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#Stodadio al Borgo La Scola

Ed eccoci arrivati in uno dei posti più magici dell’Appennino bolognese. Perché, non me ne vogliano gli altri bellissimi borghi montani, l’impressione di fare un autentico salto nel tempo che ho provato qui è difficile da replicare altrove.

La storia del borgo la potrete conoscere con una semplice ricerca su Internet, qui mi limito a dire che dopo aver parcheggiato l’auto improvvisamente solo il rumore dei vostri passi e il fruscio delle foglie vi accompagnerà.  A proposito, evitate quegli insulsi suv ipertrofici, se potete: le strade che portano quassù sono delicate e strettine, poco adatte a quell’ammasso di ferraglia adatti a omuncoli con evidente necessità di compensazione. La prima volta che ci sono arrivato mi sentivo un po’ come Mario e Saverio che cercano alloggio a Frittole.

E insomma, il borgo è magnifico, anche se per la prima volta il tempo non è stato clemente, perché la giornata è stata molto variabile. Alla fine abbiamo fatto la presentazione al coperto, e se devo essere sincero, posso dirmi fortunato: a Tolè e Statte non avremmo avuto dove ripararci, alla Scola sì, grazie a Silvia Rossi e agli amici dell’Associazione La Sculca, per cui è andata benone così.

Accanto a me la straordinaria Cristina Orlandi, una che se non ci fermano andiamo avanti per ore che neanche Totò e Peppino che improvvisano. Dopo i bagni di folla di Tolè e Statte, qui siamo tornati negli standard delle presentazioni, ma considerando che alla Scola non ci capiti per caso (questo è il suo bello) sono molto soddisfatto di questo pomeriggio di fine estate all’ombra di un cipresso secolare che prima o poi potrebbe diventare l’ambientazione di un’altra avventura del maresciallo Luccarelli.

#Stodadio a Statte: qualcuno è persino profeta in patria

Il pubblico a StatteEra il 1992, con tre amici decidemmo di organizzare in Largo Lepanto, la piazzetta davanti alla Chiesa della Madonna del Rosario a Statte, la prima edizione degli “Ambarabaciccicogiochi”. Un po’ “Giochi senza frontiere” un po’ “Scommettiamo che”, si trattava di giochi a squadre per passare un po’ di tempo insieme con gli amici della parrocchia, che finirono per appassionare famiglie, amici e parenti al punto che la piazza era gremita ogni sera.
In quella stessa piazza nel 2006 alcuni chicchi di riso mi si sono infilati infidi nell’acconciatura superlaccata perché almeno il giorno in cui ti sposi un po’ di lacca ci vuole. Ed eccomi di nuovo in quella piazza, quasi trent’anni dopo quei giochi e 14 dopo l’estate mondiale, a presentare il mio romanzo. Non ho particolari problemi a parlare in pubblico, semmai il difficile è farmi stare zitto, ma un brivido di emozione la sera del 12 agosto l’ho provata eccome. Quella rimarrà per sempre la mia piazza, e grazie a Debora Artuso, assessora alla cultura del Comune di Statte (chi parla male della politica non conosce le assessore alla cultura, che tengono in piedi questo paese, altro che) sono tornato a esserne protagonista. Non per contare chi avesse portato più spazzoloni per il bagno (era una delle prove del 1992, ancora me la ricordo…) ma per presentare il mio romanzo. Accanto a me il sindaco Franco Andrioli e Silvia Manigrasso. Riguardo a Silvia, è stata un’altra bella sorpresa: una grottagliese che ha vissuto due anni a Vergato? Ma vi pare possibile? Se qualcuno mi chiedesse chi me la fa fare a perdere ore ed energie per scrivere romanzi che tanto non lasceranno alcun segno, ecco io potrei dire che incontrare belle persone è una motivazione più che valida. Anche Silvia mi ha onorato di una presentazione accurata e dettagliata, con particolare attenzione alle mie scelte linguistiche (Silvia insegna lingue, non è un caso). Grazie a Debora anche per aver permesso questo incontro.
Dopo di che, la presentazione non avrebbe avuto la stessa efficacia senza il supporto di chi, come Agnese Giandomenico, infaticabile bibliotecaria di Statte, e Dino Spadaro, attore di teatro, ha la capacità di trasformare la parola scritta in emozione, grazie alla voce.

