola sperduta in mezzo all’oceano, nessuno fece caso alle loro segnalazioni. Che fosse stato il covid? Eppure Babbo Natale si era vaccinato per tempo. Appunto, gridarono i cospirazionisti, l’avete avvelenato con il siero, avete iniettato il chip 5g nella testa del povero Santa Claus condannandolo a morte, assassini! Poi però un altro gruppo di no-qualcosa sbraitò che il 5g non si inietta ma si inala tramite le scie chimiche, altri ancora insultarono i gruppi precedenti perché non volevano aprire gli occhi di fronte all’unica verità, cioè che il 5g era nascosto negli organismi ogm delle multinazionali, e che l’unico modo per vivere in modo sano era quello di nutrirsi di bacche raccolte nel bosco e scaldarsi con gli escrementi degli animali. Qualcuno dall’Appennino gridò: ma se ne avete tanto, di 5g, perché non ne portate un po’ a noi? Va bene nel vaccino, nell’aria, nei biscotti, infilatecelo dove volete questo microchip ma fate qualcosa che qui prendono solo le schede Omnitel nei cellulari StarTAC degli anni Novanta e ormai comunichiamo con i segnali di fumo.

La Befana si annotò i nomi dei cospirazionisti: a causa della crisi energetica a gennaio non avrebbe trovato abbastanza carbone per tutti. Decise di partire alla ricerca del suo amico, doveva accertare la verità. Anche perché il loro accordo sindacale era chiaro, a lui il 25 dicembre e a lei il 6 gennaio, non poteva farsi carico di un doppio turno così, senza preavviso.

Inforcò l’euroscopa, quella più adatta per i viaggi lunghi specie nel periodo invernale, e si diresse senza indugio verso la casa di Babbo Natale. Strepitò tutto il viaggio contro quel vecchio e il suo insano stile di vita, troppi carboidrati, glielo aveva ricordato tante di quelle volte. Raggiunto il Polo Nord si accorse che nella foga non si era fermata in tempo e infatti le sembrava un po’ troppo freschino persino per gli elfi. Tornò indietro e, sospesa in cielo, osservò sotto di lei. I magazzini erano chiusi, ma tramite un’occhiata attraverso le finestre si comprendeva facilmente come fossero ancora stipati di regali. Che il vecchio avesse davvero tirato le cuoia prima di individuare un sostituto adeguato? Molto improbabile, non era mai accaduto, ma se per questo non era mai successo che si interrompesse il campionato di calcio per giocare il mondiale a dicembre nel deserto, e invece.

Le renne correvano in cerchio nella stalla fermandosi di tanto in tanto per masticare quella strana erba che la fata turchina aveva portato dal Sudamerica e regalato a Santa anni prima: metteva di buon umore gli animali. Gli elfi correvano avanti e indietro con le mani nei capelli e ripetendo presto che è tardi, presto che è tardi. Entrò nella abitazione, il cui portone era ancora aperto: nulla di strano all’interno. Pile di regali dappertutto, dolci ammucchiati un po’ ovunque, la stanza della corrispondenza piena di letterine… Ehi aspetta un momento, nella sala della corrispondenza c’erano pochissime lettere, qualche migliaio al massimo, di solito erano miliardi. Spinse la porta che separava la sala dallo studio di Babbo e lo trovò, chinò sul tavolo, un paio di cuffie appoggiate accanto. Esanime, ma vivo. Lo scosse con un paio di ceffoni ben assestati e gli chiese come mai non fosse in giro a distribuire regali.

– Lo farei – rispose Babbo – se solo avessi ricevuto le solite letterine come tutti gli anni.
– Ho visto infatti che ce ne sono pochine. Cosa è successo?

Babbo Natale nascose il viso nel cappello e cominciò a singhiozzare. – Vocali – spiegò – i bambini non scrivono più, mandano messaggi vocali. Ho cominciato settimane fa e ne ho trascritti sì e no un terzo. Tu lo sai quanto tempo si perde ad ascoltare un vocale?

