Intercettatemi!

Moggi non mi ha mai chiamato. Da Ricucci neanche un sms, niente, per non parlare di politici, i quali al limite mi hanno risposto con l’e-mail preconfezionata se sollecitati tramite posta elettronica per qualche campagna. Oggi per contare qualcosa devi essere intercettato, la vera intellighenzia al potere la si interpreta così.
 Molti si scandalizzano parlando di violazione di privacy, quando leggono di un designatore arbitrale che ripete "devi vedere anche quello che non c’è", oppure quando un direttore sportivo ricorda a chi deve giudicare che va bene una multa, ma la squalifica a suo figlio è fuori discussione.
Che vergogna, le intercettazioni, o quello che dicono gli intercettati?
E allora mi metto in ballo, e mi domando: e se intercettassero me? Bella roba. Discussioni con la mia fidanzata sul preventivo della veranda. Commenti sarcastici con mio fratello su Keith Richards che cade da una palma da cocco (e manda all’aria un tour mondiale per il quale mio fratello aveva i biglietti). Qualche sms (compromettente?) al mio capo per avvisare che arrivo in ritardo in ufficio.
Bah, non lo so, sarà una forma di pudore, l’educazione cattolica, la completa estreneità alle logiche di business, ma la verità è che se mi intercettassero non credo che mi sentirei in imbarazzo, si tratterebbe soprattutto di conversazioni private certo, ma poco piccanti, noiosamente affogate nel lecito. Non va bene. Stasera chiamo un amico e gli ricordo di quella volta che ci drogammo e rubammo un elicottero atterrando in Piazza del Popolo a Roma. Ovviamente non è vero.
Ma se un giorno pubblicassero le intercettazioni, che figura ci faccio senza un po’ di pepe?

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