Archivi tag: papà

Frankie viene a casa con me

vitaminiSono 120 euro e 27 centesimi.Vuole lo sconto punti?

– Nessuno sconto punti.

– Le scarico il ristorno?

– Il ristorno resta dov’è, grazie.

– Uh…va bene. Però devo toglierle 50 centesimi di sconto sul dentifricio, fanno..

– Pago i 120 euro, lei non toglie niente, mi stampi lo scontrino. Pago i 120 euro, mi servono quei dannatissimi 6 bollini per portarmi a casa Frankie Fico quindi lei stampa lo scontrino e va bene così. La commessa, colpita da quel papà esaurito che aveva fatto la spesa mancando solo di 27 centesimi in eccesso l’obiettivo, regalò altri 6 bollini. Di questo passo presto anche Bob Broccolo sarebbe stato arruolato

Distanze

primo_giornoL’aula mi sembrò grandissima. E piena di luce. Sulle pareti c’erano delle lettere accompagnate ad alcune immagini, una cartina geografica dell’Italia e un crocifisso in alto. In fondo una lavagna nera con la cornice di legno. Io indossavo un grembiule blu che mi metteva un po’ d’ansia perché non riuscivo a mettere le mani in tasca. Per fortuna la mamma mi aveva preparato un fiocco a strappo, per cui non era costretta a legarmelo dietro al collo. Odiavo le cravatte già allora. La maestra mi sorrise e mi invitò a sedermi in un banco verso la metà dell’aula. Era una signora piccola ed era incredibile come l’attenzione di tutti noi si focalizzasse su quella voce, sui quei gesti. Nella mia cartella di Topolino c’era un diario, quaderno a quadretti, un quaderno a righe e un astuccio con i colori. E la merenda, che in realtà occupava di gran lunga più spazio di tutto il materiale didattico. C’era anche un bicchiere rosso di plastica, di quelli che si richiudevano, e di solito lo facevano al momento sbagliato, proprio mentre mi dissetavo, innaffiando il mio fiocco a strappo e il mio grembiule blu.
Ero già stato alla scuola materna, ma stavolta sentivo che qualcosa era diverso. Non era perché non c’erano giocattoli in aula. E nemmeno per il grembiule blu. Non era perché la maestra era seria e ci rimproverava se ci distraevamo, e nemmeno perché le mie compagne di classe tutto a un tratto mi sembravano più carine. Non era niente di tutto ciò. Nemmeno era la mancanza della mamma, o del papà.
O forse sì. Quel giorno, per la prima volta, li sentii un po’ più lontani. Certo sarei tornato da loro dopo poche ore a raccontare la mia giornata. Eppure, a nemmeno un chilometro di distanza dalla mia cameretta, con le automobiline nascoste nell’armadio per nasconderle a mio fratello, mi sentivo più lontano. Come se avessi fatto un passo più in là.
Oggi, 33 anni dopo, sono tornato a provare la stessa sensazione di distanza. Ma stavolta non ero io a muovermi. Io me ne stavo fermo, immobile, a pensare alle mie grane lavorative, alle tasse e ai chili da smaltire. Era la mia piccola principessa che si stava, impercettibilmente, allontando, facendo quel primo piccolo passo di un lungo cammino.
Buon viaggio. Buon primo giorno di scuola.
Avrai bisogno di parecchi sacrifici per arrivare in fondo. Anche perché papà portava una cartella, un diario, due quaderni, un astuccio e una merenda. Tu hai tre zaini (trolley settimanale, zaino giornaliero e zaino per la ginnastica), due astucci (uno a tre piani e una villetta monofamiliare), 19 quaderni, libri, regoli, copertine colorate e altri costosissimi strumenti didattici che la mamma ti ha comprato e sui quali preferisco non investigare. Certe cose i papà non le devono sapere, mentre si strofinano gli occhi umidi andando a lavoro e pensando che in fondo sono rimasti li stessi sentimentali di quel giorno di 33 anni anni fa.

