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Il monitoraggio dei problem-maker

Alcune urla pisicurezzauttosto veementi provocano un attimo di sgomento nel settore nord-orientale. L’addetto alla sicurezza incaricato recupera la freddezza e con uno scatto repentino riporta la situazione sotto controllo. Intanto due problem-maker più a sud, già precedentemente attenzionati per alcuni comportamenti non proprio ortodossi, entrano in conflitto, ma per fortuna la rissa è sedata immediatamente prima che possa degenerare. Nel settore generale si ripropone un problema già tante volte segnalato alle autorità, e cioè le carenze di alcuni addetti alla sicurezza, che anziché preoccupasi dei problem-maker loro affidati si distraggono trastullandosi con il loro smartphone. La loro inadeguatezza è manifesta e la loro formazione assolutamente carente, ma purtroppo il sistema di controllo vigente non prevede la possibilità di sostituzione. Per non parlare di quelli che in servizio chiacchierano fra loro anziché monitorare l’evolversi della situazione e ancora quelli ormai avanti degli anni chiamati a sostituire i titolari pur non avendo i requisiti fisici previsti per il ruolo.

L’ordine con cui i problem-maker usufruiscono delle attrezzature nel settore occidentale è improvvisamente messo in discussione da un ribelle, ma in questo caso gli addetti alla sicurezza sono pronti e intervengono con tempismo, sebbene uno di loro abbiamo evidentemente provato a fare il furbo garantendo al suo assistito una posizione che non gli compete.
Un altro tentativo di fuga, l’ennesimo, prova a scardinare le difese della sicurezza sul limite orientale, approfittando di una fase di stanchezza di un addetto che è chiamato alla sorveglienza di diversi problem-maker, alcuni dei quali già conosciuti per il loro carattere burrascoso che più volte li ha portati a tentare l’evasione. Il loro tentativo è velleitario, vengono immediatamente ricondotti nei limiti preposti e sedati con l’ausilio di calmanti ad alto contenuto di saccarosio.

Benvenuti in una giornata al parco non più tesa di tante altre da un addetto alla sicurezza di due bimbe…

Buon compleanno

Il mio ultimo 29 febbraio è stato un giorno molto particolare, sicuramente più prezioso degli otto 29 febbraio che l’hanno preceduto. Tanto per cominciare, è arrivato alla fine di un mese decisamente faticoso. A Bologna e provincia quindici giorni e forse più di neve quasi consecutivi non se li ricordavano in tanti. Pazienza, dirai tu, avrai fatto qualche giorno di ferie. Sarai andato a lavoro in treno. L’ho fatto, in effetti, ma siccome lavoro sull’Appennino, e i treni locali dei lavoratori quando passa il Frecciarossa devono fermarsi, spostarsi sul lato e chiedere scusa se esistono, è capitato che ci mettessi anche 5 ore per arrivare in ufficio, e 8 per tornare a casa. Ma cosa c’entri tu in tutto questo? C’entri perché tutte le sere, per quindici giorni e forse più, sono uscito, ricoperto come un pupazzo della Michelin, armato di pala, a ripulire l’auto dalla neve che la ricopriva. E non solo. Per quindici giorni e forse più ho spalato sei o sette metri di viale che dal posto auto conduceva alla strada. Perché l’auto doveva essere pronta in qualunque momento, e nessuno ostacolo avrebbe dovuto rallentare il mio ruolo più importante, quello di autista, per quel viaggio così importante. Per un pugliese non è normale. Un pugliese deve vivere reincarnarsi almeno tre volte per vedere tutta quella neve.

neve2012E alla fine quel viaggio l’abbiamo fatto in una mattina soleggiata, in quel 29 febbraio in cui non c’era più neve, e per fortuna non c’erano nemmeno vigili sulla fondovalle Savena perché ti assicuro che la mia utilitaria non ha mai corso tanto come quella mattina, dopo la telefonata che mi diceva che il momento era arrivato.Non è stata colpa mia, io le dicevo di andare piano perché l’importante era arrivare sani, ma non ne ha voluto sapere, scattava come una indemoniata ad ogni curva.
A dire il vero, il momento non era arrivato, perché il 29 febbraio l’abbiamo trascorso ad aspettarti invano. Ma tu avevi deciso di nascere a marzo, ché il compleanno volevi festeggiarlo tutti gli anni, e non ogni quattro. E così sei arrivata il giorno dopo.
Il primo di marzo. Sono orgoglioso di aver spalato la neve per quindici giorni, o forse più. Anche se non è servito, sono proprio i sacrifici che apparentemente non servono quelli che fanno di noi persone migliori.

