Il fascino discreto del bancomat

Si guardano intorno con occhio guardingo, hanno letto di brutali assassini delle steppe caucasiche, rumeni clonati e
clonatori e scippatori napoletani in trasferta e non vogliono farsi cogliere impreparate. Sono le donne che si avvicinano al bancomat. Stanno poi attentissime a che qualcuno non osi superarle nella fila, pronte a scattare con il taglia fuori per l’avventato cliente che non si accorga di loro. Poi, arrivato il loro turno, qualcosa accade. Intanto, il riflesso del bancomat le getta nel panico, per cui si fermano, estraggono il necessario dalle borsetta e si danno una pettinata e una ritoccata al volo. Poi decidono di estrarre la carta. Sono in fila da venti minuti, ma la carta del bancomat a cercano solo adesso, e ovviamente prima di trovarla devono maneggiare fazzoletti di carta, chiavi di casa, ombrelli, chiavi dell’auto, assorbenti, chiavi dell’ufficio, caramelle, occhiali da sole e frontalino dell’autoradio (del fidanzato, che l’ha scordata lì). La trovano. E lì scoprono quante cose fantastiche si possono fare con il bancomat: caricare il cellulare, farsi stampare il saldo, l’estratto conto, gli ultimi movimenti. Si interessano, se presente, anche a Telethon e ai nuovi servizi in promozione, e se solo ci fosse una sedia su cui sedersi comodamente probabilmente passerebbero il pomeriggio davanti a quello schermo a fosfori verdi.
Peccato che dietro di loro c’è un uomo che dal bancomat vuole soldi, e non conferme emotive. Uomini, i solidi gretti materialisti…

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