Il cane giallo della Mongolia

Ci sono film che meritano di essere visti per alzare finalmente lo sguardo dall’ombelico romanesco dei vari filmetti con l’amore nel titolo, dei soliti block-buster in cui ditruggono New York, dei film da ridere in cui ti senti escluso perché non fanno ridere per niente. Il film in questione (se interessati, si trova in dvd) sta a metà strada tra il documentario e la finzione, e ci mostra la vita di una famiglia di allevatori in Mongolia.
Una famiglia moderna, con i mestoli di plastica, il generatore di corrente e i quaderni da colorare, è alle prese con attività millenarie quali proteggere le pecore dai lupi, preparare il formaggio, portarle al pascolo. Nonostante i tempi siano dilatati e manchi quell’ossessiva ricerca del colpo di scena a cui ci hanno abituati i film occidentali, il film regala alcuni momenti di intensa commozione, grazie anche agli scenari maestosi e cupi della campagna mongola. Ma ci rendiamo conto che dall’altra parte del mondo ci sono bambini che a sei anni montano su a cavallo e conducono un gregge al pascolo, mentre i nostri sono capaci solo di accendere e spegnere la PlayStation? Riusciamo a considerare l’idea che esista – oggi, nel ventunesimo secolo – una vita priva di televisione, frigorifero e telefono?
Dal film si intuisce che anche in Mongolia questo modo di vivere sta lentamente scomparendo, e non è una buona notizia.
PS Il cane giallo della Mongolia fa riferimento ad una divertente leggenda buddista che ovviamente non vi svelerò qui.

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