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La radio di notte

La radio di notte è un viaggio frettoloso che ti riporterà a casa, con vent’anni di sogni svaniti sulle spalle e il sapore del caffè che si mescola con quello del dentifricio.
La radio di notte è quel percorso al quale ti sei preparato mentalmente centinaia volte, l’unico tuo ruolo decisivo in questa fase del processo riproduttivo, eppure in nessuna di quelle centinaia di proiezioni eri così teso ed emozionato.
La radio di notte è un pensiero che schiaccia le spalle e non vuole andar via, e ritorna prepotente tra le pieghe delle lenzuola fino alla tua resa di fronte ad una tazza di camomilla
La radio di notte è la compagna di solitudini non cercate, una traccia di evidenziatore su certe pagine grigie della nostra esistenza.
La radio di notte è una frequenza insolita che trasmette musica di cinquant’anni fa e se ne vanta pure.
La radio di notte è una voce profonda e lenta che ti accompagna senza l’ansia e le risate a comando delle ore mattutine.
La radio di notte è un foglio di carta stropicciato in fondo alla tasca dei pantaloni che ci ricorda che la vita continua anche in nostra assenza.

Il vino senza olio di palma

C’è stato un periodo, dagli anni ottanta in poi direi, in cui tutto quello che i pubblicitari ci proponevano aveva qualcosa in più. Una comunicazione addittiva, si potrebbe definire. Dalle provitamine miracolose presenti negli shampo, al meraviglioso bifidus in grado di stappare star televisive come bottiglie di champagne, e via quel gonfiore antipatico. E i pezzetti di frutta nello yogurt, ve li ricordate? Soprattutto nel mondo delle creme di bellezza, era tutto un fiorire di “nuove formule” contenenti aloe vera, mentre nei detersivi ci si vantava di bicarbonato e sbiancanti vari. In molti settori è ancora così, bisogna dimostrare di avere qualcosa in più degli altri.
Però ad un certo punto questa leva deve essersi spezzata, perché i prodotti hanno cominciato ad essere apprezzati per avere qualcosa in meno. Soprattutto nel campo degli alimentari. Si è cominciato col mitico senza zucchero, quando, dopo gli eccessi della cioccolata spalmabile e delle bevande frizzanti, ci siamo ritrovati con la pancia molle e flaccida. Senza zucchero “aggiunto”, in certi casi, un modo per dire: questo succo è già talmente dolce che aggiungere dello zucchero mi sembrava uno spreco.

Ma sempre nel caso del “senza zicchero”, che cosa ci fosse però a rendere comunque dolce quel prodotto, abbiamo cominciato a chiedercelo dopo, forse troppo tardi.
A seguire, altre vittime del “senza” sono stati i coloranti: a qualcuno deve essere venuto in mente che tutte quelle sostanze chimiche con Equalcosa non devono essere poi così nutrienti, e via quindi alle etichette “senza”. Etichette belle grandi e magari bottigliette non trasparenti, perché non tutti sono ancora pronti a bere qualcosa di marrone o spalmarsi in faccia una crema verde.
Dopo sono venuti i conservanti, che in realtà in molti casi sono rimasti lì dov’erano, altrimenti il prodotto sarebbe marcio ancora prima di arrivare sugli scaffali, solo sono stati ribattezzati “antiossidanti”, che al consumatore italiota piacciono tanto, suonano bene.
Il premio però per la comunicazione sottrattiva ce l’ha senz’altro la frase “senza olio di palma” che ormai è diventato un mantra di qualunque prodotto, anche di quelli che l’olio di palma non ce l’avrebbero mai avuto comunque. Prima o poi mi aspetto infatti una bottiglia di vino con la dicitura “senza olio di palma”, e sono anche sicuro che qualcuno la comprerebbe volentieri, che non si sa mai.
Cari pubblicitari, fossi in voi io tornerei alla comunicazione additiva. Perché se avete tolto qualcosa che prima c’era, vuol dire che vi siete accorti di aver fatto una cagata, ma allora non state a ricordarcelo.
Io non comprerei una fantastica maglietta “senza piombo o mercurio aggiunti” o un’auto “senza amianto”.
Poi, come sempre, decide il committente.