La Befana lo sapeva eccome. L’estate prima, con voto unanime, avevano appunto arsa viva Melissa, una strega che ammorbava il loro gruppo con vocali lunghi decine di minuti. “Non potete immaginare cosa mi è capitato oggi”, cominciava. E giù minuti di monologo non richiesto. Prima o poi però c’era il rischio che si ripresentasse rediviva, la noiosa megera. La soluzione non parve convincere Babbo Natale.

– Non possiamo bruciare i bambini perché mandano i vocali.
– Una scottatina a igenitori da cui prendono esempio?
– Nemmeno.
– Eh ma che noioso che sei. Almeno velocizzali, no. La velocità si può raddoppiare. E poi fermati alle parole chiave, del resto chi se ne impippa.

Babbo Natale per poco non cadde dalla sedia quando scoprì quella novità. Quello cambiava tutto! Se solo l’avesse saputo prima… Certo per i paesi dell’estremo Oriente un recupero sarebbe comunque stato impossibile, ma magari con gli altri ce l’avrebbe fatta.

– Certo che ce la farai, Nicolino mio. Ma quest’anno avrai bisogno di esternalizzare la mansione se vuoi rispettare i tempi.
– Cosa?
– Non guardarmi così, mamma mia se sei vecchio. Hai ragione, i tuoi elfi non sono abbastanza veloci. Ma sulla terra ci sono questi omarelli in bici che lavorano tutti i giorni, anche a Natale, sotto la pioggia, costano anche poco e corrono tanto.
– Ma non è giusto! Sfruttare le persone non mi sembra un messaggio di pace.
– Eh figlio mio, l’unica pace che interessa a chi comanda oggi laggiù è quella fiscale, che vuol dire cancellare le multe e le tasse non pagate agli amici, figurati. Non è che siccome sei vestito in quel modo ti metti a fare il rivoluzionario, adesso. Dammi le password del computer che faccio tutto io. E non dirmi che le hai dimenticate di nuovo, te le ho fatte ricamare nel pigiama!

Babbo Natale dunque non era morto, fu la conclusione a cui si arrivò, ma si era solo svegliato tardi. Aveva perso tempo. Tutti ne perdiamo. Ma se non possiamo fare a meno di perdere tempo in fila alla posta o nel traffico del venerdì sera, salviamo almeno diverse ore di vita liberandoci dai vocali.

Per questo Natale, fai anche tu un gesto di buona volontà: brucia un amico che ti manda i vocali.

Natale ai tempi della pandemia

L’elfo rientrò nel suo ufficio, si guardò intorno e rimosse finalmente la mascherina che per il freddo gli si era attaccata al visto. C’era ancora un enorme mucchio di lettere da smaltire. Si morse un labbro e lasciò sospeso l’indice della mano destra sulla sfera di cristallo davanti a sé. La tentazione di accorciare le procedure d’ufficio fu forte. Perché non snellire una volta per tutte quella noiosa burocrazia? Perché non esaudire direttamente le richieste senza passare per lo scanner? In fondo, cosa potevano chiedere di male, quelle innocenti creature?

Sollevò lo sguardo e sulla bacheca, nascosta tra cartoline e biglietti d’auguri, si ricordò di quel ritaglio di giornale di qualche anno prima. Un suo predecessore aveva pensato bene di esaudire i bambini senza passare dal wish-checker. Il risultato fu che un bambino ricevette davvero quello che aveva richiesto, cioè una batteria di missili terra-aria. Per fortuna era un bambino cristiano sì, ma mediorientale, per cui nessuno fece più di tanto caso a un paio di aerei civili abbattuti e alla conseguente distruzione di diverse abitazioni. Fosse stato un bambino cubano o ucraino a richiedere quel regalo, avrebbe scatenato la terza guerra mondiale e sarebbe stato davvero imbarazzante per Babbo e i suoi.

