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Un solo giorno di ferie

Ogni anno la stessa storia.

Le ferie più lunghe erano assegnate ai pastorelli, in virtù della loro forte rappresentanza sindacale. Si piazzavano lì dall’8 dicembre, in alcuni casi addirittura da novembre. Immancabili, sempre presenti. Fosse l’ambientazione mediorientale con cammelli e dromedari, oppure alpina con montagne innevate, loro c’erano.

La presenza del dormiglione era già meno scontata, come quella della donna che vendeva la frutta. Gli artigiani, fossero falegnami o fabbri, nel presepe c’erano, ma non volevano dare nell’occhio: lavoravano in nero per integrare le entrate. Gli altri il cui piano ferie era assicurato erano ovviamente Giuseppe e Maria, e lì che vuoi farci, quando uno c’ha i santi in Paradiso, anzi, quando uno è un santo in Paradiso, c’è poco da discutere.

Per loro, da sempre, un giorno. Uno solo. L’ultimo. Quando già i primi cominciavano a sbaraccare, quando ormai in giro c’era quell’aria da ultimo pomeriggio di fiera, da sconto sulle rimanenze. Dopo giorni in cui erano nascosti in un cassetto o, nei casi più fortunati, appesi sulla cima di una vetta lontana, arrivavano carichi di cemento, bitume e calce, pronti per essere rimossi senza troppe cerimonie.

Non era giusto, si dissero Appasilarco, Genoveffo e Polistotele, i tre re magi.

Si rivolsero all’angelo in cima alla capanna: avevano diritto anche loro a qualche giorno in più. Minacciarono lo sciopero, organizzarono una protesta. Erano pronti a bloccare la strada di accesso alla capanna, e persino di sabotare il fiume di carta stagnola. La negoziazione fu lunga. L’angelo spiegò che qualche bambino teneva il presepe anche dopo l’Epifania, specie se c’era un ponte: potevano godersi quei giorni. I re magi non erano convinti. L’angelo rilanciò: potevano avere i buoni pasto anche per i giorni i cui erano presenti solo da remoto. I re magi non erano convinti. Alla fine si raggiunse un compromesso: il giorno di gloria rimaneva uno, ma anziché portare al Redentore materiale edilizio, avrebbero portato oro, incenso e diamanti.

Polistotele rifiutò di firmare il nuovo contratto, e si mormora che per ritorsione gli fu assegnata la mirra.

Alla fine i tre furono soddisfatti, si accontentarono e anzi rivendicarono l’accordo come grande successo sindacale e si prepararono all’unico giorno di festa. L’angelo suggerì loro di usare cambiare i nomi, per evitare che qualcuno ai piani superiori avesse da ridire e potesse rintracciarli. Era anche un’occasione per trovare dei nomi più gradevoli, in fondo.

Scelsero Gaspare, Melchiorre e Baldassare.
Il successo fu tale che, su suggerimento dell’angelo, nel Vangelo fu deciso di non riportarli.

Babbo Natale e il diritto di recesso

Per Babbo Natale si avvicinava un altro gennaio di duro lavoro. Com’erano lontani i tempi in cui, rientrato al Polo Nord dopo la notte del 25 dicembre, poteva godersi una meritata vacanza!

Caro Babbo Natale, la maglietta che mi hai portato non si abbina bene al colore dei miei capelli, ti chiedo di sostituirla al più presto con quella di cui ti mando una foto.

Caro Babbo, la tua auto radiocomandata ha un raggio di azione di pochi metri. La consegnerò ai tuoi elfi, ti prego di cambiarla con una con un radiocomando più potente.

Caro Babbo, l’abbonamento alla pay-tv dura solo sei mesi, io te ne avevo chiesti almeno 12. Mi mandi il codice per il rinnovo automatico?

Non c’erano solo il diritto di recesso e le richieste di reso. I bambini che gli scrivevano erano sempre meno numerosi, ma le richieste sempre più complesse da realizzare. C’era la ragazzina che voleva un documento allegato sottoscritto in cui Santa Claus dichiarava che nessun elfo con meno di 160 anni era stato impegnato nella produzione del giocattolo; quello che gli rimandava indietro il maglione di cachemire perché non voleva essere partecipe dello sfruttamento di poveri animali indifesi; quell’altro che si lamentava perché i giocatori del biliardino erano rossi e blu, mentre nessuno mostrava una etnia africana.

