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L’ora del mistero. Come tornare bambini di fronte a una serie che ha fatto la storia

Avevo una decina d’anni, la televisione d’estate di solito non proponeva granché, a parte i Giochi senza frontiere e le solite commedie con Bud Spencer. Però quella sera la guardai, evidentemente non avevo nulla di meglio di fare, in prima serata su Rai Uno. Trasmisero un breve film di 70 minuti talmente claustrofobico e angosciante e con un finale così stupefacente, che non ho fatto che pensarci per anni. Magnifico.

Però noi non avevamo Internet né servizi streaming, e anche i videoregistratori sarebbero arrivati tempo dopo. Per cui solo la memoria poteva fissare l’emozione, e magari la condivisione il giorno dopo con qualche amico che avesse visto lo stesso programma. Potete immaginare la sorpresa e l’entusiasmo di riscoprire quel breve film su Prime Video, rendermi conto che si chiamava “Un gioco da bambini” e che faceva parte di una serie di 13 episodi prodotti per la tivù inglese a metà degli anni Ottanta, indipendenti uno dall’altro, intitolata in italiano “L’ora del mistero”. Il nome inglese “Hammer House of Mystery and Suspense” forse dirà qualcosa agli amanti del genere horror, visto che la Hammer Productions è una celebre casa di produzione che nel secondo dopoguerra ha realizzato decine di film (di qualità spesso discutibile) con Dracula e Frankenstein. La mano della Hammer si sente in questa serie, è inevitabile. Uno dei cliché più ripetitivi è quello dell’incredulo, il personaggio cioè che di fronte a fenomeni paranormali nega fino alla fine, e di solito non è una bella fine. Poi ci sono le corna, tante corna, quasi in ogni puntata. L’altro, che a me ha fatto sorridere, è il fatto che prima o poi le protagoniste (bellissime) vengono colte nel sonno in sottoveste e devono fuggire o correre mostrandosi in abbigliamento intimo. Alla Hammer piacevano certe situazioni pruriginose che oggi troviamo ridicole ma all’epoca evidentemente erano il massimo che si potesse chiedere a una serie televisiva in prima serata. Sul fronte tecnico, abituati come siamo a effetti speciali, uso spericolato della fotografia, inquadrature originali, sappiate che la regia è spesso più piatta delle ripresa di uno spettacolo parrocchiale (con diverse valide eccezioni), i colori sono quelli di una serie tivù di quaranta anni fa e il doppiaggio di tanto in tanto si perde la traduzione italiana: non litigate con il telecomando, è proprio la versione online ad avere qualche carenza.

Detto ciò, ecco di seguito i miei commenti alla serie, episodio per episodio: a parte le donne in sottoveste, si spazia dall’horror allo spionaggio, dalle storie di fantasmi al giallo più tradizionale, cercando sempre il colpo di scena finale. Purtroppo “Un gioco da bambini” è l’unico veramente straordinario; degni di nota anche “Salto nel tempo” dello stesso regista, il grottesco e stralunato “Che fine hanno fatto i favolosi Verne Brothers?” e soprattutto “Un grido lontano”. Per gli altri c’è molto mestiere, a volte talento, a volte né l’uno né l’altro. Ecco in ogni caso gli episodi con il mio voto, evito ovviamente di anticipare i finali che spesso presentano colpi di scena interessanti.

  1. Il marchio del diavolo. Voto: 3

Uno dei peggiori della serie, superato solo dal leggendario “Il campo da tennis”, davvero non capisco la sequenza scelta dai produttori perché immagino che molti spettatori abbiano abbandonato dopo questo episodio. Il protagonista è Sberla dell’A-Team (sì d’accordo l’attore ha un nome ma per la mia generazione è Sberla dell’A-Team), che fa il piacione squattrinato. A causa di una sua cattiva azione, un misterioso tatuaggio comincia a espandersi sul suo corpo. Dopo la buona idea iniziale l’episodio scivola verso il finale più scontato e prevedibile della serie.

  1. Il video testamento. Voto: 6

La trama sembra uscita da una commedia con Nando Buzzanca e Renzo Montagnani: un anziano è sposato con una giovane bellissima che però trova sollazzo con carni ben più giovani. Non tutto andrà come previsto. C’è il tema della tecnologia che oggi risulta obsoleta ma che all’epoca doveva destare una certa inquietudine (videocamere e registrazioni che torneranno anche nell’Eredità Corvini), c’è una cattiveria di fondo che però non disturba, anzi solletica il sadismo dello spettatore. Mistero però poco.