Comunicare l’idiozia

C’è il politico incompetente che per anni ha fatto solo i suoi interessi e commesso errori grossolani, che quando non viene rieletto commenta: è stato un problema di comunicazione, non siamo stati bravi a informare i cittadini sugli ottimi risultati raggiunti.
C’è lo stilista che disegna una linea di abiti orrendi e costosissimi che afferma spavaldo con gli azionisti che l’errore è stato nel posizionamento marketing del prodotto. C’è il rivenditore che non trova i pezzi di ricambio perché ha un magazzino caotico e disordinato che si giustifica con i clienti attaccando il software che funziona male. E l’impiegato che non ha voluto seguire i corsi di aggiornamento e da trent’anni spinge sempre gli stessi tre pulsanti che di fronte ad un aggiornamento del programma si lamenta che per colpa dell’informatica in ufficio non funziona più niente.

Fateci caso, a qualunque livello, in qualunque settore, i capri espiatori preferiti di una generazione di incapaci sono sempre loro, la comunicazione e l’informatica. Qualunque attrito, inefficienza, incompetenza, si traduce sempre in un “problema di comunicazione”. A seguire questa logica se Hitler avesse avuto un mental coach che gli avesse insegnato a gestire la sua intelligenza emotiva e allontanare le persone negative, avremmo risparmiato milioni di vite. E se l’Impero Romano non avesse aggiornato le sue norme e la sua gestione organizzativa per venire incontro all’espansione, litimandosi ai cari vecchi quattro codici, oggi parleremmo ancora latino. Come no.

Se tutto ciò serve a giustificare i nostri limiti, a crearci un comodo alibi, a scaricare sull’ufficio informatica la nostra poca voglia di imparare e cambiare, possiamo anche capirlo. Così come possiamo capire – non giustificare- il politico o il dirigente che, non volendo perdere il posto, fa fuori il suo consulente di immagine se le cose non vanno nel verso giusto. Però non ripetiamolo troppo spesso altrimenti finiremo davvero per crederlo.
Se sei un idiota e vuoi comunicare di essere intelligente, non è la comunicazione il problema.

Una puntata di Report su Report

Ho un sogno televisivo che mi piacerebbe tanto si avverasse. Non è una partita del Taranto in serie A (mi sono arreso), né un film con Sabrina Ferilli diretta da Tinto Brass (sebbene…).
No, il mio sogno è una puntata di Report che ospita un servizio dedicato a Report. Un Report al quadrato.
Già immagino l’avvio: una voce fuori campo, con una musichetta allegra e delle inquarature di Viale Mazzini fatte con il drone, danno la stura al tipico “Vi siete mai chiesti quanto costa una puntata di Report?” A questo punto grafiche 3d un po’ a casaccio che fanno tanto festa, inquadrature di giornalisti di inchiesta che percorrono corridoi, e poi la bomba: 180 mila euro. Che però detto così non sembra neanche tanto. 180 mila euro dei nostri soldi già va meglio, magari con un accenno al fatto che con quei soldi si potrebbero sfamare 180 mila bambini nello Zimbabwe, che fa tanto sinistra.

Per colpire al cuore lo spettatore poi ci starebbe bene un agguato in un ristorante in cui i redattori stanno facendo pausa pranzo, chiedendo loro quanto stanno spendendo alle spalle dei contribuenti italiani. Rapida occhiata al menù, e accenno a quanto debito pubblico si sarebbe potuto risparmiare se solo il giornalista avesse preso un’insalatona al posto dei maccheroni con le zucchine.

Ovviamente la scena al ristorante, montata all’inizio, è l’ultima da girare, per non insospettire la redazione. A questo punto nel montaggio via con la carrellata di dati. Tasso di disoccupazione in Italia, costo delle bollette elettriche di Report, investimenti nel nucleare, tutto con grafica stilish a gogo. Confronto dello stipendio di un caporedattore (magari laureato, magari con esperienza all’estero, si vabbe’) con quello dell’usciere che non riesce ad arrivare a fine mese ed è costretto a stare seduto a fare niente tutto il giorno, con le gravi conseguenze per il suo stato di salute.