E grazie ovviamente alle persone che hanno riempito quella piazza, in pieno rispetto delle normative Covid (mi farò dare l’elenco dei presenti dalla polizia municipale per controllare chi non ha comprato il libro, pensavate di farla franca?).

Un’altra giornata memorabile in questo 2020 fatto di alti e bassi.

PS Non ci fu mai una seconda edizione degli “Ambarabaciccicogiochi”, ma fra una ventina d’anni potrei organizzarla per il Centro per gli anziani, se la pensione calcolata con il metodo contributivo mi permetterà di vivere senza rubare le scatolette con il tonno nei supermercati.

#Stodadio a Tolé: non potevamo partire meglio

Non l’avevo immaginata così, la prima Il sindaco Giuseppe Argentieri con Carmine Caputopresentazione di “#Stodadio – L’enigma di Artolè”. Avevo fantasticato su un evento collaterale alla festa di Artolè, magari un giorno prima. Mi ero visto su una bancarella nel vicolo dei gatti con i miei libri, tra il via vai dei turisti e qualche bambino curioso che mi chiedeva cosa ci facessi lì.

Ma il Covid-19 ha cambiato, in alcuni casi stravolto le nostre vite, per cui non lamentiamoci. Io non lo faccio senz’altro, quando abbiamo ultimato il romanzo, scegliendo copertina e impaginazione, in pieno lock-down, io e il mio editore non sapevamo nemmeno se saremmo riusciti a organizzare delle presentazioni. Di quelle vere, con il pubblico che ride, fa domande, si addormenta a volte, con i libri autografati, le foto, tutte quelle esperienze che ci fanno sentire vivi e che le videoconferenze non possono restituirci.

E però è andata benissimo, forse addirittura meglio, perché la mia presentazione in fondo è stata una Artolè in miniatura: c’era qualcuno in maschera (compreso il sottoscritto, ma chi mi conosce bene sa che quando si tratta di dare un po’ di spettacolo non mi tiro mai indietro), c’erano i borlenghi, c’era l’arte. Come se non bastasse è stata allestita proprio per il mio primo giorno di ferie, e i lavoratori di tutto il mondo sanno che il primo giorno di ferie è un giorno bello a prescindere. L’associazione Fontechiara, presieduta da Tina Zaccanti, che ha organizzato l’evento, l’ha ribatezzato “Delitti e borlenghi”, titolo azzeccatissimo che potrei persino riciclare per una futura saga toletana.

Dopo la bellissima introduzione a cura di Flavia Malpezzi, che – tanto per restare in tema- ha ritratto il romanzo con un paio di pennellate che ne hanno messo a nudo l’essenza senza svelare troppo, ho chiacchierato con il sindaco Giuseppe Argentieri e l’assessora alla cultura Patrizia Gambari prima del colpo di scena finale. Il disvelamento di un quadro della pittrice Rosa Stassi dedicato al romanzo assolutamente perfetto nel suo dire e non dire.