  1. Accadde a Praga. Voto: 6,5

Episodio abbastanza insolito, visto che siamo nel mondo delle spy-story, con una suggestiva ambientazione nella Praga sovietica. Una donna si ricongiunge con l’ex marito che la porta con sé per un viaggio di lavoro a Praga e poi sparisce. Che ne è stato di lui? Un po’ piatto come giallo, dalla storia ingarbugliata per non dire confusa, che però si riscatta con un finale inatteso.

  1. Un grido lontano. Voto 7

Bellissima ambientazione in un hotel sulla scogliera, dove una coppia di amanti si rifugia al riparo dal marito di lui. Un uomo misterioso però spia la donna. Chi è? Il suo amante stesso, invecchiato e moribondo, che ritorna dal futuro per comprendere quello che da allora lo angoscia. E in un ribaltamento spazio temporale tipico della fantascienza ecco che il destino dell’uomo del futuro è segnato proprio dal suo viaggio nel tempo. Qualche ingenuità di troppo tipica della serie che non vi svelerò, ma merita.

  1. La defunta Nancy Irving. Voto?

Il più misterioso di tutti, visto che da Prime Video è scomparso. Non c’è. Evidentemente non sono riusciti a recuperare una versione qualitativamente decente del video, o più probabilmente del doppiaggio.

  1. Salto nel tempo. Voto 8

Come anticipato, questo è un altro episodio che con un uso sapiente di rallenty, soggettive, colpi di scena e musiche di commento in alcuni momenti riesce davvero a mettere paura. Una coppia sta per lasciare l’appartamento a Londra per trasferirsi all’estero a causa del lavoro di lui, ma l’ultima notte una serie di apparizioni li fa cadere nella più profonda angoscia. Che siano fantasmi? Che si tratti di un appartamento stregato? Attendete il finale per scoprirlo, ma godetevi anche il resto.

  1. Che fine hanno fatto i favolosi Verne Brothers? Voto 7,5

Sicuramente il più “Hammer” episodio della serie, perché qui c’è veramente di tutto, omicidi, misteri, necrofilia, villaggi dannati, personaggi fuori di testa, musica rock. Mescolato in maniera a volte arbitraria ma proprio per questo ancora più divertente. Uno scrittore e una giornalista devono scoprire cosa è successo ai Verne Brothers, coppia di musicisti di successo scomparsi anni prima, di cui nessuno sa più nulla. C’è la nebbia, il paesino abbandonato, il finale teso anche se un po’ prevedibile. Come verosimiglianza siamo a livelli bassi, ma cosa importa? Un episodio che sarebbe piaciuto a Shalaman, e chissà che non l’abbia visto.

  1. Il dolce profumo della morte. Voto 6,5

Eccoci di nuovo nell’ambito del giallo più classico. C’è una dimora di campagna isolata (un elemento classico della serie) e una donna perseguitata dal suo passato. C’è un marito preoccupato ma molto preso dalla sua vita professionale (è un politico), c’è un finale coerente e credibile. Più Jessica Fletcher che mistero, a dirla tutta, ma si lascia guardare.

  1. L’uomo che dipinse la morte. Voto 7

Come sempre i titoli in italiano svelano più di quanto non dovrebbero. Però se vi dico che c’è un pittore che dipinge la sua morte non svelo troppo, perché è proprio questo l’incipit della storia. Un artista si finge morte perché i suoi quadri acquistino valore, nel frattempo la moglie si distrae con il commerciante d’arte e scopre che spassarsela con lui mentre il marito dipinge chiuso nella soffitta non è poi così disdicevole. Interessante la critica del mondo dell’arte, belli anche i quadri anticipatori, unico elemento paranormale estraneo alla solida costruzione gialla, il problema dell’episodio è il finale: se di solito sono il punto di forza dell’Ora del mistero, questo invece è veramente scontato.

  1. L’eredità Corvini. Voto 7

Forse il più cinefilo episodio della serie, tra Hitchcock, De Palma, Polansky e Cronenberg, girato molto bene anche se decisamente lento e in alcuni momenti addirittura noioso. Forse è il più profondo ma non necessariamente il più appassionante. Come al solito finale sorprendente anche se dalla collana maledetta mi sarei aspettato qualcosa in più.