Però siamo di sinistra, dobbiamo aprire al dibattito. Contattiamo un redattore dicendo che vogliamo intervistarlo per un documentario su come si diventa giornalista. Lui ci accoglie contento, e a quel punto noi gli piazziamo la camera sulla scrivania, con inquadratura dal basso della pappagorgia che fa tanto corrotto, e vai di indignazione con il nostro tema preferito: lo sperpero di denaro pubblico. Sarà forse vero, gli chiede la giornalista in un montaggio serrato in cui lei è inquadrata a favore di luce e lui con un primissimo piano che lo fa sembrare un Mangiafuoco appena uscito dalla sauna, che ha speso soldi pubblici per iscrivere suo figlio ad un corso di pianoforte? La notizia bomba ovviamente è stata recuperata dopo una breve ricerca sulla pagina Facebook del giornalista. Uno dei pochi dipendenti, va detto, perché la maggior parte sono collaboratori.
Il redattore risponde che lo ha iscritto, sì, ma pagando con i suoi soldi. Ma questa risposta non la vedremo mai, tagliata dal montaggio, eh signora mia la televisione ha i suoi tempi. Tanto il suo stipendio lo paghiamo noi contribuenti, sono soldi nostri, alla fine. La faccia basita del redattore che non capisce se lo stanno prendendo in giro continua a venire inquadrata mentre gli viene mostrato un finanziamento che lo stesso avrebbe fatto con i soldi pubblici (si vabbe’ è il suo stipendio, ma è un dipendente Rai, quindi sono soldi nostri, uffa) per una associazione che si occupa di cani randagi. Guarda caso, spiega la voce fuoricampo, il redattore è proprietario di un mastino napoletano. Una coincidenza? Non credo proprio. Indignazione.

Dopo l’imboscata statica, ci vuole quella in movimento alla Striscia la Notizia. Si insegue un uomo per strada gridando “scusi, è vero che sua moglie fa la bidella alle scuole Giovanni Paolo?” L’uomo in questione è un elettricista Rai che si occupa dell’illuminazione dello studio che è riuscito a far sistemare la moglie in un comodo impiego statale. Poi si potrebbe scoprire che la donna lavora lì da vent’anni prima, ma intanto c’è la corsa sui marciapiedi, l’uomo che non risponde, che si gira dall’altra parte, il pathos.
Siccome il giornalismo di sinistra poi però coinvolge anche l’interlocutore preparato, che non siamo mica le Iene, ecco allora che sei ore prima della messa in onda del programma si manda una e-mail a info@report.it. A seguire, drammatica inquadratura della sedia vuota dove avrebbe dovuto essere il caporedattore, che non ha voluto rispondere. Si scoprirà il giorno dopo che l’indirizzo e-mail non esiste, ma intanto grazie al cielo c’è Report che ci apre gli occhi.
La puntata potrebbe avere altri picchi. Per esempio con un’intervista al medico che ha rilasciato un certificato medico alla segretaria di direzione, (e qui confronto tra il tasso di malattia tra i dipendenti Rai e gli autotrasportatori della Florida, che lascia di stucco, vergogna!!!!), medico che guarda caso – troppe coincidenze – abita nello stesso quartiere. E concludersi con una scena, anticipata da bambini che corrono su prati verdi e anziani che si abbracciano in riva al mare, di una televisione locale danese, dove con 180 mila euro fanno dieci mesi di programmi, loro. Alla faccia nostra. Ovviamente non sapremo mai di quali trasmissioni si tratta.

PS Ho davvero amato Report, in passato, così come amo il giornalismo d’inchiesta. Così come spero di tornare ad amarlo, quando torneranno a fare giornalismo d’inchiesta.

Drone kills the video stars (fermate quel drone)

Vista da un droneLa tecnologia offre possibilità agli appassionati di audiovisivo impensabili solo vent’anni fa. Penso alla straordinaria facilità del montaggio non lineare, che ormai permette persino a chi dispone di uno smartphone potente di selezionare degli spezzoni video, cambiare loro ordine, tagliarli. Prima che tutto ciò vi sembri ovvio pensate alle centraline vhs con cui siamo ammattiti noi figli degli anni Ottanta, con quel maledetto nastro di plastica che rubava sempre qualche decimo di secondo e ci costringeva a ricominciare da capo. Però, come sempre, la facilità porta agli eccessi. Continua la lettura di Drone kills the video stars (fermate quel drone)