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Il pesce monnezza

Un paio di volte, l’ammetto, l’ho mangiato. Così, per cambiare, per non mangiare sempre carne.
Magari era un venerdì di quaresima, magari non avevo voglia del solito tacchino.
Ho mangiato il pangasio, il pesce-monnezza. Non a casa mia, ci mancherebbe; al self-service, durante la pausa pranzo. Immaginavo che lo proponessero perché a buon mercato, ma pensavo si trattasse di pesce d’allevamento non troppo pregiato ma neanche così male.
Il sapore non era cattivo, per carità si dimentica dopo pochi minuti, ma d’altronde mangiare in un sel-service in pausa pranzo non è certo in generale un’esperienza memorabile. Oggi una collega mi ha fatto notare che non solo non è prelibato, il pangasio, ma se mangiassi un vecchio paio di ciabatte arrosto della guardia giurata della coop probabilmente farei meglio.
Vive nei fiumi più inquinati nel mondo, sguazza nel fango di cui mantiene il sapore (ma in mensa anche i tortellini sanno di fango a volte, per cui), viene trattato chimicamente per non spappolarsi e non ha alcun valore nutritivo. Praticamente è fatto di grasso e mer%a.
Mizzica.
L’ho mangiato un paio di volte, sono ancora vivo, ma quando verrà il mio giorno, spero il più tardi possibile, so già che un po’ sarà anche colpa di quel pesce monnezza che ho ingoiato con troppa leggerezza…

PS Se volete documentarvi, basta cercare "pangasio" su google…

Rivoglio il mio giornalino gratuito!

Sono un discreto lettore di free-press. Mi riferisco a quei giornalini gratuiti pieni zeppi di pubblicità che vengono distribuiti in giro. Qualitativamente sono piuttosto scarsi (copiano e incollano pari pari molte agenzie e articoli di praticanti/stagisti/aspiranti), però a caval donato non si guarda in bocca. A dire il vero, non è solo il fatto che siano gratuiti a piacermi (in fondo un quotidiano costa meno di un caffé), anche perché erano gratuiti anche quei giornalini pieni di annunci che andavano di moda qualche anno fa e li prendevo solo per pulire i vetri.
La free-press mi piace perché risponde ad un’esigenza, quella di leggiucchiare qualcosa di fretta in autobus, o in pausa pranzo, o addirittura nel parcheggio. Non ti mette l’ansia delle novecento pagine di un quotidiano, tra le quali devi immergerti per trovare quello che ti interessa, sommerso come sei di editoriali, promoredazionali e chiacchiere da uffici stampa; e poi non ti lascia neanche lo scrupolo di coscienza di averne letto solo il 3%. C’è un risvolto della medaglia spiacevole, però. La free-press è imprevedibile: non nei contenuti, ma nella distribuzione. Rilanciando il ruolo strategico del vecchio strillone, sostituito da immigrati con i polmoni più grigi del sacchetto di un aspirapolvere, il giornale gratuito si recupera la mattina agli incroci. E allora può capitare di perdere la copia perché il verde scatta prima che arrivi il tuo turno: oppure perché il distributore è distratto. Oppure, e questa è la mi situazione, perché un giornale prende il posto si un altro. Questo è il mio caso: il semaforo di Via San Donato (otto strade che si intersecano e una porta medievale in mezzo, sembra un dungeon fant-horror più che un incrocio), da sempre presidiato da City, il mio giornalino preferito, da qualche tempo è stato conquistato da Metro. Il cambio non mi soddisfa, Metro praticamente non ha notizie locali, dedica spazi a viaggi e costume e sa molto di accrocchio (almeno City e Leggo una linea editoriale molto vaga ce l’hanno).
Rivoglio City.
Come? Dovrò cambiare strada, evidentemente.
Chissà che il traffico non si possa misurare anche da questo.