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Le serie tv consigliate da papà

TelecomandoLe serie tv sono sicuramente uno dei fenomeni dei nostri anni: certo, anche trent’anni fa guardavamo i telefilm, ma la complessità della scrittura, la qualità della produzione, la cura dell’ambientazione e il valore stesso degli attori erano ben lontani da quelli di oggi. E insieme alle serie ci sono tante recensioni qualificate, accurate, interessanti.
C’è davvero bisogno di altri consigli? Ci ho pensato prima di scrivere questo post, e ho pensato che il mio contributo in fondo può essere di qualche utilità: le serie che consiglio infatti sono le serie che secondo me vanno per le famiglie. Attenzione, non mi riferisco a quel genere “family” che di fatti raccoglie film per bambini. Quelle sono serie che i bambini possono guardare da soli. No, io penso a serie che, proprio per i contenuti, è consigliabile guardare in famiglia perché danno il via a spunti, discussioni, e perché no, a toccare alcuni elementi un po’ pruriginosi che però devono far parte dell’educazione dei nostri figli

How I met your mother

Arriviamo subito al sodo: questa serie parla di sesso. Tanto, in tutte le forme. Molto più di quanto non facesse Friends, di cui pure HIMYM è la naturale prosecuzione. Per uno dei personaggi principali, Barney, è praticamente un’ossessione. Però è una sessualità raccontata sempre in senso gioioso, allegro, divertente, forse un po’ libertino (senza forse) ma che offre al genitore tante possibilità per offrire spiegazioni che prima o poi bisogna dare, e forse meglio prima. Papà cosa sono i profilattici? Sono dei guanti che i maschietti mettono sul punto intimo sia per non avere figli sia per non trasmettere o prendere  alcune malattie brutte, non come l’influenza o il raffreddore, peggio, molto peggio. Papà cos’è un’erezione? Quando un maschietto è molto, ma davvero molto contento, e non riesce a contenere il suo entusiasmo. Papà che vuol dire vergine? Che non è mai stato con un uomo o una donna. Ma non dovete preoccuparvi, prima dei 35 anni almeno è così per tutti, lo sarà anche per  voi. Papà cosa stanno mangiando? Deve essere cibo piccante… (Piccola nota per chi non ha mai visto la serie: quando i protagonisti fumano delle canne, soprattutto negli anni del college, sono rappresentati come se mangiassero hotdog, con un atteggiamento puritano tipicamente yankee. Solo che gli hotdog non producono gli stessi effetti).

Legends of Tomorrow

La serie in questione racconta di un gruppo di supereroi che viaggiano nel tempo per evitare che i cattivi  distruggano il mondo. Ci sono tutti gli elementi del genere supereroistico declinato in salsa teen-ager, come nel nuovo corso della DC Comics impresso (ahimé) dai nuovi padroni della Walt Disney, per cui più che
dubbi sulla responsabilità di salvare gli indifesi, qui i dubbi sorgono su quanto è carino tizio e quanto slancia la tuttina di caia.

Da un punto di vista narrativo interessante l’incredibile cross-over che ha coinvolto addirittura quattro serie (oltre a Legends, anche Arrow, Super Girl e Flash) incrociandole in un episodio, trionfo produttivo davvero notevole, al di là del risultato. Il motivo per cui può essere interessante vederlo in famiglia è che una delle protagoniste, Sara Lance, è dichiaratamente lesbica. O fluida, o come cavolo si dice (non voglio essere offensivo ma davvero ormai nell’universo non eterosessuale ci sono più sigle che nei formati video). Però vive il suo stato senza troppi pudori, remore o peggio ancora vergogna, come dovrebbe essere per tutti.