Buon compleanno
Il tuo papà

2015. Un anno da giovane papà

bimbe_villaggioPiù invecchio, più mi rendo conto che un Natale all’anno è troppo

Papà oggi a cuola matenna è venuto Babbo Natale! Ma era finto però, no quello vero noncicascoio
noneravero-no-no
?
-Tu quanti anni hai papà?
– Quaranta..
-Ah…sei cresciuto davvero tanto papà!

Papà ma cosa ha faciuto la mamma di Icaro quando è tornata a casa dopo il lavoro? ?#?mitologia? ?#?domandedifficili?

– Che cosa dice quella maglietta che ti sei comprato? Non saranno cose brutte?
– Niente cose brutte, ma’, non vedi? AC/DC. Azione Cattolica Democrazia Cristiana.
– Hum…

3 minuti di emozione, 3 ore di scientifico sminuzzamento dei cabasisi. prepararsialsaggiodidanza

Papà io non ti ho sentito, ma tu hai gridato “bis” quando abbiamo finito la canzone?
– Ehm…Certo! È che ero lontano per fare le foto dal fondo!

Svuotare un vasino colmo senza bagnarsi la punta dei piedi è un’operazione molto più complessa di quanto non appaia ad una prima sommaria valutazione

È arrivato il momento di fare delle scelte educative importanti, come padre. Sono decisioni difficili da prendere. Ebbene, devo iniziarla al cammino di “Star Wars” seguendo la cronologia narrativa, partendo dunque dalla Minaccia Fantasma, oppure seguire una linea storica-produttiva e iniziare da Guerre Stellari? Nel primo caso, potrebbe non avere voglia di vedere il seguito, nel secondo vivrebbe l’esperienza che è toccata a tutti noi, e cioè griderebbe sconsolata “Prequel? E lo chiamate prequel?” Potrei nasconderle del tutto l’uscita dei tre film prequel. Ma per quanto tempo potrei nasconderle la verità?

Dammi a cannuccia!
– Prenditela tu, non sono mica la tua serva. Oppure chiedila a papà.
incimaallagerarchia

– Questa non è una principessa, è una fatina, vedi? Ha le ali.
– Ah. Peò novvola.
– Perché dici che non vola? Ha le ali…
– Novvola pecché è un gioccatolo.
nonfaunapiega

– Papà, papà, andiamo a vederlo al cinema?
– Eh, dipende… Se prendi parecchi “bravissima” ci andiamo
– Ma guarda che non è che posso prendere dei “bravissima” così, quando voglio. Al limite possiamo fare che ci andiamo se non prendo più nemmeno una nota. Che dici?
….
farapiustradadime

 

Il passeggino

Chi ha letto il mio romanzo “Ballata in sud minore” sa quanto sia portato a legarmi ad oggetti che mi aiutano a ricordare. Ma certo tutto non si può conservare, arriva il momento in cui occorre fare spazio. E così anche per noi è arrivato il momento di liberarci dei passeggini.
Il primo era un autentico fuoristrada, possente e carrozzato, in grado di garantire ogni confort al pargolo (chiusura ermetica contro la pioggia, imbottitura, ampie possibilità di movimento, cinture di sicurezza da caccia bombardiere, spazio per giocattoli, biberon e quant’altro). Il classico passeggino della giovane coppia che non bada a spese per la primogenita. Ma che soprattutto non valuta il peso di quel piccolo trattore destinato a comprimere più di qualche vertebra del genitore beato.
Dopo 7 anni di uso, non credo di aver compreso appieno la meccanica di quell’aggeggio. Fino all’ultimo ho sbagliato leva per cui costringevo le mie figlie a crollare all’indietro quanto l’obiettivo era solo bloccare le ruote, per non parlare di tutte le volte che disperato l’ho infilato nel portabagagli ancora aperto, vinto dalla sua tenacia nel rifiutare ogni mio tentativo di chiusura. Ne abbiamo passate tante, con quel passeggino. Come quel giorno che la postina in moto mi fece segno con la mano, mentre buttavo la spazzatura, per indicarmi  che la pargoletta anziché attendere trenta secondi buona era riuscita smuoverlo. Breve corsa sul marciapiedi per recuperarlo, con successivo capitombolo della piccola peste. Niente di grave, per carità, ma per lo spavento mi feci tre camomille di fila prima che la tachicardia mi desse tpassegginoregua. Ne ha fatti di chilometri, il piccolo suv, godendosi i momenti di celebrità, come la prima volta che è apparso dai nonni portando in sé il piccolo tesoro eccitato, oppure alla presentazione di “Bologna l’oscura“, in fondo alla sala, consapevole di attrarre l’uditorio molto più dello scrittore, grazie anche ai mugolii ruffiani del passeggero. Un po’ mi mancherà l’abitudine a guardarlo con la coda dell’occhio, parcheggiato sornione dietro l’albero al parco mentre aiuto mia figlia ad arrampicarsi sullo scivolo, e mi mancherà anche il suo capiente fondale capace di trasportare libri, giochi, ombrelli, biscotti, cambi, insomma il minimo indispensabile per chi esce di casa con un bimbo che ha meno di tre anni.

