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L’isola delle rose di Netfilx: anche meno, grazie

Anche meno.
Questa è, in estrema sintesi, l’impressione che ho avuto guardando “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” di Sidney Sibilia. Perché il regista sa come muovere la macchina da presa, ha un particolare gusto per la messa in scena corale, si trova particolarmente a suo agio nella satira politica, ma non è che se la produzione ti mette a disposizione dolly, drone, carrelli e chi più ne ha più ne metta devi per forza usarli tutti. E poi va bene giocare con la messa fuoco e il piano sequenza ma se non sei Hitchock non esagerare.

Il giochino della battuta arguta seguita da dolly, campo lungo e musica pop dell’epoca funziona bene, ma se lo ripeti di continuo fai come il prestigiatore che a furia di ripetere il numero fa scoprire il trucco.

Ora, immagino che la storia la sappiate già, è quella che dà origine a un soggetto strepitoso e una sceneggiatura brillante che in più di un occasione strappa la risata: un imprenditore bolognese Giorgio Rosa negli anni sessanta realizzò una piattaforma al largo di Rimini, che finì per autoproclamarsi una micronazione, dandosi un governo e una moneta. La costruzione durò una decina d’anni e seguì tutti gli iter burocratici del caso (non è che puoi far galleggiare dei piloni d’acciaio alti centinaia di metri e portarli al largo con una barchetta senza che nessuno se ne accorga, come succede nel film).

La sceneggiatura, va detto, si prende parecchie libertà. Giorgio non  costruì la piattaforma per amore, perché non era un giovane neolaureato quando la progettò, ma un 43 enne, già insieme alla donna della sua vita. E se non fu un fascista, come all’epoca si catalogava chiunque non fosse di sinistra, certo non fu neanche un anarchico come in alcuni momenti viene tratteggiato nel film (da giovane aderì alla RSI e in vita dichiarò di aver votato due volte, per Berlusconi e per Guazzaloca)

Era un ingegnere borghese e per capirlo bisogna guardare al contesto romagnolo degli anni sessanta, quello della voglia di fare, dell’edilizia rampante, del grattacielo e di Fiabilandia, la Disneyland italiana. Dove c’è libertà c’è ricchezza, diceva furbescamente Rosa, pensando più a San Marino che a una comune hippie. La sua piattaforma, raccontata nella pellicola come crocevia di ultimi ed emarginati, era fondamentalmente un enorme abuso edilizio dove lui voleva far soldi con il turismo e senza burocrazia (ovvero senza tasse). 

Tuttavia, in un film che è fondamentalmente un inno al non rispetto delle regole (che mette i brividi nel contesto attuale di rifiuto dello stato inteso come collettività, in nome di individualismo esasperato), era difficile immaginare che gli sceneggiatori rispettassero le regole della storiografia. E in fondo non me la sento neanche di gridare allo scandalo,  visto che i maneggiamenti sono funzionali alla storia che raccontano e visto che ci sono inserti (come la lezione universitaria diritto positivo e diritto naturale) che in qualche modo cercano di bilanciare la situazione.

In conclusione, un film piacevole, con attori secondari formidabili (Luca Zingaretti, Fabrizio Bentivoglio, François Cluzet), un paio di scene molto divertenti (su tutte quella sulla lettura dei giornali e quindi della società contemporanea da parte del Vaticano) un regista bravo che ci tiene troppo a farlo notare. Tante belle scene madri non fanno un bel film, che di scena madre ne sopporta, appunto, una. Bene, ma speravo meglio.

PS Ma perché gli attori romani devono fare i genovesi, i pugliesi, i siciliani, adesso anche i bolognesi? Davvero è così difficile trovare attori non romani che non scadano nella macchietta quando cercano di dare un accento regionale?

 

Il nano rapito, di Lorena Lusetti

Il “Nano rapito” è la quinta avventura di Stella Spada, un’investigatrice privata il cui nome è tutto un programma. Se infatti è in parte una Stella, cioè una persona buona, altruista, persino luminosa, in parte però rimane spada, cioè vendicatrice, violenta e priva di scrupoli. Un connubio insolito per un personaggio femminile cinico, che sembra trascinarsi in una vita che non le appartiene ma all’interno della quale si affanna alla ricerca di una precisa collocazione.

Per chi non avesse letto gli altri romanzi della serie, occorre dire almeno che Stella arriva a questa professione quasi per caso, dopo aver perso il più tranquillo impiego di segretaria che l’aveva occupata in precedenza. E seppur priva di una formazione specifica, la protagonista di queste vicende dimostra di avere una tecnica infallibile e soprattutto una tenacia e un coraggio che la distinguono da certi cliché della narrativa poliziesca, in cui le donne sono dipinte troppo spesso come vittime indifese.