The IT Crowd

Questa serie è un gioiellino inglese di parecchi anni fa ambientato in una azienda di non si sa bene cosa. I protagonisti sono i classici “nerd” dell’ufficio di  assistenza informatica, in uno scantinato disordinato, ma qui più che le loro passioni e i loro limiti sociali a essere messi alla berlina sono i comportamenti
organizzativi: il capo con i suoi strampalati discorsi motivazionali, il collega i cui problemi si risolvono spesso con una battuta (ha già provato a spegnere e riaccendere?), l’incompetenza diffusa. Bambine, è in un posto così che andrete a lavorare un giorno. Se sarete così fortunate da trovare un lavoro.

Community

Anche in Community non mancano i riferimenti più o meno espliciti ad attività e gusti sessuali, forse in maniera più visionaria che in altre serie (il preside di una fantomatica università di serie B si traveste da donna praticamente ad ogni occasione). Ma in verità l’aspetto straordinario di questa serie è il suo essere così completamente intrisa di cinefilia. Papà che citazione è questa? E quest’altra? Papà questo che genere di film è? E vi assicuro che per trovare tutti i richiami avrete bisogno di Wikipedia a portata di mano. Attenzione, le citazioni in Community non sono banalmente testuali, ma al contrario impregnano gli episodi. Così ci sarà quello in cui i protagonisti, a causa di cibo avariato, rivivono la notte degli Zombie, quello girato come un gangster movie, fino ad arrivare addirittura ad un episodio girato in passo uno, con i pupazzi di plastilina, per capirci. Geniale.

I Goldberg

Concludo con una serie, questa sì, per famiglie, anzi forse la serie per famiglie per eccellenza. Buoni sentimenti, nostalgia, ironia, ci sono tutti gli elementi di cui sono intrisi questo genere di prodotti americani dai tempi dei Robinson. Con una prerogativa: la serie è ambientata negli anni ottanta, e si apre sempre con la voce fuori campo dell’autore che ricorda qualcosa di quegli anni. Dalle spalline nelle giacche alle audiocassette, dalle riprese con le enormi videocamere VHS ai capelli cotonati, solo chi è senza cuore può guardare questa serie senza un briciolo di emozione. Oppure, come accade con le mie figlie, balbettare di fronte a domande che sono una pugnalata al cuore per noi ometti di mezza età: papà, ma non c’era Youtube negli anni ottanta? Che cose’è un floppy-disk? Chi erano i Twisted Sisters? Che programma era Supercar? Preparate i fazzoletti, ne avrete bisogno.

Sanremo 2019 il giorno dopo

Sanremo 2019

  1. Salvini prende bene la vittoria di un ragazzo figlio di un egiziano e annuncia che il nuovo tracciato della tav passerà dall’Ariston
  2. Achille Lauro cambierà il ritornello in “Fiat Panda, Fiat Panda”, per non perdere il reddito di cittadinanza
  3. Per venire incontro alle proteste dei fan di Patty Pravo e Loredana Bertè gli organizzatori annunciano che dal 2020 si potrà votare di persona facendo la fila alle poste
  4. Quand’è che Cristicchi e Silvestri impareranno la differenza tra canzone e audiolibro?

Happy Town, ovvero la serie più straordinariamente balorda di sempre

HappyTownHo scoperto la serie televisiva più assurda, incredibile, maldestra e sfortunata di sempre. Ed Wood l’avrebbe amata. Talmente scritta male da meritare di diventare un prodotto di culto: si chiama Happy Town e vi spiego perché dovreste vederla tutti.

Ho una passione particolare per le mini-serie televisive; quelle insomma che si concludono dopo una stagione, con una decina di episodi al massimo. Credo che sia la durata necessaria per approfondire una storia ed eventuali sotto trame, con un approfondimento anche dei personaggi minori per il quali per esempio non c’è spazio nelle due ore di un film, senza però scadere nei passi falsi che possono verificarsi dopo decine e decine di episodi anche nelle serie migliori. Non è un caso che la trasposizione di romanzi spesso trovi in questi prodotti televisivi i suoi spazi migliori. Tanto per capirci, se volete vedere una serie di questo tipo fatta veramente bene, guardatevi Broadchurch, un piccolo capolavoro di alcuni anni fa.

