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Non esistono ritardi, solo poderosi anticipi

Guida del busIn linea di principio sono favorevole ai mezzi pubblici, specie per gli spostamenti ripetitivi come il tragitto casa lavoro. Però un conto è prendere la metropolitana a Tokio, un conto è avere a che fare con i mezzi pubblici italiani, specie poi se vanno abbinati treno e bus. Ebbene, alcuni giorni fa ho deciso di rischiare questa combinazione, e devo dire che ne sono molto soddisfatto, perché si è trattato di un’esperienza che mi ha aperto nuovi orizzonti. Ebbene, considerate che in auto il mio tragitto casa lavoro impiega circa 50 minuti, dalla porta di casa a quella dell’ufficio. Con i mezzi pubblici (autobus prima e treno poi) questo periodo si allunga un po’. Si stiracchia. Si dilata, e parecchio. Insomma, il tempo necessario diventa di un’ora e cinquanta minuti. Eppure, nonostante tutto, credo che ne valga la pena, perché è tempo che puoi dedicare a leggere, ascoltare la radio senza preoccuparti delle curve, addirittura, grazie alle nuove tecnologie, a guardare un film o scrivere un racconto.
Però, c’è un però. Perché il tragitto duri un’ora e cinquanta, bisogna che i due attori, autobus e treno, collaborino. E soprattutto il primo non è sempre d’accordo. Perché si tratta del famigerato autobus 36. Rispetto alla lombarda frequenza di un 20, o alla meticolosa precisione bolognese di un 13, il 36 è un autobus che ha lo sprint e la puntualità tipica dei pugliesi. Passa quando e se ne ha voglia, e se non gli stai simpatico, non passa affatto. Oltre tutto è un autobus che fa dei giri insoliti, incomprensibili, persino divertenti per chi non ha fretta. Insomma, la mattina in questione mi sono presentato alle fermata alle ore 7,15 circa, cinque minuti prima del passaggio previsto. Ma alle sette e venti non c’era traccia del 36. Neanche alle sette e trenta. Si è presentato tranquillamente alle 7,40 o giù di lì, con il risultato di aver bruciato la mia coincidenza con il treno causandomi l’arrivo in ufficio alle dieci. A quel punto mi sono risentito, e ho inviato un reclamo a Tper. Non che mi aspettassi chissà che, ma insomma, è inutile fare azioni culturali che incentivino il mezzo pubblico, se poi ti fa arrivare in ufficio due ore dopo.
E la risposta è arrivata.
Illuminante.
Di più, abbagliante.
Come non ho fatto a non pensarci prima? E che razzi di geni della teoretica speculativa sono quelli di Tper per rispondere così? Infatti, come mi ha spiegato la comunicazione ricevuta, non c’è stato alcun ritardo. Al contrario, l’autobus è passato in anticipo, come dimostrato dai loro mezzi di controllo (loro sostengono una anticipo di due minuti, secondo me erano almeno sette, ma non è questo il punto). In anticipo! Capite che questo stravolge ogni prospettiva. Non ci sono autus in ritardo, ma solo corse che addirittura fanno prima del previsto. Stolti noi a non capire che l’autbus che arriva venti minuti dopo l’orario previsto è in realtà quello di mezz’ora dopo che per venirci incontro passa prima.
Bisognerebbe allargare l’orizzonte quasi profetico di questa dichiarazione. Il PIL non sta calando, sta prendendo la rincorsa. In Italia non ci sono disoccupati, ma solo lavoratori con lunghe ferie non pagate. Quella non è una salita, idiota. Si tratta di una discesa: se l’affronti camminando all’indietro vedrai che cambio di prospettiva.
Non so voi, ma io mi sento già meglio.

Le Ferrovie dello Strazio

Una capotreno è stata multata ed ha subito anche un provvedimento disciplinare perché pare abbia trasgredito al severo manuale di comunicazione dell’azienda. La dipendente infatti, in un annuncio ai viaggiatori, ha osato parlare di “guasto”, quando invece avrebbe dovuto parlare di “controllo tecnico”. Secondo questo meraviglioso manuale alla cui redazione avrebbero partecipato degli accademici, bisognerebbe parlare di “intervento dei vigili del fuoco”, e non di incendio, e chissà quali altre capriole lessicali. Ci sarebbe da indignarsi se non fosse che questo determinismo linguistico risale ormai al secolo scorso – e anche prima – e l’idea che orwelliana che un linguaggio censurato avrebbe potuto omologare le coscienze sembrava messa in soffitta. Non per le ferrovie dello stato, per le quali bisogna parlare di soluzioni, e non problemi.
Allora mi propongo di suggerire qualche altra nota al manuale: anziché di treni maleodoranti, potremmo parlare di vetture “diversamente profumate”; al posto dei sedili sporchi, potremmo inserire un “vagoni dal tocco esoticamente selvaggio”; anziché di ritardo, potremmo fare riferimento a “orari di arrivo alternativi”. Così si che noi viaggiatori saremmo felici nelle nostre carrozze stipate all’inverosimile, anzi, pardon, “con un contatto umano più ravvicinato”