Cuore sacro

Coraggiosa svolta di Ozptek che in “Cuore sacro” decide di immergersi nell’universo femminile e, come se questo non fosse già abbastanza rischioso, contamina questo viaggio con una riscoperta della spiritualità e del senso religioso. Dico subito che ad un progetto così ambizioso non corrisponde una piena riuscita: il film è girato bene, montato con sapienza e si avvale di un paio di momenti molto riusciti (in particolare il gusto “pasoliniano” dei lunghi primi piani degli umili, dei poveri, dei diseredati regala qualche emozione), ma la sceneggiatura barcolla, esita di passaggi e personaggi poco essenziali, tende a strafare. Il film ha tre “movimenti”: una introduzione in cui vediamo il mondo, asettico, freddo e spietato della protagonista; una fase centrale in cui ci viene mostrato l’incontro che cambierà la sua vita; un finale che ci racconta la redenzione e la nuova vita. Ebbene, la parte migliore del film, la seconda, è risolta in poche sequenze, belle e intense ma assolutamente compresse tra l’ipertrofica prima parte (basta una battuta, uno sguardo, a raccontarci di una donna in carriera, come ci hanno insegnato a Hollywood: invece il film indugia in riunioni, discorsi, relazioni, con un suicidio iniziale di due vittime dell’azienda “squalo” della protagonista assolutamente superfluo e inutile alla vicenda) e un finale che sembra non arrivare mai. Prima di arrivare alla conclusione (bella ma forse un po’ forzata, comunque non voglio rivelarvela), il regista si perde in un viaggio nelle miserie di Roma che gli sta a cuore ma rappresenta un freno alla storia, in una serie di sequenze dai toni religiosi esasperati (la citazione della pietà nella protagonista che raccolgie un vagabondo, lo spogliarsi francescano in metropolitano) che soprattutto, ripeto, non aggiungono niente: a quel punto ormai abbiamo capito che la protagonista è cambiata. Altra nota dolente i personaggi: a parte la protagonista, adatta al ruolo con quegli occhi tristi, e la ragazzina che l’accompagna nella parte centrale, tutto il resto risulta forzato e fuori luogo: la zia cattivissima è una Crudelia Demon solo un po’ più antipatica, il sacerdote è quasi ridicolo (un fotomodello che fa il prete operaio è veramente la peggiore cosa che abbia mai visto da Ozpetek), il personaggio del vagabondo matto sembra solo una divagazione fastidiosa.
Insomma, da un film intenso che poteva essere un capolavoro, un pasticcio a tinte fosche: l’impressione è che Ozptek abbia fatto tutto di testa sua, facendosi prendere dalla storia anziche dirigerla. E questo, nel cinema, non porta mai buoni risultati.

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