E poi fate il confronto con Happy Town, la serie più incredibilmente cialtronesca che sia mai stata scritta. Non sto scherzando: la visione di Happy Town dovrebbe essere obbligatoria in tutti i corsi di scrittura creativa, cinema, comunicazione, perché è un autentico esempio di come non si scrive e produce un programma televisivo. L’aspetto più affascinante, però, è legato al fatto che non ci troviamo di fronte ad un prodotto amatoriale, di basso profilo, con budget contenuti. Al contrario. La serie è stata prodotta dalla ABC, gli attori si impegnano per quanto possibile, e la confezione è più che dignitosa. Non condivido infatti le critiche di chi l’ha considerata un prodotto diretto e girato male; per carità, anche da questo punto di vista ci sono dei limiti evidenti, ma niente che rimanga impresso. Gli americani sanno girare i telefilm, sanno gestire scene d’azione e paesaggi inquietanti, dai. In questa serie poi si usa spesso la tecnica delle canzoni il cui testo si intreccia con gli avvenimenti tanto caro a Cold Case, per dirne una. Il problema è che le scene d’azione devono avere un senso. Devi offrirmi una spiegazione logica a quello che dici. Happy Town non lo fa. Mai.

Certo il doppiaggio italiano è pessimo, ma immagino sia dovuto al fatto che i doppiatori siano stati frenati dallo sforzo di non ridere mentre recitano le battute di fronte alla sceneggiatura più farneticante degli ultimi vent’anni. Gli originali americani invece si impegnano, ci provano, anche se sono sempre più convinto che fossero tutti drogati oppure siano non attori in carne e ossa ma prodotti di animazione. Non si spiega infatti come a nessuno ad un certo punto sia venuto in mente di dire: ma che caxxo sto dicendo?

Ma andiamo con ordine. Happy Town è una serie mistery del 2010 in otto episodi. Già la sua storia ha qualcosa di affascinante: lanciata con un buon budget pubblicitario alle 10 di sera, quindi in una fascia non banale e comunque adatta al genere, è stata sospesa dopo appena tre episodi nel maggio 2010. La programmazione è ripartita a giugno per altri tre episodi, poi di nuovo sospesa. Gli ultimi due episodi, che ci crediate o no, non sono mai andati in onda in tv: per la vergogna il broadcast li ha trasmessi solo sul web. Ma dico io, avevano letto la sceneggiatura prima di metterla in onda? Qualcuno si era reso conto della storia più sconclusionata, azzardata, incoerente di sempre? Ripeto, una storia talmente balorda da lasciarmi affascinato. E qualcosa bisogna che vi racconti, della storia, senza fare spoiler.