  1. La parete maledetta. Voto 5

I temi cari all’horror ci sono tutti. La setta satanica, la chiesa maledetta, il dipinto nascosto. E poi la bella funzionaria che crede nel paranormale, i costruttori preoccupati del rispetto dei tempi (ma quando mai? In Inghilterra, forse, in Italia dopo il primo omicidio avrebbero chiuso il cantiere per cinque anni almeno), il giovane che fa disegni misteriosi e inquietanti. Il tutto però è parecchio raffazzonato, tirato via, gli attori recitano sopra le righe, la regia ha un’unica buona idea, quella del dipinto satanico che non riusciamo mai vedere se non per qualche macchia di colore.

  1. Un gioco da bambini. Voto 10

Non vi dirò assolutamente nulla. Dovete guardarlo e basta. Capolavoro.

  1. Il campo da tennis. Voto 2

Purtroppo il finale crolla nel comico involontario. In assoluto il peggiore episodio della serie, ha tutti i difetti della Hammer (donne svestite e sin troppo libertine, trucchi splatter di pessima fattura, paranormale di bassa lega, risparmio sui costi) senza avere quel mistero che invece caratterizza altri episodi. Qui a essere maledetto è un campo da tennis, ma lo spirito che vi aleggia non è quello di un morto, ma di un vivo che ha in parte abbandonato il suo corpo (e già qui…). Nonostante le palline sanguinantI e i rumori notturni, il capannone però non ha il fascino di una vecchia magione o di una cantina dimenticata.  Il finale da esorciccio poi davvero non si può guardare, nonostante il successivo tentativo di ribaltamento, ancora più irritante. Vi dico solo (e pazienza se faccio un po’ di spoiler, questo film va visto per quanto è brutto, la trama non c’entra) che in pieno stile Ed Wood, la trama si sposta tra il presente e il passato: ma mentre il protagonista, per rendere la storia più credibile, è interpretato da due attori diversi, uno giovane e l’altro anziano, gli altri due per risparmiare sono interpretati dagli stessi attori a cui aggiungono giusto qualche capello bianco. Argh!

Pietoso a dir poco, per non parlare dell’esperto di paranormale, il peggior personaggio dell’episodio, della serie, del cinema di tutti i tempi forse. Ammazza che zozzeria.

Noiosa da morire. Recensione della fiction di Rai Uno con Cristiana Capotondi

Amo particolarmente le serie televisive, soprattutto quelle brevi: capolavori di scrittura come Modern Love, dall’impatto visivo notevole come The Loop, spassose e irriverenti come Good Omens, persino dai risvolti insospettabilmente profondi come The Good Place (viste tutte su Prime Video). Per non parlare dei classici come la Signora in Giallo o delle indimenticabili situation comedy come Friends, How I met your mother, The Big Bang Theory. Se il format era già vincente di per sé, perché per esempio con una miniserie si può raccontare un romanzo in maniera più rispettosa che in un film, perché la durata è più flessibile,  oggi con le tv via streaming il successo è diventato dirompente. Penso, per citarne solo alcune, a Stranger Things, Arsenio Lupin, La Regina di Scacchi e Black Mirror di Netflix. Senza contare che la Marvel edizione Disney userà sempre di più questo strumento, come ha già fatto con Wanda Vision, Loki, The Falcon and the Winter Soldier.

Questa lunga e fondamentalmente inutile premessa (ma il blog è lo spazio delle inutili divagazioni che non mi posso permettere né da addetto stampa né da romanziere) serve solo ad attestare che le serie mi piacciono, ma soprattutto mi piace parlare di quelle riuscite male. Perché tanto le stroncature sono un genere che i giornali non possono permettersi più (chi lo sente poi l’editore), al massimo se qualcosa non ti piace non ne scrivi.  E invece io ne voglio scrivere eccome.

La stroncatura di oggi è dedicata alla fiction (chissà perché usiamo questo termine inglese che gli inglesi non usano) “Bella da morire” di Rai Uno. Perché ho cominciato a guardarla? Perché noi italiani con le serie balbettiamo un po’, per carenze di risorse e di scrittura, scivoliamo troppo spesso nella sciatteria. Non siamo capaci per esempio di scrivere serie comiche (e dire che nel cinema invece è un genere in cui eccelliamo),  i tentativi di situation comedy sono tutti facilmente dimenticabili. Lasciamo perdere poi il fantasy o la fantascienza, lo storico è spesso limitato ad agiografie di santi religiosi e laici. Nel poliziesco, però, abbiamo una certa competenza. Anche perché gli sceneggiatori possono saccheggiare da una letteratura piuttosto ricca e variegata: facile citare Andrea Camilleri con il suo immortale Montalbano, ma anche l’ispettore Coliandro di Carlo Lucarelli è da anni un cult. Tra gli ultimi arrivi l’Imma Tataranni di Mariolina Venezia e l’Alligatore di Massimo Carlotto. Poi capita però che qualcuno scriva storie originali per la tivù. Insomma, dopo aver visto un bel film del regista, Andrea Molaioli, che si era fatto apprezzare per le atmosfere da thriller nordico de “La ragazza del lago“, ho voluto provare.