Per non parlare del numero crescente degli infortuni: l’anno precedente gli avevano sparato addosso quindici volte. Un vecchio rancoroso non solo non si era scusato, ma aveva ribadito che Babbo Natale non avrebbe preso una pallottola nel calcagno, se non avesse invaso la proprietà altrui. L’associazione patriottica Padroni In Proprietà Private Esclusive l’aveva diffidato dal ripresentarsi nel quartiere di villette a schiera che si distendevano tra magazzini e capannoni. Da quelle parti i forestieri erano tollerati solo se lavorano molto e parlavano poco! E quel vecchio con la slitta volante aveva tutta l’aria di essere il solito tassista, non del mare ma del cielo. Becero trafficante di esseri umani, chissà quanti clandestini nascondeva in quel sacco!

Oltre tutto non aveva completa disponibilità delle renne, perché doveva consegnarle alla Befana per il 6 gennaio. La commissione per le pari opportunità, infatti, gli aveva inflitto una multa pesante. L’uomo trainato da una slitta con le renne, e la donna in groppa a una scopa? Questo è patriarcato!

E meno male che le renne gliele avevano lasciate: una commissaria voleva sostituirle con un aeroplanino elettrico, più ecosostenibile.

Davvero valeva la pena continuare a donare, in un mondo in cui nove bambini non avevano latte e il decimo prima di bere controllava che le percentuali di lattosio non superassero i valori di soglia? Babbo Natale sospirò sconsolato. Non sempre comprendiamo il senso del viaggio, ma non per questo dobbiamo fermarci.

Prima di partire, però, controllò bene che il sacchettino in cui raccoglieva i bisognini delle renne fosse ben saldo. Gli sarebbe servito a concimare il Natale dell’associazione P.I.P.P.E (“Padroni In Proprietà Private Esclusive”) e magari anche a rassicurare con una prova fumante la commissaria ecologista, preoccupata per l’impronta climatica delle sue renne.

Buon Natale!

Godetevi questa vita, se non vi piace non ce la sostituiranno con un’altra.  

Natale ai tempi della pandemia

L’elfo rientrò nel suo ufficio, si guardò intorno e rimosse finalmente la mascherina che per il freddo gli si era attaccata al visto. C’era ancora un enorme mucchio di lettere da smaltire. Si morse un labbro e lasciò sospeso l’indice della mano destra sulla sfera di cristallo davanti a sé. La tentazione di accorciare le procedure d’ufficio fu forte. Perché non snellire una volta per tutte quella noiosa burocrazia? Perché non esaudire direttamente le richieste senza passare per lo scanner? In fondo, cosa potevano chiedere di male, quelle innocenti creature?

Sollevò lo sguardo e sulla bacheca, nascosta tra cartoline e biglietti d’auguri, si ricordò di quel ritaglio di giornale di qualche anno prima. Un suo predecessore aveva pensato bene di esaudire i bambini senza passare dal wish-checker. Il risultato fu che un bambino ricevette davvero quello che aveva richiesto, cioè una batteria di missili terra-aria. Per fortuna era un bambino cristiano sì, ma mediorientale, per cui nessuno fece più di tanto caso a un paio di aerei civili abbattuti e alla conseguente distruzione di diverse abitazioni. Fosse stato un bambino cubano o ucraino a richiedere quel regalo, avrebbe scatenato la terza guerra mondiale e sarebbe stato davvero imbarazzante per Babbo e i suoi.

L’elfo sbuffò, posò il dito e riaccese la sfera. La lettera da verificare era quella del figlio di un medico. Il suo papà aveva già fatto una ventina di volte il tampone, tornava da lavoro sfinito e spesso, quando temeva di essere infetto, non tornava per niente. Il bimbo si era fatto una idea di come risolvere il problema grazie ad Internet, sulla chat dei suoi compagni di classe, e chiedeva a Babbo Natale di far chiudere davvero tutto fino a quando la pandemia non si fosse placata.