Anche perché non potrei, perché anche se vi raccontassi tutto per filo e per segno, con ogni probabilità non ci capireste nulla. Come potreste? Sembra scritta da un ubriaco che utilizza a casaccio un programma per la produzione automatica di testi. Dunque, l’inizio non è dei più promettenti: siamo ad Haplin, Minnesota, la solita provincia americana dove tutti si conoscono, si vogliono bene, talmente serena da essere definita appunto Happy Town. Scopriremo poi che c’è una vecchia che può decidere chi farà lo sceriffo e può far aprire e chiudere le uniche (?) vie d’accesso alla città che neanche il Truman Show, ma vi assicuro che questi non sono i passaggi più illogici, anzi. Però c’è un omicidio, e una ragazza venuta da lontano per cercare qualcosa in una casa misteriosa. Una casa in cui si nasconde un oggetto misterioso, e per evitare che qualcuno sospetti dove sia, lo si nasconde in un piano dell’abitazione dove a tutti è vietato entrare. Oggetto che avrebbe potuto tranquillamente essere distrutto ma che invece è conservato lì, con impronte e tracce e quant’altro. Geniale. Vi dirò, dopo lo scetticismo iniziale, la storia ha cominciato ad appassionarmi. Non capisco infatti -seriamente – l’iniziale insuccesso, perché i primi tre episodi lanciano talmente tanti percorsi, indizi, suggerimenti, che uno si dice: cavolo, ci sanno davvero fare. Tutti questi personaggi, tutti questi misteri. Non ci sto capendo una emerita fava per quanto mi sforzi, non vedo l’ora che mi svelino quello che non ho notato. Già dalla quarta puntata ti viene però il dubbio che forse nemmeno gli sceneggiatori siano poi così sicuri del fatto loro. Perché va bene, il delitto principale si è risolto in fretta, ma nel frattempo sono avvenuti decine di episodi misteriosi che dovranno pure avere un senso. Attenzione, qui faccio spoiler: non hanno alcun senso. Avete presente tutti quei passaggi di Lost che sembravano aprire un percorso di marcia che poi gli autori decidevano di abbandonare? Per una serie così lunga era anche comprensibile, soprattutto perché cominciavano a verificarsi soprattutto a partire dalla terza stagione. Prima di allora, la storia aveva tenuto. In Happy Town la storia deraglia meravigliosamente senza alcun rispetto per la logica, la natura umana, la psicologia e qualunque mondo possibile già dopo quattro episodi. La storia infatti fa emergere come nella cittadina da anni imperversi un “uomo magico” che fa sparire donne e bambine. E quindi tutto sembra rivolgersi verso questa direzione, cioè l’arresto dell’uomo magico. Mentre osservavo l’ultima puntata, guardavo nervosamente i minuti che mancavano al termine, dicendo: diavolo, ci sarà qualche indizio, adesso. Il colpo di scena. Il gioco di prestigio. E ho atteso fino agli ultimi due minuti, quando in effetti scopriamo chi è l’uomo magico. Forse. Perché, se non sono stato chiaro, ho continuato a non capirci una cippa lippa fino alla fine. Non vi dirò chi o cosa potrebbe essere l’uomo magico, questo è ovvio, ma quello che vi dirò è che è impossibile che lo scopriate. Non pensate di essere abbastanza intelligenti; anzi, più intelligenti siete, peggio è. Se vi fate una ricerca in rete, scoprirete che nessuno ha capito niente. Perché, tanto per darvi un’idea, è come se alla fine del Sesto Senso (attenzione, spoiler, ma cavolo, l’avete visto tutti, no?) scoprissimo che si, Bruce Willis è morto, ma è stato ucciso da un cugino di secondo grado del bambino che passava di là, era incavolato per un’unghia incarnita e che prima lo ha avvelenato, e poi gli ha sparato per confonderci le idee. No, non basta, non sono abbastanza delirante. Diciamo che un po’ come se scoprissimo nelle ultime pagine che Renzo e Lucia sono due extraterrestri venuti per impossessarsi del pianeta e che Don Rodrigo era un poliziotto venuto dal futuro per fermarli. No, neanche così. Non sono all’altezza. Bisogna che guardiate questa serie per godervi appieno la più straordinaria attaccatura con lo sputo che mai sceneggiatura umana abbia saputo produrre.

E qui c’è il vero mistero: forse i produttori speravano in una seconda stagione in cui avrebbero spiegato qualche passaggio? Seminando indizi da sfruttare magari anche per una terza e una quarta? Mi sembra la più plausibile delle spiegazioni, anche se sarebbe stato a quel punto molto più dignitoso un finale aperto, rispetto ad uno balordo. Tornando a Lost, temo che sia questa la serie ad aver maggiormente influenzato i folli autori, più che Twin Peaks che alcuni citano, con tutti quei misteri e quei presagi che non conducevano a nulla. Ma ripeto, in Lost i colpi a vuoto hanno cominciato ad emergere dopo un bel po’ di episodi, e tutto sommato il finale, per quanto forzato, per quanto lasci aperti molti punti contradditori, tiene. Il finale di Happy Town no, il finale di Happy Town è uno scherzo talmente fuori da ogni grazia di Dio che mi fa dire, amici, dovete assolutamente guardarlo.