Ed è arrivato il patatrac.

Bella da morire” è una serie in otto puntate basata su un soggetto che avrebbe potuto reggere al massimo un lungometraggio di un’ora e mezza, due al massimo. C’è un omicidio, le indagini, un paio di false piste, il colpo di scena. Però mamma Rai ci tiene a fare un prodotto “educational” contro la violenza sulle donne, e allora dacci dentro con monologhi moraleggianti, dati e statistiche sul femminicidio snocciolati in dialoghi surreali. E poi tante sottotrame sentimentali, troppe.
Un lago c’è anche qui, e anche una ragazza: peccato però che Cristiana Capotondi, la protagonista, ricordi il primo Clint Eastwood dei western di Sergio Leone, quello che per intenderci aveva solo due espressioni: con il cappello e senza. Solo che nel caso in questione non c’è neanche il cappello, e la protagonista si limita a sbarrare gli occhi tutto il tempo, probabilmente esterrefatta dalle battute che è costretta a recitare. Intorno a lei altri attori che abbiamo amato in altre serie: la Buffa e Gambero di Coliandro (Benedetta Cimatti e Paolo Sassanelli) l’Alligatore (Matteo Martari), persino una bellissima Lucrezia Lante Della Rovere che ha fatto tanto teatro e ci tiene che gli spettatori se ne accorgano.

Siccome i primi piani agli occhioni della poliziotta non bastano a riempire otto episodi, gli sceneggiatori si inventano improbabili sottotrame sentimentali per allungare il brodo. Intanto c’è la banalissima storia della protagonista con l’ispettore bello e tenebroso (con un passato opaco). Non solo: quasi tutti gli altri interpreti meritano una sottotrama: la sorella della protagonista ha la sua  complicata storia di ragazza madre, il padre ha problemi con il vicino, il procuratore capo (pure lei!) non sa scegliere tra amante e marito, il medico legale soffre per un amore impossibile. Per non parlare della famiglia della vittima. Il povero regista cerca di arrabattarsi con lunghe inquadrature del suo amato lago, aiutato da una buona fotografia, la disperazione lo porta persino a infilarci un paio di scene di sesso passionali quanto una puntata delle previsioni del tempo, ma alla fine sembra stufo anche lui.

C’è addirittura chi minaccia una seconda serie. Con la prima ho raggiunto il bonus noia per i prossimi dieci anni, non ci ricascherò. Cari sceneggiatori italiani, ce l’avete Netflix e Prime Video? Ecco, dateci un’occhiata. Imparare da chi è più bravo è segno di intelligenza.

Burnout, di Massimo Fagnoni

Sembra una banalità da affermare, ma ci sono romanzi che solo gli autori che li hanno effettivamente realizzati avrebbero potuto scrivere. Cuore di tenebra non avrebbe provocato le stesse emozioni nel lettore se a scriverlo non fosse stato un autentico navigante come Joseph Conrad, che aveva avuto un’esperienza di anni prima nella marina francese e poi in quella britannica. E chi se non Ernest Hemingway avrebbe potuto raccontare in Fiesta i giorni decadenti e frenetici di un gruppo di americani residenti a Parigi e in vacanza a Pamplona, negli anni del primo dopoguerra?

Ebbene, Burnout è un romanzo che solo Massimo Fagnoni avrebbe potuto scrivere. E non banalmente per una questione biografica, ma perché certi sentimenti, certe situazioni, certe atmosfere, per quanto tu possa essere bravo, non riesci a ricrearle con onestà se non le hai vissute in prima persona, sulla tua pelle.

Facciamo però un passo indietro: si definisce sindrome da burnout (e dà il nome al romanzo edito da Minerva) una condizione di stress cronico e persistente, associata al contesto lavorativo. Tutte le professioni provocano un certo livello di stress, ma è di tutta evidenza che ce ne siano alcune che, per la loro stessa missione di farsi carico dei problemi degli altri, sono più soggette a provocare un sovraffaticamento di carattere emotivo. Medici, infermieri, insegnanti, educatori. Si tratta insomma di una forma di esaurimento nervoso causato da un lavoro che ti assorbe totalmente fino, letteralmente, a bruciarti.