L’autrice Lorena Lusetti scrive in prima persona, per cui il mondo che vediamo è il mondo filtrato dagli occhi di Stella, una donna che come tanti bolognesi ama a tal punto la sua città da soffrire l’allontanamento, anche per pochi giorni. In questi caso il presunto omicidio su cui Stella è chiamata a investigare è a Badi, sul lago di Suviana, incantevole angolo dell’Appennino bolognese. Quando gli incidenti che colpiscono la famiglia Doria con annegamenti nel lago cominciano a ripetersi, il dubbio che dietro ci sia la mano umana si fa consistente.

“Il nano rapito” è una commedia nera riuscita soprattutto nella descrizione della famiglia di parenti serpenti, uno dei capisaldi della letteratura e del cinema italiano che l’autrice rinnova con invenzioni e richiami che per un attimo ci danno l’impressione di non essere a un’ora da Bologna ma magari sulle rive del lago di Lochness, o a Cabot Cove. Intorno alla protagonista si muovono un serie di personaggi che con tempi quasi teatrali entrano, affiancano la protagonista  e poi lasciano la scena.

Altra peculiarità molto moderna dell’autrice è quella di intrecciare la vicenda principale con storie secondarie, subplot che agevolano il ritmo narrativo. Il nano rapito del titolo è infatti il protagonista di una di queste indagini “minori”, cioè il nano Orfeo che qualcuno ha fatto sparire dall’aiuola della Arena Orfeonica.

Come spesso nella serie di Stella Spada (che magari, dopo aver letto questo romanzo, qualcuno potrebbe aver voglia di approfondire) ci sono poi personaggi minori interessanti, alcuni stabili, come l’ex-marito e l figlio di Stella, altri di cui non sappiamo se vale la pena affezionarci, come il nuovo assistente Giacomo. Chissà se sopravviverà a lungo accanto a una donna così pericolosa? Lo scopriremo nelle prossime avventure dell’investigatrice,

Ad ogni costo, di Cristina Orlandi

Le storie che racconta in questo romanzo sono brutte, molto brutte. Ma vanno narrate, anzi farlo è quasi un dovere per chi si sente in grado di portare questa responsabilità, perché sono storie vere o comunque verosimili.

Cristina Orlandi infatti ci racconta di donne vittime di violenza, e lo fa sulla base di quello che le hanno confidato alcune donne che sono riuscite a liberarsi dalla violenza assassina dei loro compagni prima che fosse troppo tardi. Grazie anche al meritevole e prezioso lavoro della Casa delle donne per non subire violenza onlus, associazione che in quasi trent’anni a Bologna ha accolto e sostenuto oltre 12 mila donne e i loro figli.

Donne come Serena, proveniente già da un ambiente familiare difficile, fuggita di casa in cerca di un futuro migliore per finire invece tra le braccia di un principe azzurro che si rivelerà il più spietato degli orchi. L’autrice non giudica, non punta il dito, non indulge in particolari raccapriccianti, ma la sua prosa pacata riesce comunque a scuotere e impressionare il lettore.

Perché storie come quella di Elisa, convinta dal suo “ragazzo” a prostituirsi e poi minacciata, sono storie che potrebbero capitare anche a persone a noi vicine. Che capitano, anzi, e frequentemente, come la cronaca quotidiana ci mostra. E l’aspetto più toccante è che queste donne finiscono spesso per sentirsi in colpa, quasi che la violenza che subiscono sia giustificata, sia la conseguenza di un loro cattivo comportamento.

L’immagine più bella però che questo romanzo ci lascia è quello di Serena che affronta l’inverno bolognese con un paio di scarpe estive di tela, perché le sono rimaste solo quelle: il compagno violento l’ha privata di tutto. Ma non della libertà e dell’amore di suo figlio.

Ad ogni costo, di Cristina Orlandi, Edizioni del loggione. Pag. 146, 12 euro.

PS Il titolo in realtà è A ogni costo, senza di eufonica. Quella l’ho aggiunta io (ghigno)

Sotto il sole di Damasco, di Sabrina Leonelli

Se pensate che un romanzo che tratta di sentimenti tra uomo e una donna, quelli che una volta si chiamavano rosa e oggi hanno importato l’etichetta romance, debba risolversi in una favoletta con una fanciulla ingenua che dopo diverse peripezie incontra l’uomo della sua vita, un principe valoroso, bello e ricco, allora questo non è il romanzo che fa per voi.