Lo scanner mostrò gli effetti di quella scelta: dopo qualche settimana si sarebbero esaurite le scorte di cibo nei negozi di alimentari, sarebbe stata razionata l’acqua e l’energia elettrica, e dal sito loronontelodicono.it sarebbe partita una rivolta sfociata in una sanguinosa guerra civile. L’elfo mandò al bimbo una scatola di costruzioni.

La seconda lettera era quella della figlia di un ristoratore. Aveva visto il suo papà disperato piangere davanti ai conti, alle fatture da pagare e alla cassa sempre più vuota. Sapeva come risolvere quella situazione grazie ad Internet, lo spiegava bene un video di 15 secondi. Occorreva riaprire tutto, subito: e pazienza se qualche vecchio sarebbe morto, tanto moriamo tutti prima o poi. Non era neanche vero che quel virus fosse tanto grave.

L’elfo scosse la testa prevedendo già la reazione dello scanner: pandemia fuori controllo dopo poche settimane, ospedali che non potevano accogliere più pazienti, milioni di morti prima tra i vecchi, ma poi anche tra i meno vecchi che magari con gli ospedali chiusi passavano a miglior vita per una banale ferita non curata o per una indigestione. L’elfo si attivò per spedire una bambola, ma poi si ricordò del corso che aveva seguito sulla parità dei sessi e mandò anche a lei le costruzioni.

Per fortuna le altre letterine richiedevano cose più semplici, videogiochi, crediti google, abbonamenti alle pay-tv. Su queste ultime lo scanner ebbe da ridire qualcosa e qualche adolescente si ritrovò l’abbonamento a Disney Plus piuttosto che al sito a luci rosse che aveva chiesto, ma per il resto niente di che.

Poi arrivò la letterina che salvò la giornata faticosa all’elfo.
Anche in questo caso si trattava di una bambina (i maschi quando andava bene mandavano una lista o più facilmente un disegno, la scarsa alfabetizzazione mondiale stava diventando una minaccia anche per il lavoro degli elfi). La piccola chiedeva che per almeno un paio di giorni i genitori e i fratelli maggiori tornassero a guardarsi in faccia e a parlare tra di loro, anziché vivere perennemente una realtà mediata da uno schermo. Chiedeva di passare un pomeriggio a giocare a carte anziché a Minecraft, chiedeva di abbracciare il papà anziché mandargli i cuoricini in chat, chiedeva che tutti leggessero un libro, per una volta, anziché nontelodicono.it premium (questa famiglia era più agiata e poteva permettersi la versione a pagamento).
L’elfo sorrise, si stropicciò gli occhi commosso, si alzò a bere un bicchiere di latte. Purtroppo però la gioia durò poco. Si ricordò dell’ultima circolare aziendale . Babbo Natale aveva un’età, sempre più richieste da soddisfare, alla fine aveva stipulato un accordo con un grande rivenditore online che distribuiva regali tramite Internet, con una congrua commissione, ovviamente.

Sospirò, e inviò alla bambina un’altra scatola di costruzioni.

Voi l’accordo non l’avete stipulato. Se potete, disconnettetevi per un giorno. Potrete sempre mettere “mi piace” a Santo Stefano.

Manifesto in difesa della famiglia tradizionale

Presepe del Borgo "La Scola"
Il bellissimo presepe del Borgo La Scola, in cui Giuseppe ha in braccio Gesù

Stiamo perdendo i nostri valori, le tradizioni che hanno portato all’evoluzione della civiltà occidentale, in nome di una pretesa di progresso senza fondamento alcuno. È ora di dichiararlo, è ora di proclamare il nostro doveroso diritto alla conservazione delle idee in cui crediamo. Ci chiameranno reazionari, con il loro gne gne gne sghignazzante di pericolosi e perversi sovvertitori? Ci diranno che apparteniamo al passato, mangiando avocado e sorseggiando la loro nefasta birra analcolica in boccali di plastica riciclata? Lo facciano pure, noi proseguiremo a testa alta nel nostro manifesto in difesa della sacra famiglia tradizionale, fino alla vittoria finale.

Noi crediamo nella famiglia composta da spaghetto, guanciale, uovo e formaggio pecorino. Non siamo tutti uguali, è vero, per questo possono esserci anche famiglie con una componente minoritaria di parmigiano; ma da qui a tollerare l’imbastardimento del nucleo, con elementi protetti dalle lobby finanziarie che vorrebbero inserirci la pancetta!, misericordia, ce ne vuole.

