La politica nel pallone

Mentre Di Canio continua a far parlare di sè per il suo saluto fascista alla curva (d’altronde di lui si ricordano soprattutto spintoni agli arbitri, risse e gesti plateali, vittorie sportive pochine) e i tifosi del Livorno cantano Bandiera Rossa, si afferma in coro sdegnati che politica e sport devono rimanere separati. Questo nel paese in cui la principale forza politica ha il nome di uno slogan da ultras ed è guidata da un presidente di una squadra di calcio. Nel paese dove per intraprendere un’attività “si scende in campo”, dove le autorità diventano arbitri e il governo fa pressing sul parlamento. Il miscuglio semmai è destinato a peggiorare, altroché. Ci aspettiamo calciatori di centro che anziché salutare le curve faranno una genuflessione verso la tribuna vip, gli antiproibizionisti che daranno una nuova interpretazione al concetto di tirare in porta e calciatori leghisti che festeggiano solo verso la curva nord perché la curva sud gli fa schifo. E la sinistra, dopo Fed, Gad e Unioni, finalmente troverà il suo nome condiviso e sentito:
Partito “Chi non salta Berlusconi è” Italiano.

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