Ebbene, intorno a questa condizione si sviluppa la vicenda raccontata da Fagnoni che, come ha spesso raccontato lui stesso in prima persona, ha per anni ricoperto il ruolo di educatore professionale presso il Comune di Bologna, fino a che non si è reso conto che quella strada poteva condurlo a un tunnel senza uscita, e ha dato coraggiosamente una svolta alla sua vita professionale ricominciando da capo come agente di polizia municipale.

Perché gli educatori sono spesso mandati allo sbaraglio a combattere una guerra per la quale non sono ben equipaggiati, senza gli strumenti adeguati, senza le esperienze e talvolta anche le competenze necessarie.

Anche nella storia in questione abbiamo un agente di polizia municipale, anche in questo caso è un ex educatore, poi evidentemente la biografia lascia spazio alla fantasia e parte una vicenda molto cupa, intricata e crudele. In cui emergono soprattutto i meccanismi umani, professionali, burocratici di un ambiente lavorativo complesso e difficile da comprendere per chi non l’ha conosciuto in prima persona. Il protagonista è il ruvido maresciallo Greco, qui alla sua quarta indagine per mano di Fagnoni, sullo sfondo una Bologna impassibile e forse anche disattenta.

Se però vi aspettate un giallo classico in cui muore un vecchio antipatico e l’investigatore alla fine mette all’angolo il nipote che l’ha ucciso per l’eredità, tra battutine e nonsense, allora lasciate perdere. Questa storia trasuda malessere, disagio, dolore. Autenticità, perché le malattie psichiche possono trasfigurarci, far emergere il nostro lato più incontrollabile  e bestiale. Perché in fondo, secondo alcuni, dietro la definizione di alcune malattie mentali si nasconde l’incapacità della nostra società di tollerare la malvagità umana anche da parte di chi si professa sano.

Trappola d’ardesia, di Roberta De Tomi

Trappola d’ardesia, quinto romanzo (credo ma non vorrei sbagliare) di Roberta De Tomi, è prima di tutto una intensa storia d’amore. Ma non fraintendetemi, se state pensando a quelle vicende in cui una occhialuta segretaria timida si innamora del muscoloso fattorino, che alla fine della storia si rivela essere un ricchissimo archeologo e la porta con sé in giro per il mondo, siete fuori strada. Anzi, forse sarebbe più corretto scrivere che il romanzo è una storia d’amori, amori passionali, amori fugaci, amori di una notte e via, ma anche amori difficili tra fratello e sorella e tra padre e figlia. L’amore come sentimento spesso dissimulato, apparentemente denigrato, disprezzato, eppure fondamentalmente ricercato. La bravura con cui l’autrice modenese delinea i rapporti umani sta proprio nel non detto, nei gesti appena accennati, nei silenzi, negli sguardi che frugano, sostengono, si perdono.

Da un punto di vista prettamente narrativo alla storia non mancano tutti gli elementi del thriller: c’è una ragazza in stato confusionale ai bordi della strada, una anonima commessa di provincia che la accoglie in auto, e da lì una serie di avvenimenti e colpi di scena che coinvolgono il lettore fino a spingerlo a prendere le parti di questo o di quell’altro interprete. Sullo sfondo della bassa emiliana si delineano le figure talvolta approfondite, talvolta appena accennate di coniugi che tradiscono, drogati di lavoro, giornalisti indipendenti, genitori incapaci di essere padri, ispettori e giovani in cerca di emozioni.

Alla fine in questo affresco variopinto non ci sono buoni e cattivi, ma solo persone alla disperata ricerca del loro posto nel mondo. E una scrittrice che vorrebbe tanto essere cattiva ma non ci riesce e alla fine dimostra di credere all’amore – in tutte le sue forme: fraterno, sensuale, profondo – più dei suoi stessi personaggi. 

Piccola nota per i lettori maschi: descrivendo uno dei protagonisti che apre la porta a una ospite, De Tomi scrive:

“Nel presentarsi, ricorda di avere un pessimo aspetto. Barba di quattro giorni, pantaloncini a metà gamba,  una maglietta con una scritta sbiadita al centro, buchi sparsi qua e là. Della serie, come far scappare una  donna”.

Ricordatevene nelle vostre scelte d’abbigliamento, anche se pure su questo punto il romanzo riserva delle sorprese.

Trappola d’ardesia è edito da Delos Crime e si trova in formato digitale su tutti i principali negozi online.

