Il fotoscioppismo

Photoshop è un programma straordinario che permette a grafici, creativi e in generale a tutti gli utilizzatori di computer di modificare e integrare immmagini digitali con tecniche evolute che solo quindici anni fa sarebbero costate ore di lavoro e avrebbero richiesto un’attrezzatura costosa. Fin qui tutto bene. Qual è il problema, allora? Il problema è che il proliferare di versioni economiche, gratuite o comunque di software accessibili con le caratteristiche di Photoshop hanno fatto sì che chiunque, anche persone digiune di competenze specifiche, possa mettersi a realizzare locandine o manifesti. Finché si tratta del solito fotomontaggio zozzone per festeggiare l’amico che si laurea, poco male; così come ognuno è libero di impreziosire le proprie foto delle vacanze con cornici arancioni viola e nere e scritte tridimensionali “Ecco papy” (nel caso qualcuno lo avesse confuso con il paesaggio o con il vicino di ombrellone, non so). Il vero danno sorge quando questa smania prende anche i realizzatori di locandine pubbliche: laddove una volta c’era il nome dell’associazione, il titolo della conferenza in nero su sfondo giallo, al limite qualche asterisco, oggi è un proliferare di titoli con l’ombra (ma dove lo vedete tutto questo sole, sotto i portici?), scritte ondivaghe che seguono curve immaginarie, immagini trasparenti su immagini trasparenti, volti deformati, immancabili effetti 3d e clip-art (immagini insignificanti dall’inspiegabile successo) ovunque. Ieri ho dovuto avvicinarmi a meno di 30 cm per leggere l’orario di una conferenza scritto in bianco (3d!) su uno sfondo di fiori di bosco viola.
Ho deciso di rinunciare alla conferenza, chi appende un manifesto così non può avere cose interessanti da dire.

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