Perché è vero che la narrazione è incentrata su una storia d’amore, ma la prosa elegante e raffinata dell’autrice non teme i passaggi più cupi e disperati, quelli in cui la scrittura sembra affondare le mani nella materia scura nella violenza più turpe, per estrarne momenti drammatici ma proprio per questo più veri. La storia infatti si dipana tra i sobborghi di Marsiglia, dove facciamo conoscenza con la protagonista, Giselle, i palazzi da mille e una notte di una Damasco ancora non sconvolta dalla guerra civile e le periferie più disperate della regione siriana dove la dignità della donna viene brutalmente calpestata (ma non succede solo lì, purtroppo).

Giselle è una giovane circense sfruttata dal padre, un amabile signore che la fa esibire in strada, preoccupandosi soprattutto dei ritorni economici di quella che è poco più di una bambina. Un incendio distrugge la baracca in cui l’artista libera vive con la figlia, segnando per sempre Giselle e lasciando tracce indelebili sulla sua pelle. A quel punto quel gentiluomo del padre anziché continuare a venderla a rate, passa direttamente al passaggio di proprietà, cedendola ad un uomo d’affari, il maturo siriano Tariq. Costui è il personaggio più interessante da un punto di vista narrativo, perché da un lato rispetta la sua giovanissima sposa e si preoccupa della sua felicità, dall’altra non disdegna comportamenti e modi di fare da padrone, più che da marito. Fondamentalmente però è uno s*****o anche lui, sia chiaro, come buona parte dei maschi che partecipano a  questa vicenda, dall’autista spione all’amico puttaniere. Il più pulito c’ha la rogna, insomma. Tutti da buttare?  Tutti tranne uno (e meno male che l’autrice ne salva uno, c’è ancora speranza insomma per il cromosoma X), Quasim, che condivide con Giselle la passione per la danza.

Non a caso infatti l’autrice tratteggia una Siria che per certi versi ricorda la Romania di Nadia Comaneci e lo sport, o l’arte, come volano per raggiungere la libertà.

Non sono un lettore di romanzi rosa, ma la forza narrativa di Leonelli supera i confini dei generi, come tipico degli scrittori più capaci, e ci accompagna in una storia in cui ci sembra di essere davvero lì, a un passo dai protagonisti, a osservare da vicino i loro comportamenti, a fare il tifo per i buoni e aver voglia di schiaffeggiare i cattivi.

E meno male che l’autrice non sa che siamo maschi bianchi occidentali perché altrimenti ne avrebbe anche per noi!

 

Sabrina Leonelli, Sotto il cielo di Damasco, Edizioni del Loggione, pag. 100, 10 €

L’armonia dei sogni spezzati, di Fabrizio Carollo

fabrizioLa morte è un tema ricorrente nella letteratura e non potrebbe essere altrimenti. Può essere un espediente da cui partire per svelare un delitto, come nel caso della letteratura poliziesca, può essere un’occasione per raccontare i sentimenti di chi sopravvive ad un lutto, può essere anche un modo di immaginare a cosa ci sia dopo, se un qualcosa c’è.

Parlare della morte serve in fondo a esorcizzarla, a parlare della vita, di cui la morte è solo una fase. Ebbene, “L’armonia dei sogni spezzati” è una raccolta di racconti di Fabrizio Carollo che mi ha colpito particolarmente proprio per la capacità di raccontare con uno sguardo originale delle storie in cui il tema della morte è preponderante. Non vi aspettate elucubrazioni filosofiche o melense pagine strappalacrime: qui siamo nell’ambito della letteratura fantastica dove il confine tra reale e sogno, fantasia e allucinazione, presente e futuro è labile.

E l’abilità dello scrittore sta proprio nel prenderci per mano con una lingua asciutta e accurata e accompagnarci in cinque storie che più che di paura sono intrise di malinconia. A proposito delle storie, non accennerò alle trame perché il gusto dell’autore è proprio quello di sorprendere con finali che capovolgono le nostre previsioni e i nostri pregiudizi. Ci sono personaggi sperduti in deserti sconosciuti e pugili sfiniti dalla vita, ci sono studenti che ripercorrono i corridoi della propria scuola e innamorati delusi che cercano una soluzione definitiva al loro dolore. I racconti, in definitiva, mi sono sembrati soprattutto un inno alla vita nelle sue innumerevoli forme. Perché, sembra dirci l’autore, se arriva il momento in cui, come un ladro nella notte, la morte interromperà il nostro percorso, allora questo è il motivo migliore per godercelo appieno, questo viaggio senza aspettare o rimandare a chissà quando.