L’elfo sbuffò, posò il dito e riaccese la sfera. La lettera da verificare era quella del figlio di un medico. Il suo papà aveva già fatto una ventina di volte il tampone, tornava da lavoro sfinito e spesso, quando temeva di essere infetto, non tornava per niente. Il bimbo si era fatto una idea di come risolvere il problema grazie ad Internet, sulla chat dei suoi compagni di classe, e chiedeva a Babbo Natale di far chiudere davvero tutto fino a quando la pandemia non si fosse placata.

Lo scanner mostrò gli effetti di quella scelta: dopo qualche settimana si sarebbero esaurite le scorte di cibo nei negozi di alimentari, sarebbe stata razionata l’acqua e l’energia elettrica, e dal sito loronontelodicono.it sarebbe partita una rivolta sfociata in una sanguinosa guerra civile. L’elfo mandò al bimbo una scatola di costruzioni.

La seconda lettera era quella della figlia di un ristoratore. Aveva visto il suo papà disperato piangere davanti ai conti, alle fatture da pagare e alla cassa sempre più vuota. Sapeva come risolvere quella situazione grazie ad Internet, lo spiegava bene un video di 15 secondi. Occorreva riaprire tutto, subito: e pazienza se qualche vecchio sarebbe morto, tanto moriamo tutti prima o poi. Non era neanche vero che quel virus fosse tanto grave.

L’elfo scosse la testa prevedendo già la reazione dello scanner: pandemia fuori controllo dopo poche settimane, ospedali che non potevano accogliere più pazienti, milioni di morti prima tra i vecchi, ma poi anche tra i meno vecchi che magari con gli ospedali chiusi passavano a miglior vita per una banale ferita non curata o per una indigestione. L’elfo si attivò per spedire una bambola, ma poi si ricordò del corso che aveva seguito sulla parità dei sessi e mandò anche a lei le costruzioni.

Per fortuna le altre letterine richiedevano cose più semplici, videogiochi, crediti google, abbonamenti alle pay-tv. Su queste ultime lo scanner ebbe da ridire qualcosa e qualche adolescente si ritrovò l’abbonamento a Disney Plus piuttosto che al sito a luci rosse che aveva chiesto, ma per il resto niente di che.

Poi arrivò la letterina che salvò la giornata faticosa all’elfo.
Anche in questo caso si trattava di una bambina (i maschi quando andava bene mandavano una lista o più facilmente un disegno, la scarsa alfabetizzazione mondiale stava diventando una minaccia anche per il lavoro degli elfi). La piccola chiedeva che per almeno un paio di giorni i genitori e i fratelli maggiori tornassero a guardarsi in faccia e a parlare tra di loro, anziché vivere perennemente una realtà mediata da uno schermo. Chiedeva di passare un pomeriggio a giocare a carte anziché a Minecraft, chiedeva di abbracciare il papà anziché mandargli i cuoricini in chat, chiedeva che tutti leggessero un libro, per una volta, anziché nontelodicono.it premium (questa famiglia era più agiata e poteva permettersi la versione a pagamento).
L’elfo sorrise, si stropicciò gli occhi commosso, si alzò a bere un bicchiere di latte. Purtroppo però la gioia durò poco. Si ricordò dell’ultima circolare aziendale . Babbo Natale aveva un’età, sempre più richieste da soddisfare, alla fine aveva stipulato un accordo con un grande rivenditore online che distribuiva regali tramite Internet, con una congrua commissione, ovviamente.

Sospirò, e inviò alla bambina un’altra scatola di costruzioni.

Voi l’accordo non l’avete stipulato. Se potete, disconnettetevi per un giorno. Potrete sempre mettere “mi piace” a Santo Stefano.