Chi l’avrebbe mai detto che ci sarebbe stato un quadro ispirato da un mio romanzo? Ma roba da matti.
A completare il tripudio per il mio ego anabolizzato, una bimba di una decina d’anni ha chiesto a suo nonno di potersi fare una foto con me, dopo che gli ho autografato il libro. Ma non è stato quello il punto. A quell’età anche uno scrittore scalcagnato che però riesce a radunare mezzo paese, può sembrare una celebrità con cui farsi una foto. Il punto è stato che nel libro che mi ha allungato, un po’ stropicciato, ho individuato il segnalibro. Era a oltre metà. Ho improvvisamente sentito sulle mie spalle tutta la responsabilità della scrittura. Quella bimba ha letto oltre metà del mio libro, a questo punto spero l’abbia finito: e se le sarà piaciuto, ne leggerà un altro, e poi un altro ancora. Ma se invece l’avrà trovato noioso, l’avrà magari dimenticato tra i giornalini di enigmistica incompleti e i quaderni di seconda elementare da riciclare (da generazioni i bambini comprano più quaderni di seconda elementare di quanti ne servano, e poi ci mettono anni a riciclarli tutti). Capite, che responsabilità, la scrittura?
Speriamo non di aver deluso una giovane lettrice. Non potrei mai perdonarmelo.

“Sto da Dio – L’enigma di Artolè”: l’Appennino bolognese in un giallo in libreria da luglio

La copertina del romanzo di Carmine CaputoArriverà in libreria all’inizio di luglio “#stodadio – L’enigma di Artolè” il romanzo di Carmine Caputo edito da Damster Edizioni, ambientato a Tolè, piccola frazione di montagna del Comune di Vergato.

Più che fungere da contesto, Tolè è la vera protagonista di questa storia, come spiega l’autore: «Nelle mie storie sia i protagonisti che le vicende sono completamente frutto della mia fantasia. Sono veri invece i contesti in cui ambiento gli avvenimenti: in passato è accaduto per Statte, il mio paese natale in Puglia, per Bologna, la città che mi ospita da 25 anni. Stavolta invece racconto l’Appennino bolognese e in particolare Tolè, un piccolo borgo dove ho vissuto per un paio d’anni e che porto nel cuore».

I fatti narrati si svolgono durante il week-end del 23 e 24 agosto dell’estate del 2014, particolarmente fredda e piovosa. Un maresciallo dei carabinieri, Antonio Luccarelli, che opera nella Val di Setta, decide di prendere un paio di giorni di vacanza e di approfittarne per partecipare ad Artolè, manifestazione realmente esistente che dal 1997 porta artisti, scultori e pittori a decorare con le loro opere le vie del centro appenninico.

I piani però non vanno nel verso giusto. La visita inattesa di un amico di vecchia data (Leo Stasi, che insieme a Luccarelli ancora bambino fu protagonista di un altro romanzo dell’autore, “Ballata in sud minore”, nel 2009) costringe infatti il maresciallo a rivedere il suo programma. Anziché fare la corte a Simona, una affascinante volontaria che partecipa alle parate in costume che contraddistinguono la festa, il carabiniere si trova così a fare da guida al suo amico, aspirante scrittore di favole, che ne improvvisa una per ognuno dei quartieri del borgo antico di Tolè: quello dei mulini, quello dei gatti, quello del Natale e, appunto, il borgo delle fiabe. La mattina dopo però il maresciallo sarà chiamato al lavoro extra: il cadavere di una anziana signora è stato ritrovato in casa trafitto da un pugnale. E il capitano avrà bisogno del suo aiuto, visto che i suoi uomini in servizio sono impegnati in una delicata operazione che coinvolge la criminalità organizzata. C’è un solo indizio per il maresciallo, un elenco di numeri di telefono sul comodino della vittima, e poche ore per trovare la soluzione dell’enigma.

Carmine Caputo è un giornalista che da cinque anni segue l’ufficio stampa per l’Unione dei comuni dell’Appennino bolognese. Ha pubblicato per Nonsoloparole Edizioni “Bello dentro, fuori meno” nel 2003 e “Bologna l’oscura” nel 2007, nel 2009 è uscito “Ballata in sud minore” per 0111 Edizioni e nel 2014 “Chiamami Legione”, edito da Sesat Edizioni. Nel 2017 è stato curatore della raccolta di racconti “Misteri e manicaretti dell’Appennino bolognese”, edizioni il Loggione.