L’ipocrisia del giovane papà

serenaDomenica mattina: nella sala parrocchiale attigua alla chiesa dove si sta celebrando la messa, un gruppo di papà controlla i piccoli teppisti qui relegati per impedire loro di dare fuoco alle navate con le candele votive, capovolgere i banchi con i nonni appisolati e correre verso l’altare scivolando sul pavimento lucido. Nella saletta gli spazi sono limitati, le possibili arme improprie costantemente monitorate, le bizzoche che guardano di traverso i piccoli rumorosi isolate al di là di una solida parete.
Tra i papà (e qualche mamma) la solita tipologia di accompagnatori: quello apprensivo che accompagna suo figlio maggiore anche sullo scivolo anche se ormai ha 12 anni ed è più grosso di lui, quello distratto che fissa lo smartphone lamentandosi della copertura 3g, quello divertito che osserva il suo figlio bullo che monopolizza gli spazi a discapito di tutti gli altri.
Io rivesto il ruolo di papà scrittore di insuccesso, quindi osservo, scruto, memorizzo e intervengo solo se necessario (in fondo non sono uno scrittore realista, di tanto in tanto mi concedo di interagire nella storia).
Il figlio bullo ha qualche centimetro più degli altri e lo ritiene sufficiente per spostare e spingere tutti quelli che invadono il suo campo. Più che spingere di fatti si limita al gesto appena accennato, una sorta di scostamento che resta comunque piuttosto odioso. La prima volta che spinge mia figlia Serena questa incassa sorpresa, barcolla e si allontana. La seconda volta lei gli lancia uno sguardo irritato, con quel misto di minaccia e rabbia di cui solo i bambini che si ritengono nel giusto sono capaci.
La terza volta schiva la spinta in anticipo, si sposta all’indietro e gli assesta uno spintone deciso. Non è un banale segno di prepotenza, stavolta, è proprio uno spintone che fa cascare da una piccola piattaforma il piccolo bullo, lo manda faccia a terra e lo fa esplodere in un pianto disperato.
Io mi avvicino, lo aiuto a sollevarsi, gli chiedo se si è fatto male (sii, urla il piccolo teppistello, bene, penso io), borbotto a Serena che non è bene spingere, la rimprovero e la allontano dalla scena del crimine.
In cuor mio vorrei sollevarle il braccio destro in segno di vittoria e andarmi a pavoneggiare di fronte al papà divertito, che è un po’ meno divertito e si è dovuto alzare per raccogliere il pargolo strillante. Non lo faccio, perché i giovani papà sono tutti un po’ ipocriti. Mi ripeto però che in un mercato del lavoro che sarà sempre più competitivo non è poi tanto sbagliato se Serena impara già da adesso a far valere la sua candidatura.

Qualcuno dica alla Disney di piantarla con Violetta e di darci Castle

Immagine tratta da www.castle.rai.tv. Tytti i diritti ABC Studios riservati
Immagine tratta da www.castle.rai.tv. Tytti i diritti ABC Studios riservati

Ritengo che il prodotto culturale che meglio di qualunque altro identifichi gli ultimi dieci anni – su per giù – siano le serie televisive. Per carità c’erano anche prima, ma volete mettere? Vogliamo paragonare la sceneggiatura di Lost – che può piacere o meno, ma a cui non si può negare l’enorme lavoro creativo sui personaggi – con la psicologia da oroscopo di Branko “quello tosto del Vietnam e quello carino intellettuale” di Simon & Simon? Vogliamo paragonare l’introspezione interiore che anima Lilly di Cold Case e i suoi colleghi con i coniugi Hart di Cuore e Batticuore dove l’unica cosa davvero di spessore era la messa in piega della signora Hart?

D’altronde quelle serie anni settanta, per quanto ripetute fino allo sfinimento, le guardavamo su televisori 14 pollici in bianco e nero, di quelle attuali possiamo scandagliare ogni singola inquadratura con i mostruosi prodotti multimediali che popolano i nostri salotti. E a tal proposito mia figlia, da poco avvicinatasi a questo mondo, ha esordito con una delle mie serie preferite, Castle. Una piuttosto soft e adatta anche ad una bimba di 5 anni (e dai, per quanto possiate essere sconsiderati non farete mica vedere i bambini torturati e in catene di Criminal Minds ai vostri figli, spero). Certo qualche commento di tanto in tanto devo farlo, “Papà secondo me l’hanno pugnalata” “Martina il calibro 38 è una pistola, vuole dire che le hanno sparato”, ma mia figlia segue senza troppi intoppi la trama.