Sanremo: cantano tutti (e poi patteggiano)

musicaE comunque il colorito di Carlo Conti non esiste in natura. Io c’avevo un Big Jim di quel colore, ma era perché lo lavavo con il sapone da bucato.

Tutti “Je suis Charlie”, tutti liberi e libertini, poi Siani fa una battuta infelice su un bambino sovrappeso (ciccione non si può dire) e apriti Cielo siora Maria dove mai andremo a finire.

Certe nuove proposte sono talmente vecchie che per televotarle serve il piccione viaggiatore.

Ciribiribì Kodak! Ah, no, è Nesli.

Dopo la Premiata Forneria Marconi posso anche andare a dormire

Qualcuno sa come si fa a televotare il tatuaggio più tamarro a Sanremo?

Sanremo: vincono tre giovani che fanno cose che nemmeno due secoli fa. La perfetta sintesi dell’era renziana.

L’orizzonte di Peppa Pig

Peppa_Pig
Dal sito www.peppapig.com

Uno degli argomenti di discussione nelle piazze virtuali e reali degli ultimi giorni, complice lo stop del campionato, la mortale noia della politica e la mediocrità dei cinepattoni, è il successo di Peppa Pig, un programma televisivo dedicato ai bambini in fascia prescolare. Sono già state scritte tante analisi sul programma, e non sarei in grado di aggiungere molto di interessante a quanto riportato per esempio da questo articolo.

Condivido l’apprezzamento verso le scelte stilistiche degli autori: disegni bidimensionali, colori netti e senza sfumature, durata (5 minuti) sufficiente a raccontare una storia ma non tanto da annoiare i più piccoli, il commento sonoro puntuale e mai ornamentale. Mi piacciono anche gli elementi tipici della modernità (il papà che cucina mentre la mamma lavora, l’incontro con la famiglia dei conigli, che hanno abitudini “diverse” ma in fondo condividono i valori di base dei maialini, il ruolo diseducativo ma affettuoso dei nonni).

Sottoscrivo anche l’opinione di chi considera il merchandising intorno a questo prodotto eccessivo e invadente: scadente, aggiungo io, nel senso che i prodotti editoriali che sfruttano l’immagine di Peppa Pig non hanno nulla della geniale gestione dei contenuti del programma, ma si limitano a riproporre stancamente soluzioni che prima sono state di Winnie The Pooh, delle Principesse, di Topolino. Fin qui ribadisco concetti già ampiamente risaputi.

Ad un certo punto però ho sentito l’esigenza di aggiungere qualcosa al dibattito, in particolar modo dopo l’articolo sul tema di Gramellini. Ora, da sempre considero Gramellini uno scrittore e non un giornalista: in quanto tale tende a usare elementi e informazioni per raccontare le “sue” storie, per condirle e renderle saporite, per ammaliare il lettore e condurlo lungo un percorso che ha preparato per lui. Comportamenti ineccepibili per uno scrittore ma deontologicamente discutibili per un giornalista. In questo caso almeno Gramellini ha l’onestà intellettuale di ammettere la sua ignoranza sul tema, e il fatto di aver cercato di recuperare con una full-immersion di episodi della maialina rosa e della sua famiglia. Ora, Gramellini apprezza la famiglia così politically correct e rassicurante penstata dagli autori dopo anni di provocazioni, cinismo, sarcasmo e cattiveria. E così scatenando le ire di una certa sinistra radical chic per la quale se un programma non contiene incesto, tossicodipendenza e tratta delle bianche allora è mistificazione della realtà, è neofascismo edulcorato, è oppio per le coscienze da narcotizzare con immagini tranquillizzanti.

A parte il fatto che mi piacerebbe che la sinistra tornasse a cercare di risolvere i problemi invece di limitare a raccontarli con dissimulato compiacimento, in una catarsi consolatoria da piccolo borghesi che discutono di Darfur durante l’apericena, il punto è che sia Gramellini che trova Peppa Pig rassicurante sia i suoi oppositori che denunciano l’assensa di mafia e stupri durante gli episodi non mettono a fuoco il fulcro del programma. Che è il punto di vista narrativo, che è quello di una bambina di 4 anni.