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Pausa pranzo ai tempi del coronavirus

Gioconda con la mascherina

  • Dopo mesi di sacrifici, forza di volontà, impegno tenace e temerarietà contro un fronte che sembrava impenetrabile, finalmente ecco i primi risultati. La curva segnala un piccolo, impercettibile ma incoraggiante segno positivo: ci siamo.
    Anche le ultime maestre delle elementari, abbarbicate sul divano, saranno costrette a lasciare il telecomando per un’oretta di didattica a distanza ogni tanto.
    PS Ogni commento sul fatto che il rifiuto della didattica a distanza, per i più piccoli, sia una scelta pedagogica approfondita, un modo per non discriminare, il risultato di una meditazione profonda verrà preso in considerazione solo se posto da chi in questi mesi, per una scelta approfondita e coerente, avrà rifiutato anche lo stipendio.
  • Sulle spiagge Zaia ha ragione, le regole non possono essere uguali per tutti. Se uno ha il coraggio di fare il bagno all’Isola Verde di Chioggia o alla spiaggia del Mort di Jesolo secondo me non ha certo paura del coronavirus.
  • A giudicare dallo slancio con cui gli italiani stanno affrontando la fase 2, prevedo che nella fase 3 sarà obbligatorio mangiare tutti da tegami comuni al ristorante, leccarsi la punta delle dita per contare le banconote e limonare con gli sconosciuti che si incontrano per strada
  • Quindicimila persone in fila all’Ikea di Torino a guardare cucine e cabine armadio. Certo che ne avete avuto di tempo per pensare a come sfruttare al meglio la ritrovata libertà.
  • Ho letto che dovremo abituarci, specie con la riapertura delle scuole, a misure igieniche più rigide in casa. Va bene l’asciugamani personizzato e pure le posate e i bicchieri lavati con cura, ma come la mettiamo con il mio ruolo ancestrale e indiscusso di finitore degli avanzi sbocconcellati delle figlie?
    Papà di tutto il mondo, siamo una specie a rischio.
  • Con i televisori al plasma avremmo potuto curare tutti i malati di Covid-19! Perché nessuno ne parla? Perché li hanno sostituiti con gli LCD per farci comprare il vaccino!
  • Questa esperienza del lock-down ci ha insegnato che possono lavorare da casa gli impiegati pubblici, gli architetti e gli ingegneri, i docenti, i professionisti, i commercialisti, gli artisti, gli psicologi e migliaia di altre categorie.
    Tutti TRANNE gli impiegati di Ryan Air addetti ai rimborsi.
    Niente da fare, c’è il distanziamento sociale.
    Loro sono al 25% da marzo e in smart-working riescono solo a proporti il voucher, disdetta.

Dieci cose che so sul calcetto

In questi giorni di pandemia sto leggendo tante, troppe inesattezze sullo sport che è ragione di vita per tanti impiegati sovrappeso.
È arrivato il momento che io scriva le dieci cose che so sul calcetto.

Calcetto1. Se il calcetto è fatto bene rischi malattie veneree, altro che Covid
2. In una vera partita di calcetto ci sono droplet grandi quanto l’Isola d’Elba
3. La marcatura a zona è roba per omofobi
4. Dopo i quarant’anni intercettare la palla è da maleducati
5. Dieci uomini che tornano a casa senza doccia possono fare saltare le centraline Arpae nel raggio di chilometri
6. Prima di sanificare i guanti dei portieri occorrerebbe sanificare i portieri, e vi assicuro che non è facile per niente
7. Sulle canotte colorate ci sono tracce di microorganismi che gli scienziati credevano estinti dopo il Mesozoico
8. La scivolata è vietata nel calcetto (no, non ridete, questa è vera)
9. Impedire a un attaccante di starsene disteso per terra, a guaire, fino a quando non gli viene assegnato il rigore vuol dire offendere la sua sensibilità
10. A noi non serve il tampone. Con i riflessi calanti che ci ritroviamo, noi ci tamponiamo già decine di volte a partita.