No Vasco, io non ci casco

Quando il primo uomo provò ad armeggiare con una pietra levigandone gli angoli per farla scorrere meglio, probabilmente un altro disse che era tutto inutile e che le pietre sarebbero rimaste sempre uguali, un altro si lamentò perché non era stato coinvolto nel progetto, un altro ancora affermò che avrebbe dato volentieri una mano ma aveva da fare. Chiunque si sia impegnato almeno una volta ad organizzare qualcosa, sia una serata in pizzeria o un torneo parrocchiale, sa quanto è difficile e soprattutto quanti sono i chiacchieroni pronti a sparlare senza muovere un dito. Per questa ragione oggi mi sento di schierarmi con Bob Geldof, con la sua ostinazione, il suo coraggio. Si chiacchieri pure di diritti, coinvolgimenti, ritardi, improvvisazione: se per un giorno tutto il mondo ricco si è per un attimo fermato a parlare dell’Africa, il merito è di questo signore irlandese. Poi resta l’emozione di rivedere i Pink Floyd insieme, la gioia di chi ha potuto vivere quel momento dal vero, il dispiacere di aver perso alcuni momenti che – mi dicono – indimenticabili del concerto italiano a causa della contemporaneità televisiva (e ahimè non li rivedremo, i cantanti non hanno ceduto i diritti). Gli assenti hanno sempre torto: anche quel Vasco Rossi sicuramente indiscutibile come artista ma che come uomo ha dimostrato una volta di più di essere più bravo a predicare che a fare. Non ci sono scuse, Vasco. Spero solo che tu ad Ancona abbiamo incassato abbastanza quattrini da giustificare una figuraccia così.

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