Noi crediamo nelle coppie di calzini blu, neri, grigi. Abbiamo assistito all’indecente spettacolo di giovani perversi che reputavano di risultare divertenti perché indossavano spavaldamente calzini spaiati. Purtroppo la ricerca scientifica non ha ancora trovato una cura contro uno dei mali di questo secolo, il daltonismo, e manifestiamo la nostra vicinanza nei confronti dei familiari delle persone ammalate. Tuttavia il loro disordine non può diventare uno stile di vita: i daltonici si facciano supportare da assistenti sociali o imparino a indossare calzini con ricami che li rendano riconoscibili, purché si fermi questa deriva di depravazione. Tralasciamo qui ogni superficiale commento sulla tragedia contemporanea dei calzini bianchi, magari anche corti, introdotti sul mercato con l’unico evidente intento di traviare le giovani generazioni e portarle in una via fatta di stravaganze, eccessi e in ultimo morte solitaria.

Noi crediamo nella famiglia tradizionale composta da chitarra, batteria, chitarra basso e voce. Bene la seconda chitarra, una solista e una ritmica, è così che deve andare. Perché è solo intorno a questo gruppo originale, intorno a queste solide basi che si può allargare la famiglia con tastiere, fiati, percussioni, violini e cornamusa. Famiglie composte da chitarrista e batterie elettroniche? L’onanismo elevato ad arte. Tastiere che si accompagnano a chitarra? In chiesa forse, non sul palco. Ci sembra assurdo dover anche solo specificare questi principi. Ma davvero pensiamo sia tollerabile l’impudicizia di un mondo non dico senza doppia cassa, ma addirittura senza batteria alcuna? Tanto vale a questo punto lasciare ai nostri figli una base registrata reggaeton su cui uno sfigato sproloquia con rime da filastrocca di terza elementare e pretende di chiamarla canzone. Neanche a Sodoma e Gomorra ascoltavano il trap, neanche laggiù.

Invece no.

Siate maledetti voi, che mettete l’ananas sulla pizza invocando la libertà individuale, voi che fate i risvoltini ai pantaloni in nome del libero arbitrio, voi che allungate il vino con l’acqua frizzante così è più gradevole. Su di voi scenda il nostro anatema: siamo pronti a tutto per difendere i nostri valori.

PS Per quanto riguarda le famiglie di persone, non ci importa assolutamente nulla della loro composizione, a patto che ci sia amore, rispetto e libertà tra ciascuno dei componenti.

La nostra Sacra famiglia per eccellenza è composta da una madre vergine, un compagno che si rassegna al matrimonio riparatore solo dopo fenomeni di insonnia ansiosa e un figlio generato non creato, che infatti, pur essendo nato in Palestina, è biondo con gli occhi azzurri. Per dire.
E sono pure ebrei e migranti.

Buon Natale.

Cercasi bambinello

Quell’anno i presepi erano ovunque, non solo nelle chiese, ma anche nelle scuole, nelle strade, nei municipi. L’ordine del ministro delle Interiora era stato perentorio, tra l’altro, e arrivato tra un messaggio in cui si complimentava con le forze dell’ordine per aver arrestato un criminale e uno in cui si complimentava con un criminale per essere allegramente in giro alla faccia delle forze dell’ordine.

I presepi dovevano essere allestiti in ogni luogo, e al passo con i tempi. Al posto dell’Angelo, accusato di insopportabile buonismo, un disoccupato nullafacente cantava gloria al ministro di cittadinanza: non era stato facile convincerlo, ma alla fine, dopo aver spostato il divano direttamente sul tetto della capanna, si era adeguato a quel trasfworerimento, anche perché da lassù le partite via satellite si prendevano anche meglio.

