Mi vien da dire basta

Odio i tormentoni, quei modi di dire che si insinuano tra le pieghe di una lingua e cominciano a riprodursi spasmodicamente senza che nessuno riesca a capire perchè e quando è partita la loro diffusione. Ho già parlato, in questo blog, del virus dell'”assolutamente sì”, adesso vorrei soffermarmi su un’altra formula virulenta, il “mi vien da dire”, con le varianti “mi vien da pensare”, “mi vien da chiedere”. Cosa c’è dietro questo virus? Il tentativo, che alla nostra lingua riesce molto bene, di deresponsabilizzare il soggetto. Noi italiani spesso il soggetto lo sottointendiamo, oppure lo camuffiamo dietro le forme impersonali (es. “Si dà comunicazione che a partire…per non dire chiaramente che il Comune, o la Provincia, comunica che…). Pensate all’inglese I like you: in italiano il fatto che “io” soggetto “apprezzi” te complemento oggetto, diventa un complicato “tu mi piaci”, dove la responsabilità del gradimento viene scaricato non su chi gradisce, ma su chi, incolpevolmente, è gradito. Il “mi vien da dire” ha origine dal “mi vien da ridere” o “mi vien da piangere”: in quei casi, tuttavia, davvero il soggetto non è responsabile, perché il riso o il pianto sono espressione di sentimenti che possono sorgere incontrollati, irrazionali, attribuibili ad altro. Ma se vuoi dire qualcosa, la dici e basta, sei tu che agisci: non ti viene da dire, non esiste un entità superiore che ti fa parlare: lo dici, e te ne assumi le responsabilità.

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