Non so se avete presente cosa sia un diorama. Si tratta di una riproduzione ambientale che sfrutta le regole della prospettiva per rendere maggiormente realistici e avvolgenti gli scenari. Tipicamente si usa per il presepe o per altre scene di ambientazione religiosa: per godere però a pieno degli effetti pensati dall’autore bisogna vederli ponendo lo sguardo all’altezza dell’orizzonte del diorama. Infatti quando vengono mostrati al pubblico sono di solito presentati in modo che l’occhio dello spettatore raggiunga l’altezza delle statuine e che il campo visivo sia limitato. In questo modo – se l’autore è stato bravo – si può rimanere affascinati dai paesaggi tridimensionali, dagli ambienti paesaggistisci sullo sfondo, dal gioco di luci e di colori, dall’impressione di essere di fronte ad una fotografia in 3d. Se però un diorama lo si osserva lateralmente, o da un punto troppo alto o troppo basso, allora tutto il gioco si perde, e la magia è sostituita dall’osservazione sciapita di una specie di plastico stretto e lungo.

Per capire Peppa Pig bisogna osservarla come si osserva un diorama: dal punto di vista di un bambino. Che non è quello del critico televisivo e nemmeno quello del vicedirettore di un giornale. Io credo di aver imparato da Peppa Pig più dall’osservazione delle mie bimbe, fedeli spettatrici, che dalle mie limitate competenze analitiche. Non è corretto dire che Peppa Pig è rassicurante, perché non parla di buco dell’ozono, malattie invalidanti o crisi economica: questi temi sono estranei anche al più sfortunato bambino di tre anni (tra gli spettatori di Peppa Pig, ovviamente: quando hai lo stomaco gonfio per la fame hai problemi più seri ma di certo non guardi la tivù). Però questo non vuol dire che a due anni non si soffra: a quell’età si soffre per la rottura del giocattolo preferito, per la gelosia nei confronti del fratello o della sorella minore, per una gara all’asilo in cui non si riesce a primeggiare.

Voglio sperare che i miei 25 lettori non si siano ariditi al punto tale di aver dimenticato che per queste situazioni si può piangere, essere intimiditi, avere paura e in’ultima analisi soffrire a quell’età. E questi elementi sono tutti presenti in Peppa Pig: perché un bambino di tre anni nel mondo occidentale non ha paura del cybercrimine, ha paura di salire in cima ad uno scivolo. Però il batticuore, l’adrenalina e i tremori sono gli stessi, anche se certi grandi l’hanno dimenticato. Rassicurante per me è il manga giapponese in cui un orsacchiotto venuto dal futuro risolve tutti i guai infilando la mano in una tasca magica, non quello in cui Peppa impara che se vuole imparare a pattinare deve seguire i consigli della mamma, perché se non sai frenare poi finisci a terra, e ti fai male.

Se volete capire Peppa Pig, prima abbassatevi per porre lo sguardo all’altezza dell’orizzonte giusto. Fate ancora in tempo.

Il calcio è uno scontro cuore a cuore (cartoni animati giapponesi…)

Immagine tratta dal sito www.raigulp.rai.it. Tutti i diritti del proprietario
Immagine tratta dal sito www.raigulp.rai.it. Tutti i diritti del proprietario

Appartenete a quella generazione che si domandava come mai i campi di calcio di Holly e Benji fossero così lunghi da risentire della curvatura del pianeta? Vi siete mai chiesti dov’è che trasmettono partite di bambini in mondovisione, con tanto di pubblico e commentatore? Avete provato almeno una volta ad arrampicarvi sulla traversa per poi segnare in rovesciata?
Cari miei, la nostra generazione, profondamente turbata dalle evoluzioni dei giovani campioni del mondo giapponesi (Il Giappone campione del mondo? Ma di che? Di Sudoku estremo?) è superata.