Il secondo passeggino mi catturò un pomeriggio che facevo la spesa in un centro commerciale. Era incredibilmente sexy, così slanciato, leggero, esile eppure resistente. Fu amore a prima vista. L’immagine rassicurante di un personaggio disneyano l’avrebbe fatto ben volere anche alle passeggere, mentre io di quel passeggino amavo la semplicità. Niente imbottitura, una copertura appena accennata, niente fronzoli, solo muscoli scattanti e rapidità. Un passeggino capace di chiudersi in pochi secondi e di entrare persino nel minuscolo bagagliaio di una utilitaria a metano. Ricordo ancora la prima volta che portai tutte e due le bimbe in centro, lo sguardo commosso della gente che ci vedeva salire in autobus, guardate quel papà con le due bimbe, che caro, e dire che non è nemmeno tanto giovane… Lo chiudevo e lo mettevo sotto braccio mentre con le mani tenevo ben salde le due eredi. Io, il passeggino e le bimbe abbiamo formato un quartetto vincente. Siamo stati più volte in centro, ai giardini Margherita, ma anche in vacanza, sulla spiaggia, in pineta, al teatro. Nulla sembrava in grado di fermarci. Liberi e leggeri come un diciottenne al suo primo inter-rail. Certo qualche grana me l’ha procurata anche lui, soprattutto  perché aveva solo due modalità di guida, con le ruote libere di girare o bloccate, ma le alternava gaudente senza alcun preavviso.

I nostri due fedeli segugi, per sette anni il primo, quattro il secondo, ci hanno aspettato, ogni mattina, in fondo alle scale, pronti per scorrazzare le bimbe al nido e riportarle a casa, per la domenica dagli zii e le passeggiate al parco, per correre mentre le risate del passeggero incitavano “più veoce, più veoce”, o trasformarsi in piccoli giacigli nelle serate più lunghe. Ma le bimbe sono cresciute e l’amministratore di condominio ci ha ricordato una volta di più che la loro occupazione del pianerottolo era abusiva.

E così i passeggini se ne sono andati, a ricordarci, una volta di più, che siamo di passaggio anche noi.

 

Papà, facciamo i compiti?

altalenaNon mi è mai piaciuto fare i compiti. Andare a scuola era un dovere, magari noioso, ma, con i limiti della maturità che può avere un bambino, ne comprendevo l’utilità. Ma i compiti no, i compiti erano un’invasione dei miei tempi che tolleravo a fatica. Certo c’era qualche eccezione: non mi dispiacevano i “pensierini” che poi divennero “composizioni” e infine “tema”. E anche gli esercizi di matematica, quelli con il risultato finale previsto che doveva corrispondere al tuo, avevano un che di divertente, una sorta di rompicapo. Insomma però, sempre compiti erano.
Con i ricorsi storici che la vita ci propone, anche i compiti, come i peperoni, si ripropongono. Sono quelli di mia figlia, che ovviamente chiede un sostegno al papà o alla mamma. E se il tempo pieno ci ha liberati dall’incombenza quotidiana, ecco che lo spettro della paginetta fitta fitta del diario si protende minaccioso sugli equilibri del week-end.
E il guaio è che adesso non posso nemmeno farli io, i compiti (anche se la tentazione è forte: con tutto quello che ho da fare, non posso, davvero non posso aspettare che tu colori quella paginetta, tesoro mio). Devo, come dire, sovraintenderli, indirizzando talvolta le scelte (non se ne parla proprio, cominciamo con la matematica: le letture le farai quando sei ormai cotta) sollecitando l’operatività (e basta temperare le matite! Pensa a ‘sta cacchio di sottrazione che siamo fermi da dieci minuti!) sostenendo nei momenti di difficoltà (lo so che scrivere in corsivo è faticoso e ormai quasi inutile e ti servirà a poco nella vita, ma il bello sta proprio nello scoprire quante cose non ti sono servite cammin facendo. Non posso mica toglierti il gusto elencandole tutte adesso!).
Insomma, ho un ruolo di responsabilità. Con l’aggravante che il resto della dirigenza mi boicotta (la mamma mi ha sempre fatto fare così) e che i reparti operativi non nutrono particolare rispetto per i vertici, sapendo che non posso né licenziarli né rifiutare loro le ferie (uffà papà non è così che si fa).
Quali altri ricorsi mi riserva il futuro? Devo prepararmi alle nottate prima delle interrogazioni e al ritiro a inizio della stagione sportiva? Non lo so. Anche perché, con l’avanzare degli anni, più che ricorrere, al massimo queste attività ripasseggiano, che di più non ce la faccio.