I Cavalieri di Castelcorvo, la recensione: apri tutto, Biascica!

Sono un grande tifoso del cinema italiano. Non appassionato, non estimatore, ma tifoso: nel senso che davvero faccio il tifo per gli italiani e sono contento quando hanno successo. Il tifo non è figlio di competenza, conoscenza o valutazione razionale, ha più a che fare con la fede, ed è proprio questo il mio sentimento nei confronti delle produzioni italiane. Io spero sempre che abbiano successo, anche perché generano ricchezza culturale e non solo, danno lavoro, ricordano al mondo che esistiamo anche noi e non solo i produttori hollywoodiani.
E però.
Però il tifo porta spesso a delusioni (parlo io che da oltre trent’anni seguo il Taranto), il tifoso deluso, ahimè, sa essere crudele.

Questa premessa credo fosse necessaria per comprendere il mio stato d’animo di fronte a “I cavalieri di Castelcorvo“, prima serie Disney prodotta in Italia per la sua piattaforma. Non un documentario, non una commedia, non insomma quei prodotti in cui abbiamo un certo saper fare, ma addirittura una serie fantasy per bambini. Sono un tifoso, l’ho detto, e per cui anticipo subito: guardate questa serie. Abbiamo bisogno di riscoprire prodotti seriali italiani, bisogna che Disney si convinca che vale la pena farne. Se proprio non ce la fate, avviatela e poi andate in un’altra stanza a guardare Netflix.

Scherzi a parte, se avete bambini tra i 3 e i 10 anni, tra una puntata di Peppa Pig e la saga di Poco-Yo, potranno divertirsi. Lasciateli stare invece se sono un po’ più grandi, gli adolescenti sono spietati e la distruggerebbero. E ne avrebbero i motivi, come spiegherò nel corso di questa recensione, che ho deciso di dividere in parti, partendo da quelle più riuscite a quelle meno.

Ambientazione: 10. W l’Italia!
Niente da fare, su questo fronte non ci batte nessuno. Torre Alfina, il paese dove è stata girata la serie, è un posto bellissimo, e si vede, come anche Formello e i dintorni. Probabilmente è l’unico punto sul quale la serie vince sulla concorrenza straniera, sono un po’ mesto a dirlo, ma la buona notizia è che in Italia di posti così ce ne sono tanti che aspettano solo di essere valorizzati

Effetti speciali 8. Si fa quel che si può
Mia figlia ha più volte ripetuto che la sigla è la cosa più bella della serie (e so quello che state pensando, chissà da chi avrà preso). Anche le animazioni del gioco da tavolo sono carine. Per il resto, gli effetti sono usati con morigeratezza, ma insomma, non è un male. Se non hai Carlo Rambaldi, non improvvisare.

Soggetto: 7. Minestrone digeribile, ma a senso unico
La storia dei cavalieri di Castelcorvo richiede una forte sospensione della credulità negli spettatori più smaliziati, ma abbiamo già detto che non sono loro il pubblico di riferimento. Quattro bambini si trovano alle prese con un gioco enigmatico, una porta misteriosa e due anziane misteriose. Man mano che gli episodi si snodano acquisiranno sempre maggiori informazioni fino alla risoluzione dell’enigma. Una favoletta semplice, ma tutto sommato funziona. Gli autori attingono a piene mani dai classici del genere, da Narnia (la porta) a Jumanjii (il gioco da tavolo) dai Goonies (le dinamiche tra il gruppo di bambini), fino al più recente Strangers Thing (l’Altrove, le bici, i bulli). E potrei andare avanti. Il problema però è che se c’è una trama principale, non c’è traccia di sottotrame. Non sappiamo nulla dei genitori dei bambini, che fanno pochissime comparsate ininfluenti. La zia è poco più che un cartonato, sappiamo che vorrebbe innovare il bed & breakfast, ma il suo personaggio non ha alcuna psicologia. Qui la storia del pubblico non fa presa, se c’è qualcosa che ci hanno insegnato Disney, Pixar, Dreamworks e compagnia bella è che un programma per bambini non necessariamente è un programma “solo” per bambini. Persino in Peppa Pig i personaggi comprimari hanno maggiore spessore, e questo, come vedremo, ha effetto anche sul resto delle scelte produttive.