Stamattina, mentre facevo colazione, sono stato letteralmente folgorato da un cartone animato trasmesso da Rai Gulp, che stava seguendo mia figlia: Inazuma Eleven.
All’inizio ci sono i soliti ragazzini variopinti che giocano in un campetto di periferia. Niente spalti gremiti, niente commentatori, sono quasi stupito da questa scena neorealista. Unica eccezione in nome della parità tra i sessi, stavolta giocano anche bambine, e giocano anche piuttosto bene: non è per fare il solito maschilista, ma già questa scelta mi sembra inverosimile.

Improvvisamente, da dietro l’angolo, appaiono un campione argentino, uno brasiliano, uno italiano (mi pare si chiami Paolo Bianchi, almeno nell’adattamento italiano) che chiedono di aggregarsi al gruppo. Che so, avranno preso un volo low-cost, tempo di fare un salto al campetto in Giappone, per l’ora di cena saranno di nuovo a casa. Con lo Shuttle. Ma insomma, siamo ancora a livelli più che accettabili per un cartone giapponese (non dimentichiamo che Mazinga Z usciva da una piscina le cui acque si aprivano in due che manco Mosè, alla faccia dei vasi comunicanti).
Comincia la partitella, e capisco subito che no, non ci siamo. Il portiere infatti non para. Grida “Scudo di energia evoluzione 1”,  diventa paonazzo, una specie di raggio alla Jeeg Robot d’acciaio genera una calotta che respinge il pallone.

Sticacchi. Altro che respinta di pugno, solo mi domando se gli spettatori di Sky accetterebbero di essere accecati tutte le volte che il portiere fa sta mossa.
Ma il bello deve ancora venire.
Due amichette del gruppo, che avevano scioccamente accettato due braccialetti da due vecchi capelloni (il vecchio capellone è una delle cifre espressive del cartone giapponese, evidentemente non conoscono allopecia da quelle parti), vengono infatti rapite via da un fulmine. La spiegazione è ovvia. Sono state rapite da due popolazioni di extraterrestri che abitano su una montagna lì vicino. Talmente vicino che i nostri eroi la raggiungono a piedi in cinque minuti (non c’è nemmeno bisogno dell’autobus).  Se solo il povero Giacobbo avesse saputo che gli extraterrestri abitano nella prima periferia di Tokio, e per raggiungerli basta una scampagnata!
Tralasciamo la parte ovvia che non ci sono genitori, né forze di polizia, e che ovviamente anche questi extraterrestri sono tutti bambini di scuola media. Tralasciamo il fatto che abbiano rapito le due ragazzine per sacrificarle e placare un demone, anche questo è ovvio. Il bello deve ancora venire. Come si decide la sorte delle due fanciulle? Ma con una partita a calcio, ovviamente. Anche gli extraterrestri (ma mi pare che nella versione originale fossero angeli e diavoli: la traduzione italiana ha scelto una versione che non irritasse il Vaticano; Voyager indagherà) infatti amano questo sport.
La partita neanche ve la racconto. Tutto un susseguirsi di “Zona Micidiale”, “Tornado di fuoco”, “Torre inespugnabile”. Insomma una specie di incantesimi a metà strada tra Harry Potter e Goldrake.
Il campo degli angeli è in ottime condizioni, erba verde e cielo azzurro, tre spettatori in croce, ma i nostri vincono, grazie anche al gol dello straniero Paolo Bianchi (e vai!). La fanciulla è salva. Ora tocca andare a salvare l’altra sconfiggendo i demoni, e non è difficile pronosticare un’altra vittoria. Temo che me la perderò.
Ho nostalgia di Holly e Benji.
Chiudo con un paio di citazioni che vorrei voi tutti appuntaste sulle vostre agende:
“Le mie gambe desiderano solo questo: correre per salvarti”.
“Il calcio non è solo questione di tecnica. Il calcio è uno scontro cuore a cuore”