I papà e la tivù dei piccoli

tivvuAlla fine è successo anche a voi, siete diventati papà. E dopo i primi mesi trascorsi attaccati a mammina, ecco che i pargoli acquistano autonomia, si rendono intraprendenti, cominciano a nutrirsi di strumenti televisivi di indottrinamento di massa. Ed è bene che vi prepariate, perché è roba che picchia 24 ore al giorno su cinque o sei canali, per non parlare di quelli tra voi talmente ricchi da comprarsi anche i canali a pagamento (non è il mio caso, se non si è capito dal rancore sottinteso).
Avete presente le teorie sulla parità dei sessi, sulla costruzione sociale del genere, sulla libertà di crescere liberi da cliché? Bene, dimenticatele. Perché gli autori dei programmi per bambini queste teorie non le conoscono. Se avete una figlia femmina, la parola chiave sarà: principessa. Non architetto, ingegnere, e nemmeno astronauta. Vuoi mettere tutta quella fatica sui libri per trovare poi un lavoro sottopagato o dover fuggire all’estero, quando puoi trovarti un bel fusto e farti mantenere tutta la vita? Certo dovrai magari per un po’ occuparti delle faccende domestiche (Biancaneve e Cenerentola) ma poi vivrai felice e contenta. Oppure dovrai fare lo sforzo di baciare un rospo, che però ti sistemerà per sempre. Ancora meglio se tua madre ti toglie questa incombenza e il re se lo sposa lei, come succede a Sofia la principessa.
Certo, qualche eccezione c’è. Come la dottoressa Peluche. Che non è un’attrice porno anni settanta. Dimenticate quelle cose, siete papà ora. È una simpatica aggiustatrice di giocattoli, ma attenzione, è di colore. Evidentemente s’è trovata un lavoro visto la carenza di principi nel suo quartiere. Che poi il lingua originale è Doc McStuffins, e a quanto mi risulta non aggiusta i peluche. Davvero i traduttori stavano pensando ad altro. A CUI NON DOVETE PENSARE VOI. Siete papà ormai.
E già che siamo in tema, ricordate che la mamma di Peppa Pig è una porcellina. Non una maiala, e nemmeno una porcellona. Anche se, considerando il perenne sorriso soddisfatto di suo marito, probabilmente un po’ porca è. Ma rimanga tra noi. E le Wings, nonostante gli abiti striminziti, il trucco vistoso e i tacchi a spillo non fanno il mestiere più antico del mondo. Sono fatine. Ricordatevelo, perché il giorno che i vostri figli troveranno nascosto in un cassetto quel vostro vecchio dvd che non avrebbero dovuto scoprire, spiegherete loro che quello è un film di fate, solo per bambinoni un po’ più grandi.
Se invece avete un figlio maschio, probabilmente i suoi modelli televisivi saranno il postino, il pompiere, il costruttore edile e il vichingo. Considerando che non ci sono da anni concorsi pubblici e vista la crisi dell’edilizia, probabilmente indossare un copricapo con le corna e assediare i porti a bordo di velieri a vele non sarà poi una cattiva idea, un domani.

PS Lo so, lo so, ci sono delle valorose eccezioni, da Pocahontas a Ribelle, passando per Tiana. Per non parlare della mia preferita, Fiona. Ma sempre aristocratiche sono. Insomma l’idea che ci provino a insistere su ruoli nobiliari stereotipati rimane, specie per quanto riguarda la Disney. E per i maschi le cose non migliorano: qui se non sono nobili sono insulsi. L’eroe per quelli della mia generazione era l’intrepido Zorro. Adesso c’è quel palestrato salutista di Sportacus che mangia solo mele, ha gli stessi baffetti di Zorro ma il carisma di un Don Diego in pigiama.