Manifesto in difesa della famiglia tradizionale

Presepe del Borgo "La Scola"
Il bellissimo presepe del Borgo La Scola, in cui Giuseppe ha in braccio Gesù

Stiamo perdendo i nostri valori, le tradizioni che hanno portato all’evoluzione della civiltà occidentale, in nome di una pretesa di progresso senza fondamento alcuno. È ora di dichiararlo, è ora di proclamare il nostro doveroso diritto alla conservazione delle idee in cui crediamo. Ci chiameranno reazionari, con il loro gne gne gne sghignazzante di pericolosi e perversi sovvertitori? Ci diranno che apparteniamo al passato, mangiando avocado e sorseggiando la loro nefasta birra analcolica in boccali di plastica riciclata? Lo facciano pure, noi proseguiremo a testa alta nel nostro manifesto in difesa della sacra famiglia tradizionale, fino alla vittoria finale.

Noi crediamo nella famiglia composta da spaghetto, guanciale, uovo e formaggio pecorino. Non siamo tutti uguali, è vero, per questo possono esserci anche famiglie con una componente minoritaria di parmigiano; ma da qui a tollerare l’imbastardimento del nucleo, con elementi protetti dalle lobby finanziarie che vorrebbero inserirci la pancetta!, misericordia, ce ne vuole.

Noi crediamo nelle coppie di calzini blu, neri, grigi. Abbiamo assistito all’indecente spettacolo di giovani perversi che reputavano di risultare divertenti perché indossavano spavaldamente calzini spaiati. Purtroppo la ricerca scientifica non ha ancora trovato una cura contro uno dei mali di questo secolo, il daltonismo, e manifestiamo la nostra vicinanza nei confronti dei familiari delle persone ammalate. Tuttavia il loro disordine non può diventare uno stile di vita: i daltonici si facciano supportare da assistenti sociali o imparino a indossare calzini con ricami che li rendano riconoscibili, purché si fermi questa deriva di depravazione. Tralasciamo qui ogni superficiale commento sulla tragedia contemporanea dei calzini bianchi, magari anche corti, introdotti sul mercato con l’unico evidente intento di traviare le giovani generazioni e portarle in una via fatta di stravaganze, eccessi e in ultimo morte solitaria.

Noi crediamo nella famiglia tradizionale composta da chitarra, batteria, chitarra basso e voce. Bene la seconda chitarra, una solista e una ritmica, è così che deve andare. Perché è solo intorno a questo gruppo originale, intorno a queste solide basi che si può allargare la famiglia con tastiere, fiati, percussioni, violini e cornamusa. Famiglie composte da chitarrista e batterie elettroniche? L’onanismo elevato ad arte. Tastiere che si accompagnano a chitarra? In chiesa forse, non sul palco. Ci sembra assurdo dover anche solo specificare questi principi. Ma davvero pensiamo sia tollerabile l’impudicizia di un mondo non dico senza doppia cassa, ma addirittura senza batteria alcuna? Tanto vale a questo punto lasciare ai nostri figli una base registrata reggaeton su cui uno sfigato sproloquia con rime da filastrocca di terza elementare e pretende di chiamarla canzone. Neanche a Sodoma e Gomorra ascoltavano il trap, neanche laggiù.

Invece no.

Siate maledetti voi, che mettete l’ananas sulla pizza invocando la libertà individuale, voi che fate i risvoltini ai pantaloni in nome del libero arbitrio, voi che allungate il vino con l’acqua frizzante così è più gradevole. Su di voi scenda il nostro anatema: siamo pronti a tutto per difendere i nostri valori.

PS Per quanto riguarda le famiglie di persone, non ci importa assolutamente nulla della loro composizione, a patto che ci sia amore, rispetto e libertà tra ciascuno dei componenti.

La nostra Sacra famiglia per eccellenza è composta da una madre vergine, un compagno che si rassegna al matrimonio riparatore solo dopo fenomeni di insonnia ansiosa e un figlio generato non creato, che infatti, pur essendo nato in Palestina, è biondo con gli occhi azzurri. Per dire.
E sono pure ebrei e migranti.

Buon Natale.