Casting: 4. Chi vuol fare l’attore alzi la mano. Tu, tu e tu.
Siccome i protagonisti sono tutti minorenni, non mi sembra il caso riportare i commenti che a volte ho gridato contro lo schermo a corollario della loro interpretazione. Diciamo che le ragazzine se la cavano, e anche Matteo, che interpreta il personaggio tante volte visto sullo schermo dello “sfigato” schernito e solitario che però ha un cuore grande, nella maggior parte delle scene esce a testa alta. Per gli altri, consiglio tanta, tanta, tanta scuola di recitazione. Oppure fare altro, studiare, andare in bici, giocare a calcio. Al limite andare al cinema, non farlo, che non è il caso di ripetersi. Il livello è davvero da recita parrocchiale, anche se ne ho viste di interpretate con più pathos. Hanno le stesse espressioni di emoticon: sorridente, triste, sorpreso. Basito. Ma la colpa non può essere dei bambini, ma di chi li ha scelti, e soprattutto di chi li ha diretti. Il vero dramma del casting però non è legato agli attori principali, e nemmeno ai comprimari (pochi e senza particolare spessore, come anticipato). Il guaio, e qui anticipo quella che potrebbe essere una chiave di lettura di tutta la serie, il budget limitato, è che mancano le comparse! Castelcorvo è un paese letteralmente deserto che neanche Bologna a Ferragosto. Sembra un cupo presagio del lock-down da cui sono esclusi solo una decina di interpreti. Pur essendo la storia ambientata in estate (due dei bambini sono “cittadini” in vacanza, ma il tema delle diverse culture è accennato sommariamente, purtroppo), non c’è mai nessuno per strada. Io lo capisco che non hai soldi per gli effetti speciali, ma cavolo, possibile che in 15 episodi le comparse saranno 3 in tutto? Passi il bosco e l’Altrove, ma una piazzetta non può essere perennemente deserta. Spero che su questo i produttori riflettano. Possiamo accettare che una porta conduca in un’altra dimensione, ma che in un paese estivo non ci siano né auto né pedoni, né negozi, né lavori pubblici né umarell che guardano i lavori pubblici no, a meno che non sia un film distopico post-nucleare.

Sceneggiatura: 4
I testi purtroppo sono così così. Non ci sono battute di spirito che si ricordino, e dire che il pubblico di bambini ha dimostrato da tempo di avere senso dell’umorismo e di apprezzarlo. Nulla anche sul fronte delle frasi di impatto, quelle americanate insomma alla “se io posso cambiare, e voi potete cambiare, allora tutto il mondo può cambiare”. Non solo, gli spiegoni abbondano, quasi che la serie voglia tranquillizzare il nonno con l’Alzehimer che la segue con il nipote. Per non parlare delle frasi pseudo-performative, in cui i ragazzi anticipano quello che faranno “dobbiamo andare nell’altrove e trovare il modo di liberare il fratello di Betta!”, caso mai che qualcuno non lo avesse già capito.

Fotografia: 3. Apri tutto, Biascica!
Questo purtroppo è il tasto più dolente. In Castelcorvo tutto succede in piena luce. Gli interni stile Ikea sono illuminati tipo mobilificio, fari ovunque. Le scene all’esterno sono tutte girate alle dieci del mattino di giorni sereni o giù di lì. Mai un tramonto, mai un’ombra che dia profondità a un viso, e dire che sei in un centro medievale! Non dico una scena con la pioggia, che pure in un fantasy ci starebbe, costa troppo, ma cavolo, devi proprio smarmellare sempre tutto? E l’inquadratura? Qui non è questione di soldi. Usare un grandangolo ogni tanto non costa nulla. Dare profondità di campo, nemmeno. In alcuni momenti le scene sembrano girate con quegli smartphone che mettono sempre tutto perfettamente a fuoco. Mai un controcampo, mai una soggettiva. Quando si vuole denigrare una fotografia piatta si dice che è televisiva. Ma magari! Qui siamo ai livelli degli spot degli stabilimenti balneari sui siti degli hotel per famiglia. In confronto anche lo spot del Mulino Bianco sempre girato da Storaro. Forza ragazzi, forza! Io faccio il tifo per voi ma voi una volta muovetela sta cinepresa.

Regia: 5. Metti il pilota automatico e andiamo a farci un panino, va.
Il collegamento in questo caso al passaggio precedente è evidente. Ora, io non credo che il regista di questo programma volesse davvero realizzare un prodotto così piatto: temo sia stata semmai una scelta produttiva. Perciò ai produttori dico: osate di più! Senza scadere nello sperimentale spinto, una carrellata, una panoramica ogni tanto ci può stare. I bambini sono abituati a prodotti sofisticati. Purtroppo di tutto ciò non c’è traccia. Ogni episodio ci tocca l’inquadratura del paese dal drone tipo Sereno Variabile, e va bene, ma perché poi questo drone non lo usate più? Perché non far seguire i ragazzi dall’alto durante una scena di inseguimento? Perché non osare una soggettiva in volo del corvo, uno dei protagonisti più espressivi della serie? Non occorre imitare Quarantino, basta puntare a Joe Dante.