Martina però è figlia di una generazione abituata a rivedere i telefilm a piacimento, quando ne hanno voglia, così le ho preso la prima stagione in dvd. Dieci episodi già visti e rivisti più volte. Solo che siamo alla quinta stagione, e in dvd non c’è traccia della seconda! Non è questione di negozi, proprio non è mai stato prodotto in Italia. Non capisco sinceramente le logiche dei distributori (Castle è della galassia Disney), ma un programma trasmesso con successo su Sky e Rai Due cosa deve fare per essere disponibile nei negozi? Ci sono gruppi di Facebook che ne chiedono la realizzazione e addirittura raccolte di firme, ma la serie è disponibile in praticamente tutta Europa tranne che in Italia.
A proposito di Cold Case, ho scoperto per esempio che le difficoltà per l’uscita in dvd è legata alla colonna sonora (meravigliosa) che accompagna ogni episodio: i diritti costano tantissimo ai produttori, ma alla fine i dvd sono usciti. E Castle? Chi pretenderà i diritti su Castle? Per chi non l’avesse mai visto, non è tratto da un romanzo; anzi, hanno pubblicato tre romanzi tratti dalle serie. Per cui la cosa non si spiega. Chi si oppone alla distribuzione italiana? Avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffé? Non credo, bevono caffé in continuazione, nel distretto c’è persino una macchina espresso comprata da Nick. Non lo so, per ora registro gli episodi su hard-disk e comincio a valutare seriamente l’ipotesi pirateria.
Nel frattempo qualcuno dica alla Disney di piantarla con Violetta e di darci Castle.

P.S. Ma se i vari protagonisti di Law & Order, Criminal Minds, Castle, The closer, C.S.I. e compagnia bella alla fine di ogni episodio risolvono il caso arrestando i criminali, com’è che quelli di Cold Case o Cold Squad c’hanno sempre così tanti arretrati?
Il motivo è semplice. I casi che devono risolvere sono di venti o trenta anni fa: per cui la colpa è del Tenente Colombo, dell’Ispettore Kojak e di Starsky e Hutch, e se posso dirlo, un po’ lo sospettavo, con quelle basette e quell’abbigliamento imbarazzante lo capivo anche da bambino che non c’era da fidarsi di loro e che chissa quanti casi insoluti si sarebbero lasciati alle spalle.

Trapanature

sassolinoC’è una drammatica puntata di Peppa Pig di cui sento il bisogno di parlarvi. E siccome credo l’abbiano trasmessa almeno 600 volte, non corro il rischio di rovinare il finale a nessuno. Ebbene, durante l’episodio, quell’inetto, supponente, incapace suino che dovrebbe rappresentare il ruolo paterno (anche conosciuto come Papà Pig) per piantare un chiodo fa un buco nella parete grande quanto una finestra. Siccome del papà ha almeno la capacità di iniziativa, munito di calce e mattoni rimette tutto a posto e trova persino il tempo di fare il bagnetto ai due piccolini.

Ebbene, chi mi conosce sa che mi sento a mio agio con una matita, una penna, o – per essere più al passo con i tempi – con tastiera e mouse. Anche macchina fotografica e videocamera sono strumenti a me familiari, e non disdegno certo scopa, aspiravolere, pentole e ferro da stiro. Eppure.

