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Cortili

Era il Maracanà esaurito in ogni ordine di posti dove vinsi la Coppa Intercontinentale con il Taranto, segnando di testa, in rovesciata e persino di tacco. Era la tana dei gangster dove alla guida della mia squadra di agenti speciali sventrai le organizzazioni criminali consegnando alle patrie galere i miei nemici giurati. Era il pianeta azzurro (o forse lillà, i colori non sono mai stato il mio forte) dove atterrai con la mia astronave riorganizzando la rivolta contro l’impero di Mingor e i suoi druidi assassini.

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Era il cortile di casa mia.

Se devo identificare un luogo della mia infanzia, non avrei dubbi nell’indicarlo. Complice una fantasia ipertrofica, in quel cortile ho trascorso intere giornate, vivendo avventure mozzafiato di cui ero regista, interprete e unico spettatore. Quando qualcuno mi vedeva saltare, gridare o addirittura prendere a calci palloni immaginari, chiedeva a mia madre se andava tutto bene, e lei sì, rassicurava che quel figlio non era affatto matto, non del tutto almeno, solo giocava in maniera piuttosto originale.

Crescendo ho affiancato alla fantasia una serie di discipline sportive reali: ciclismo – con i miei cugini e i mie fratelli giravamo in tondo quel cortile per giornate intere, e vinceva chi metteva i piedi per terra per ultimo – calcio – la porta era sotto la finestra di mia sorella, ma quando studiava non si potevano chiudere le persiane e quindi toccava tirare solo rasoterra – pallacanestro.

Come nelle migliori tradizioni hollywoodiane, mio padre assecondò la mia passione mettendo un canestro in cortile. Solo che il cortile era un po’ sghembo, per  cui ero bravo a tirare da fuori da sinistra, mentre da destra potevo riuscire solo con il sottomano. E però dovevo giocare con un ridicolo Super Santos, troppo leggero, perché le piante di mia nonna soffrivano troppo i rimbalzi di un vero pallone da basket.

E poi ancora in quel cortile hanno visto la luce piste per le gare di ciclotappo, epiche sfide con le biglie, persino partite di pallavolo (alle ragazze piaceva). Era in quel cortile che mio padre installava il suo enorme plastico per treni elettrici, e rimaneva deluso nel rendersi conto che non mi entusiasmava vedere il treno girare in circolo e preferivo mettere un po’ di pepe alla sceneggiatura lasciando una macchinina bloccata sul tragitto e guardandolo deragliare.

Se c’è un frustrazione che provo come giovane papà è il fatto di non poter dare alle mie figlie un cortile. Negli appartamenti non ci sono. Alcuni hanno il giardino, altri uno spazio condominiale, ma un cortile è un’altra cosa. A Bologna i cortili sono quei giardini meravigliosi all’interno di palazzi signorili dove si affacciano studi notarili e cliniche odontoiatriche per vip,  e dove un bambino con una palla verrebbe allontanto con male parole e rinchiuso in riformatorio, in caso di recidiva.

Per fortuna per ora per Natale mi hanno chiesto bambole, pupazzi e altri regali prevedibili. Se un giorno mi dicessero: papà, vorrei un cortile, sarei costretto ad ammettere che Babbo Natale non può permetterselo.

Il lettino da campeggio

I genitori sono chiamati ad alcuni difficili e straordinarie prove.
Una delle più delicate riguarda il giovane papà, e si manifesta di fronte alle prime vacanze con il cucciolo.
Si tratta di un’esperienza dura che segna molti e riduce l’autostmia di tanti altri, fino a far domandare loro se sono in grado di essere buoni genitori. Mi riferisco al montaggio del lettino da campeggio.
Si tratta di una diavoleria mostruosa inventata da qualche genio del male che ha avuto sicuramente un’infanzia terribile. Esiste in colori, forme e marche diverse, ma la sostanza è sempre quella: quattro assi devono sbloccarsi contemporaneamente e irrigidirsi sostenendo una struttura su cui poi si innesta un piccolo materasso.
Facile a dirsi.
Basta una frazione di un millisecondo, una distrazione, un rallentamento nella respirazione con il diaframma dell’addetto al montaggio e il magico click blocca solo tre assi. Il quarto resta floscio e mette a repentaglio la stabilità del sistema e l’esistenza in vita del piccolo ospite.
Tre assi alla volta, e non sempre le stesse. (continua…)

Lo scivolo horror

Ho dei bei ricordi legati agli scivoloni. Mi divertivano, l’eccitazione dei gradini da salire in fila, il brivido della visione dall’alto, il calore del metallo sulla pelle (con il rischio, se si portavano i pantaloncini, di rimanere appiccicati a metà strada).
Un po’ meno le giorstine che giravano in tondo, troppo ripetitive, mentre proprio non mi piaceva la giostra che faceva fare su e giù e che procurava a noi maschietti dei rimbalzi molto dolorosi. Gli scivoloni quindi sono un bel ricordo della mia infanzia. Qualche giorno fa, in un giardino pubblico, ho visto questro obbrobrio (vedi foto).
Quale acido occorre calarsi per progettare una porcheria simile? Dove hanno studiato gli autori di questa tortura medievale, a Guantanamo?
Cosa può farci un bambino su una schifezza del genere? Arrampicarsi? E che sono, scimmie, i nostri bambini? Poi ci credo che crescono e sfasciano le scuole. Anch’io sarei diventato violento se a tre anni mi avessero proposto questa ciofeca.