Il festival ai tempi della lega

Panem et circensem, dicevano i romani.
Un po’ di circo serve a tenere buone le masse, visto che di pane ce n’è poco.
E l’ultimo circo ancorsa esistente è proprio Sanremo, in un tripudio leghista a cui mancavano solo le bandiere verdi. Perché dico questo?
Perché nell’era delle escort e delle massaggiatrici, l’unico momento di vero spettacolo è stato dato da una donna nuda in una coppa di champagne. Su Rai Uno! Ai miei tempi bisognava aspettare Colpo Grosso sulle emittenti locali.
Perché non c’è un annunciatrice, ma due tette con dietro una testa, quella rassicurante e un po’ stiracchiata della Clerici che, come fa notare un articolo di Repubblica, cita Morgan come se fosse Montale.
Perché tra gli esclusi ci sono due terroni come Nino D’Angelo e Toto Cutugno (soprattutto quest’ultimo però non ha fatto molto per evitare l’esclusione) e quel circolo di nostalgici monarchici che inneggia all’Italia unita in un tripudio alleanza-nazional popolare.
Perché ci sono giovinastri insulsi privi di talento ma molto intonati sfornati dai talent-show che servono a dare un’illusione ai precari narcotizzati dalla televisione.
Perché ci sono scampoli di sinistra (Cristicchi è l’unico raggio di sole in un questra brughiera nebbiosa) ma quando i Nomadi e Irene Fornaciari cantano "Perché il modo piange?" verrebbe da scuoterli e gridare: e ve lo domandate pure?
Perché la regia dà un colpo al cerchio e uno alla botte e regala un occhio di riguardo a Moro (split screen?) e al suo alter ego di destra Povia, meno orecchiabile del solito, la cui canzone probabilmente finirà come merita, sepolta da uno spesso strato di indifferenza.
Mentre un bell’assolo di basso riscatta una canzone di Ruggeri molto al di sotto della sua media e le coriste di Arisa strappano l’unico sorriso della serata, non resta che aspettarci la ronda finale che canti O mia bella madonnina e in un sussulto di orgoglio ci spinga a scuoterci e spegnere il televisore.

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