Mamma li videogiochi!

In questi giorni si è tornato a discutere di videogiochi in seguito ad un’inchiesta di Panorama che puntava in particolare il dito contro Rule of Rose, un gioco sadico e violento.
Ora, a parte qualche precisazione (il videogioco è vietato ai minori e la protagonista non è una bambina ma una diciannovenne), non ho motivo per dubitare che si tratti di una porcheria. Non lo conosco, ma leggo che si tratta di un gioco che mescola orrore, sadismo, violenza, strizzando l’occhio alla pornografia senza mai avvicinarsi, come tipicamente fanno i prodotti giapponesi.
Ma il punto è un altro: parlamentari, consumatori e benpensanti uniti hanno cominciato a scagliarsi contro il videogioco, regalandogli una visibilità insperata. Ma perché queste stesse anime pie non fanno lo stesso anche contro i giornali, i film, i romanzi e la televisione che veicolano gli stessi contenuti?
Per il vetusto luogo comune per cui i giochi, in specie quelli elettronici, sono per bambini. Non è così. Il gioco è altro da sé, è finzione, e fingere di essere quello che non si è, e di ciò si ha bisogno sempre, non solo da bambini. Sono d’accordo che certi estremi vanno censurati, perché neanche un adulto ha il diritto ad accedere, per esempio, a contenuti pedopornografici, neppure se sono virtuali.
Però ricordiamoci che è un gioco, e se sparo ad un astronave, sfascio un palazzo o investo un passante in un videogioco, non vuol dire che lo farò anche nella vita reale.
C’è un gioco antico in cui si uccide la moglie del rivale, se ne distruggono torri e cavalli, si massacrano i suoi soldati e i suoi uomini di fiducia. E però non venite a dirmi che tutti i giocatori di scacchi sono guerrafondai, suvvia…

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