Eppure con un trapano in mano tutte le insicurezze di una adolescenza mediocre riemergono da un passato che credevo sepolto. Non fa per me, il trapano. Il trapano non ha il tasto “annulla”, non permette di fare prove o correggere errori. Con il trapano è sempre “buona la prima”, e se non è buona ti arrangi. Diciamola poi tutta: fare un buco in una parete non è che sia poi un’impresa così difficile. Prendi le misure, acquisti una posizione quanto più eretta possibile, vai. Cosa diamine potrà mai succederti?
Potrà succederti di trovare sulla tua strada un sassolino. Praticamente, ogni tre buchi che faccio a casa mia, uno è interrotto da un incontro ravvicinato con un sassolino. Nel dopoguerra i costruttori non si facevano troppi scrupoli, e per tirare su una palazzina usavano quel che avevano. Non escludo di aver incrociato anche la sagoma di un cranio risalente al mesozoico e un frammento di un armatura medievale, nelle mie attività di perforatore. E insomma, quando trova il sassolino, il giovane papà deve trovare una soluzione, un workaround, come dicono gli informatici. Già immagino alcuni saputelli tra voi che fanno spallucce, pensando: dilettante, con il mio Diamond Seek and Destroy Professional nessun sassolino avrebbe opposto resistenza. E va bene, il vostro Trapanik Kill’em All 2000 probabilmente non si lascia impressionare, il mio è sindacalizzato e di fronte ad un sasso di traverso comincia a cianciare di mansionario e indennitò e incrocia le braccia. Per cui ho dovuto estrarre il maledetto sassolino prima che mi consumasse la punta come una matita colorata, e alla fine non dico di aver fatto una finestra come Papà Pig, ma di certo avevo un buco un po’ più grande del fisher che avevo pensato di usare. Ce ne sarebbero stati tre o quattro e neppure troppo stretti.

Vista la scarsa credibilità nei confronti delle figlie della sua immagine di intellettuale (e non solo delle figlie, ahimè), il giovane papà ripensa a Papà Pig, se ce l’ha fatta quel grassone perché dovrei fermarmi io, si dota di cemento a presa rapida e risolve la questione. Ta-dah. Sono soddisfazioni.

Per la signora del piano di sotto: se un forte rumore dovesse svegliarla nella notte, non sono i ladri. È il televisore delle mie figlie che ho appeso io.

 

Il marketing ai tempi di Peppa Pig

bimbeLa mattinata di sabato scorso è stata piuttosto intensa e abbiamo sfiorato un piccolo dramma familiare, ma se non altro mi è servita per ripassare due o tre concetti di marketing che credevo di aver dimenticato.

  1. Se operi nel commercio, devi analizzare il mercato e orientarti verso la clientela le cui caratteristiche la rendono per te più vantaggiosa. Trascura quelle meno redditizie, se necessario, ma non trascurare i tuoi clienti più affidabili. in un periodo di crisi un papà può rinunciare al giornale e al caffé, ma non rinuncerà ad allietare il fine settimana di sua figlia. Per cui devi avere assolutamente le patatine con la sorpresa.
  2. Non basta; devi avere le antenne sempre alzate e captare le tendenze dell’opinione pubblica. Cioè devi avere assolutamente le patatine di Peppa Pig. Perché se ci sarà in futuro un’etichetta per il secondo decennio del secolo, sara “l’era di Peppa Pig”.
  3. Le scorte vanno riassortite in fretta, e il magazzino gestito con flessibilità e raziocinio. Se avevi le patatine di Peppa Pig la settimana scorsa, ma per qualche motivo non ce n’è più traccia mentre quelle delle tartarughe Ninja sono ancora lì, svegliati! Le tartartughe sono il passato! Devi riempire in fretta la mensola di patatine di Peppa Pig! Se possibile, riempirne un settore intero.
  4. Se hai risposto affermativamente ai punti precedenti, allora devi comunicare alla clientela la tua condizione: hai una killer application, hai le patatine di Giuseppina Maialina, diamine tutti devono saperlo.

Il marketing nel mio quartiere è materia sconosciuta. La piccola Coop non ha mai avuto le patatine in questione, e nemmeno il negozietto di stranieri (magari sono pakistani e non mangiano il maiale, e nemmeno le patatine con l’effige del maialina. Hai visto mai. No, no, non ha senso, i pakistani vendono ettolitri di vinello, se è per questo). La Coop più grande ce le aveva, ma le ha finite. La Conad (siamo arrivati fino alla Conad! Alla fine mia figlia era esausta) ha una varietà di patatine assolutamente fuori dal mercato: Sponge Bob, Monster e Co., Hello Kitty. Sconfitti, abbiamo ripiegato su quest’ultima dopo un peregrinare di oltre un’ora.
Se qualcuno sa dove trovare le maledettissime patatine di Peppa Pig, me lo dica entro sabato prossimo. Fino a 200 km di strada posso farli.