E insomma, eccoci alla fine. Cari produttori dei Cavalieri di castelcorvo, riprovateci. Con un po’ più di coraggio magari. I nostri bambini hanno compreso benissimo le intricatissime vicende del Marvel Universe, comprendono anche una serie in cui non si spiega tutto ogni quattro minuti. E fate fare al regista il suo lavoro, ci sono impianti di videosorveglianza che dimostrano più fantasia.

L’isola delle rose di Netfilx: anche meno, grazie

Anche meno.
Questa è, in estrema sintesi, l’impressione che ho avuto guardando “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” di Sidney Sibilia. Perché il regista sa come muovere la macchina da presa, ha un particolare gusto per la messa in scena corale, si trova particolarmente a suo agio nella satira politica, ma non è che se la produzione ti mette a disposizione dolly, drone, carrelli e chi più ne ha più ne metta devi per forza usarli tutti. E poi va bene giocare con la messa fuoco e il piano sequenza ma se non sei Hitchock non esagerare.

Il giochino della battuta arguta seguita da dolly, campo lungo e musica pop dell’epoca funziona bene, ma se lo ripeti di continuo fai come il prestigiatore che a furia di ripetere il numero fa scoprire il trucco.

Ora, immagino che la storia la sappiate già, è quella che dà origine a un soggetto strepitoso e una sceneggiatura brillante che in più di un occasione strappa la risata: un imprenditore bolognese Giorgio Rosa negli anni sessanta realizzò una piattaforma al largo di Rimini, che finì per autoproclamarsi una micronazione, dandosi un governo e una moneta. La costruzione durò una decina d’anni e seguì tutti gli iter burocratici del caso (non è che puoi far galleggiare dei piloni d’acciaio alti centinaia di metri e portarli al largo con una barchetta senza che nessuno se ne accorga, come succede nel film).

La sceneggiatura, va detto, si prende parecchie libertà. Giorgio non  costruì la piattaforma per amore, perché non era un giovane neolaureato quando la progettò, ma un 43 enne, già insieme alla donna della sua vita. E se non fu un fascista, come all’epoca si catalogava chiunque non fosse di sinistra, certo non fu neanche un anarchico come in alcuni momenti viene tratteggiato nel film (da giovane aderì alla RSI e in vita dichiarò di aver votato due volte, per Berlusconi e per Guazzaloca)

Era un ingegnere borghese e per capirlo bisogna guardare al contesto romagnolo degli anni sessanta, quello della voglia di fare, dell’edilizia rampante, del grattacielo e di Fiabilandia, la Disneyland italiana. Dove c’è libertà c’è ricchezza, diceva furbescamente Rosa, pensando più a San Marino che a una comune hippie. La sua piattaforma, raccontata nella pellicola come crocevia di ultimi ed emarginati, era fondamentalmente un enorme abuso edilizio dove lui voleva far soldi con il turismo e senza burocrazia (ovvero senza tasse). 

Tuttavia, in un film che è fondamentalmente un inno al non rispetto delle regole (che mette i brividi nel contesto attuale di rifiuto dello stato inteso come collettività, in nome di individualismo esasperato), era difficile immaginare che gli sceneggiatori rispettassero le regole della storiografia. E in fondo non me la sento neanche di gridare allo scandalo,  visto che i maneggiamenti sono funzionali alla storia che raccontano e visto che ci sono inserti (come la lezione universitaria diritto positivo e diritto naturale) che in qualche modo cercano di bilanciare la situazione.

In conclusione, un film piacevole, con attori secondari formidabili (Luca Zingaretti, Fabrizio Bentivoglio, François Cluzet), un paio di scene molto divertenti (su tutte quella sulla lettura dei giornali e quindi della società contemporanea da parte del Vaticano) un regista bravo che ci tiene troppo a farlo notare. Tante belle scene madri non fanno un bel film, che di scena madre ne sopporta, appunto, una. Bene, ma speravo meglio.

PS Ma perché gli attori romani devono fare i genovesi, i pugliesi, i siciliani, adesso anche i bolognesi? Davvero è così difficile trovare attori non romani che non scadano nella macchietta quando cercano di dare un accento regionale?