I pastori erano stati allontanati dagli animalisti per scarsa attenzione al benessere animale, e sostituiti da una sfilata di dolcissimi chihuahua con cappottini scamosciati, accompagnati dai loro dog-sitter con ai piedi eleganti Vuitton in pelle di coccodrillo prêt-à-porter che raccolsero migliaia di like. Figurarsi se era stato possibile far avvicinare i Re Magi, abbiamo già dato, gli aveva gridato il ministro, che dopo aver sottratto loro oro e incenso li aveva ricacciati a Malta. Nessuno sa cosa accadde della mirra ma si sospetta che sia stata requisita dai social manager del ministro: la proposero infatti come condimento per i tortellini, visto che i sondaggi sul ragù erano andati così così.

Ovviamente nel presepe non c’erano più né falegname né lavandaia, andati in pensione anzitempo, sostituiti da un astrofisico e da una immunologa che erano però durati poco: cacciati a furor di popolo perché troppo presuntuosi con tutti quegli studi fatti e prontamente rimpiazzati da un venditore di fiale omeopatiche che aveva fatto le scuole medie (più che sufficienti) e un fisioterapista che aveva imparato su Youtube il mestiere; di lui oltre tutto si diceva su Instagram fosse davvero molto bravo.

Tutto era pronto per il grande momento, gli attori che interpretavano Giuseppe e Maria erano stati scelti e acclamati dopo un televoto, ma del bambino non c’era traccia. Vabbe’, portatene un’altro, gridarono i viceministranti. Niente. Improvvisamente ci si guardò intorno e ci rese conto che c’erano solo vecchi rancorosi e sonnolenti cinquantenni con il telecomando in mano. Gli ultimi due giovani visti in giro erano stati l’astrofisico e l’immunologa scappati in Germania, e nessuno aveva pensato ai bambini.

Sicuramente è stata la manina dei maledetti burocratici del ministero, gridò un viceministrante, cui però nessuno dava più di tanto retta. Le voci cominciarono a correre, non si trova Gesù Bambino, non facciamo più bambini, dove sarà finito, sta a vedere che c’aveva ragione il Papa e Famiglia Cristiana, macché, l’ho letto su Internet, non può essere, ci sarà un’altra soluzione.

No, sentenziò il ministro dell’Interiora.

La colpa è dei migranti.

Urla di giubilo, fuochi d’artificio e spumante per tutti, c’era di nuovo un colpevole, il nullafacente tornò sul suo divano, il venditore di fiale propose un nuovo rimedio con gocce di lavanda e limoncello, tutti si abbracciarono felici.
A quel punto una luce dall’alto illuminò a giorno i campi circostanti, e una voce proclamò:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

Fu solo un attimo di distrazione, perché proprio in quel momento partì il trenino guidato dai viceministranti e la follà poté gustare il vero spirito natalizio cantando in coro A, E, I, O, U, Ipsylon,fio maravelha, nos gosamos de voçé, fio maravelha, Brigitte Bardot, Bardot Brigitte, beijou, beijou, eh!, meu amigo Charlie…

Chissà, forse in quel trenino c’è persino qualcuno di voi, molto davanti, perché si sa, prima gli italiani. A lui e a tutti gli altri, buon Natale. Se abbassate un po’ il volume del disco samba, forse tornerete anche voi a sentire una voce dal Cielo.

Buon Natale, italiani

Il messaggio quell’anno era stato forte e chiaro, per gli allestitori del presepe: prima gli italiani! Difesa della lingua, delle tradizioni, dei costumi italici, ecco cosa ci si aspettava dal presepe e dai suoi partecipanti. Non siamo razzisti, eh, avevano detto gli organizzatori, solo che siamo stanchi di questa invasione subdola da parte di stranieri che se ne stanno negli hotel a cinque stelle, con 35 euro al giorno, mentre gli italiani non arrivano a permettersi l’abbonamento Netflix ad alta definizione.
E sia, si disse, prima gli italiani. Anzi, solo italiani. Mentre ancora si predisponevano le italianissime palme accanto agli abeti innevati, un gruppo di pecorelle cominciò a far confusione. E queste cosa ci fanno qui, così allo sbando? Dove sono i pastori? – gridò il direttore. L’assistente mortificato gli si avvicinò e spiegò che il pastore italiano si era messo in malattia e non sarebbe rientrato prima del 7 gennaio. Pare soffrisse di stati d’ansia. L’avevano visto allo stadio, ma aveva fatto inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno dal suo sindacato in cui si affermava che seguire il calcio serviva per curare la sua patologia, e si minacciava una denuncia per mobbing se solo avessero osato contraddirlo. E va bene, portate via queste pecore, disse il direttore, quest’anno avremo solo il bue e l’asinello come animali. Mi dispiace, direttore, mormorò l’assistente, a dire il vero il bue era seguito da un allevatore indiano. Sono gli unici ormai che stanno dietro ai bovini. L’abbiamo dovuto licenziare, e si è portato anche il bue.