San Valentino un corno. Anzi due.

amo_teCon il romanticismo che mi contraddistingue ho deciso di festeggiare il San Valentino con una recensione di un romanzo che casca proprio a fagiolo. Pensavate alla provincia italiana come talvolta rappresentata dai media, tranquilla e un po’ monotona, ripetitiva e prevedibile, che si distende sorniona e silenziosa alle spalle di ben più focose metropoli? Pensavate male. Mazzabubù, quante corna stanno quaggiù? La citazione dell’indimenticabile Mauriano Laurenti è inevitabile dopo aver letto “Amo te…starò con lei sempre“, romanzo sentimentale dove il tema centrale è proprio la passione amorosa di lei nei confronti di un altro. Che però ha già un’altra lei, anche se dissimula.

Il romanzo è ambientato in una immaginaria cittadina capitale del triangolo, altro che Bermuda. Ed è un romanzo sentimentale perché è di sentimenti, che si parla: quelli dell’amante, a cui ironicamente le autrici Camilla Ghedini e Brunella Benea sostengono andrebbe dedicata una giornata nazionale, per riconoscere un ruolo troppe volte nascosto sotto una coltre di perbenismo.

La trama: Florinda e Anita sono due amiche che si ritrovano dopo tanti anni, e scoprono di avere qualcosa in comune: si sono lasciate alle spalle una storia d’amore impossibile per un uomo impegnato. Florinda è una giornalista, Anita una pubblicitaria, due giovani donne quindi indipendenti e affermate nel loro lavoro, in una realtà dove però a fare davvero carriera sono soltanto le arriviste capaci di clamorosi successi in politica. Le due amiche decidono di organizzare una cena per incontrare altre tre amiche di cui hanno perso traccia dai tempi del liceo, ma che non è poi così difficile contattare grazie ai social network. E in questa cena delle verità, il destino mostrerà di essersi comportato in maniera imprevedibile sia con le presenti che con le assenti. Ma fermiamoci qui.

In romanzi come questo non è tanto la fabula a contare, quanto i colori e le sfumature dei personaggi che appaiono in un palcoscenico virtuale e contribuiscono così al dipanarsi dell’intreccio. Lo psicologo, l’avvocato di successo,  la vittima di femminicidio, sono tutti comprimari che però rivestono un ruolo essenziale per analizzare i temi che sono tanti e attuali: una realtà di relazioni fatte sempre più di social media, una maturazione sentimentale che tarda sempre di più ad arrivare (e per taluni, ci viene da dire, non arriva quasi mai), una società che non ha il coraggio di fare i conti davvero con i propri bisogni. E poi gli uomini, le amanti e le mogli tradite: uomini che, diciamolo subito, non fanno una gran figura in questo romanzo: infantili, egoisti, bugiardi, si barcamenano tra più relazioni con l’unico obiettivo di raggiungere un appagamento sessuale  – e forse anche emotivo –  ma senza mai rinunciare a nulla. Per cui raccontano alle loro amanti che il loro matrimonio è finito, che rimangono legati alle mogli solo per proteggere i figli, che solo quando sono con le loro amanti scoprono davvero la voglia di vivere… Salvo fuggire a gambe levate quando le amanti, stanche del loro ruolo subalterno, pretendono maggiori spazi. E sono proprio loro, le amanti, il secondo obiettivo della penna sagace delle scrittrici, con le loro insicurezze, la loro scarsa intraprendenza, la poca autostima, l’incapacità di prendere le distanze da una relazione prima che questa faccia loro davvero male. Anche se alla fine il coraggio di chiudere una pagina dolorosa e ripartire lo trovano.

Perché va bene la libertà sessuale, va bene il crollo di certi tabù, ma alla fine, come dice una delle protagoniste del romanzo, …”chi vi ama, vi vuole sincere, non vi chiede di fingere, non vuole vedervi fingere. Chi vi costringe a mentire, chi sa guardarvi mentire, non vi ama”. E allora, verrebbe da dire, care lettrici, quelli che non vi amano lasciateli perdere. Da subito. Anche se sono belli, affascinanti e carismatici.

Un libro che consiglio alle donne, tranne mia madre, mia moglie e mia sorella. Ma non solo a loro. In fondo gli uomini potrebbero approfittarne conoscere meglio le loro compagne (e magari scoprire due o tre trucchetti per non farsi cogliere in fallo…ehm…)

 

Uomini