La faccenda si andava ingarbugliando. Il direttore scosse il capo, e chiese che al falegname fosse ordinata una sagoma di bue in legno. In nero, ovviamente, che farsi fare fatturare un lavoro da quell’artigiano era più difficile che appendere la stella cadente alla grotta.
Niente da fare, direttore, sentenziò l’assistente. Il falegname italiano è diventato un interior designer, sostiene che il contatto diretto con la materia mortifica la sua predisposizione artistica. Se vuole potrà farci uno schema 3d del bue di legno e poi ce lo farà spedire da una manifattura che lo realizzerà in Cina. No! Sbraitò il direttore. Prima gli italiani. E sia, niente sagoma e niente falegname, quest’anno.

Almeno le lavandaie ce le abbiamo? No, signore, hanno detto che la figura era sessista e screditava il ruolo essenziale delle donne nella società odierna. Va bene, non faranno le lavandaie, le faremo fare qualcos’altro. Sarte? Sciovinista. Angeli? Sessuofobico. Suonatrici di zampogna? Erotomane. Il direttore era ormai in preda ad una crisi isterica. I re Magi, vogliono fare i re Magi? Le Regine Magi è adeguato per loro? Sarebbe adeguato, direttore, se non fosse che la notte di Natale devono badare ai loro genitori. Sa, abbiamo dovuto licenziare le badanti ucraine.
Il direttore tirò un lungo sospiro. La donna con il bambino alla fontana non c’era, perché non aveva trovato una babysitter. Provò a chiamare un nome che gli fornì un’agenzia per l’impiego, ma gli rispose il padre, che affermò che sì, il figlio era disoccupato, ed era pure italiano, ma non voleva essere disturbato prima delle undici di mattina, per cui il direttore avrebbe dovuto riferire a lui che si sarebbe poi occupato di avvisare il figlio al suo risveglio.

I muratori? Abbiamo i muratori? Nossignore, sono tutti rumeni. Abbiamo proposto un “Prima i comunitari”, per tenerli dentro, ma l’idea è stata bocciata. Però c’è un architetto, se vuole, si è laureato a Urbino con sei anni fuori corso ma possiamo fargli reggere un faretto, volendo. Abbiamo in compenso il pastore che dorme. Si tratta di un impiegato italianissimo assunto come usciere al ministero, a trent’anni, con chiamata diretta dal collocamento perché figlio unico e andato in pensione a quarantanove anni come dirigente, con una pensione triplicata. Dovrebbe vederlo dormire, signore, è veramente uno spettacolo. Solo vuole essere pagato in anticipo e vorrebbe che impiegassimo anche il figlio. Possibile che non ci sono italiani validi per questo presepe, domandò il direttore guardando in cielo. Ce ne sono in Francia e negli Stati Uniti, propose l’assistente, ma si zittì subito.
Basta, rinuncio, sbraitò tristemente il direttore, osservando che i due giocatori di carte al tavolino avevano sostiuito il mazzo con una playstation e due visori 3d. Quest’anno niente presepe. Non c’è neanche la sacra famiglia!
Mi dispiace, direttore. Non abbiamo potuto farli entrare, sono rimasti bloccati nel centro di accoglienza. Non è che possiamo accoglierli tutti: sono profughi, ricorda? Li aiuteremo a casa loro, mandando un biglietto di auguri a Nazareth.
L’assistente guadagnò l’uscita. Prima di allontanarsi e spegnere le luci, il direttore avvertì un tonfo sordo. Cercò di comprenderne l’origine e si accorse che a emetterlo era stato un asino, che picchiava la testa contro la sua ombra.
Si avvicinò alla bestia, cercando di calmarlo. Lo scrutò, cercando di capire perché si comportasse così.
“Prima gli italiani!” gridò il somaro.

Buon Natale.